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10 grafici per capire la crisi in Afghanistan

(Photo by Wali Sabawoon/NurPhoto via Getty Images)

La crisi e l’instabilità in Afghanistan hanno radici profonde. Andando a incrociare i dati provenienti da vari istituti di ricerca, è possibile ricostruire le varie fasi del conflitto a partire dal 1989, quando, dopo un pantano durato dieci anni, l’Unione sovietica decise di abbandonare la regione lasciandola in una situazione in fondo non molto diversa da quella attuale. Una storia che la mappa di seguito fotografa dal 1989 al 2019.

Le fasi degli scontri

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Questa mappa utilizza i dati dell’Uppsala conflict data program, un istituto di ricerca svedese, che raccoglie dati da fonti di informazione autorevoli (Bbc, Reuters, operatori sul campo…) cercando di ricostruire puntualmente la dinamica dei conflitti. Tuttavia il dataset non comprend tutti gli aspetti,come le operazioni condotte da forze speciali. Ad ogni modo, è un registro affidabile per ricostruire la storia degli scontri in Afghanistan.

Andando a cliccare sulla voce Altri e selezionando il periodo tra 1989 e 2001, si può osservare come la prima fase di ritiro dell’Unione sovietica abbia portato a scontri generalizzati e sanguinosi, soprattutto tra 1994 e 1996. In quel biennio i talebani hanno conquistato l’Afghanistan per la prima volta. Il conflitto era concentrato intorno alla capitale Kabul, nell’est del Paese.

Scorrendo la barra orizzontale fino a lambire il periodo post 11 settembre, dalla mappa sembra che l’occupazione occidentale non ci sia mai stata, in termini di conflitti sul campo. Questo perché la guerra in quel periodo fu soprattutto un affare di commandos e di bombardamenti aerei, in alcuni casi impossibili da censire utilizzando fonti pubbliche.

Qualcosa cambia dal 2003. Quando le truppe alleate iniziano a operare fuori da Kabul, le cose si complicano. I puntini viola e gialli intorno alle montagne al centro del Paese mostrano proprio come il conflitto si sia spostato dalla capitale alle aree più periferiche dell’Afghanistan nell’ambito della missione Nato Isaf (agli italiani fu affidata la zona di Herat, nell’ovest del Paese).

Questo sviluppo ha contribuito a rendere la violenza una condizione endemica e in continua crescita. Dal 2014, prima che la Nato cessi le attività di combattimento, nella mappa compaiono sempre di più segni di attività da parte di talebani ed esercito afghano. Un aspetto lampante nel prossimo grafico, che misura il numero di scontri a livello mensile negli ultimi 25 anni.

L’escalation dal 1996

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Il 1996 è un anno chiave. Non solo i talebani conquistano Kabul per la prima volta, ma, soprattutto dal punto di vista occidentale, il leader di Al-Qaida Osama Bin Laden si trasferisce nel Paese. Da quel momento l’organizzazione terroristica lancerà una serie di attentati contro gli Stati Uniti, che culminerà con l’attacco alle Torri gemelle l’11 settembre 2001. La risposta dell’allora presidente americano, George W. Bush, non sembra avere un effetto immediato sulla situazione sul campo: gli scontri rimangono circa sugli stessi livelli dei mesi precedenti.

La temperatura si scalda dal 2004, con i primi anni della presidenza di Hamid Karzai (primo leader afghano dopo la prima sconfitta dei talebani). La violenza continua a crescere negli anni successivi. L’Afghanistan sembra trovare un po’ di pace subito dopo la morte di Bin Laden, ma da quando la Nato decide di interrompere i combattimenti, nel 2014, la violenza torna a crescere in modo quasi esponenziale.

La strategia degli Stati Uniti

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Questo grafico mette in relazione il numero di morti caduti in conflitti in Afghanistan stimati dall’Uppsala conflict data program e i mandati presidenziali americani. Il numero di morti comincia a crescere a partire dal secondo mandato di George W. Bush e il culmine viene toccato negli anni di Donald Trump.

Osama Bin Laden viene ucciso nel maggio del 2011. I dati suggeriscono che, a quel punto, il governo americano abbia cercato un’exit strategy dall’Afghanistan, disinteressandosi della sua stabilità. Questa tendenza accelera nel 2013 quando lo storico leader dei talebani, il mullah Omar, viene ucciso (alla Casa Bianca c’era Barack Obama). La violenza non si è più fermata. I dati dell’Uppsala conflict data program si fermano al 2019. Le informazioni più recenti vengono da un istituto di ricerca chiamato Acled che raccoglie ogni evento (violento o no) di ogni scontro  al mondo. La prossima mappa mostra quanto accaduto tra gennaio 2020 e luglio 2021, due settimane prima della riconquista talebana di Kabul.

Il ritorno dei talebani

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La mappa mostra come la contesa tra il governo afghano e i talebani sia stata senza quartiere negli ultimi due anni. L’esercito afghano è diventato il capro espiatorio del presidente americano in carica, Joe Biden, e, probabilmente, c’è del vero nel fatto che le forze armate del governo legittimo di Kabul avrebbero potuto fare di più. Tuttavia l’Afghanistan fino a pochi giorni fa aveva, per esempio, un’aeronautica che ha utilizzato diffusamente negli ultimi ventiquattro mesi.

La violenza è cresciuta dal momento in cui Donald Trump ha firmato la pietra miliare dell’ultima fase del conflitto, il famigerato accordo di Doha.

Gli effetti dell’accordo di Doha

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A Doha, sotto gli auspici dell’emiro del Qatar, il 29 febbraio 2020 Stati Uniti e talebani hanno firmato un accordo sul ritiro occidentale dall’Afghanistan che non contemplava il governo afghano. Questo grafico mostra chiaramente come all’indomani della firma dell’accordo, la violenza abbia raggiunto il livello minimo degli ultimi due anni. Il problema è che, da marzo 2020, gli scontri su base mensile sono aumentati fino a luglio, quando sono arrivati molto vicini al picco.

Sebbene la violenza sia scesa lo scorso mese, la linea tratteggiata del grafico, che misura la tendenza generale, suggerisce come il trend, al netto delle variazioni mensili, sia crescente. A conferma vi sono i drammatici sviluppi delle ultime settimane. Dopo aver firmato l’accordo con gli Stati Uniti, i talebani si sono sentiti legittimati a prendere l’iniziativa mentre Washington riduceva le proprie attività.

Focus su droni e guerra aerea

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Un capitolo a parte merita la strategia bellica con droni e aerei. I dati sono raccolti dal The bureau of investigative journalism, un consorzio di giornalismo investigativo basato nel Regno Unito: abbiamo raccolto il numero di attacchi di droni mensile per provincia. Per essere ulteriormente accurati, abbiamo utilizzato solo la parte del dataset del Bureau of infestigative journalism nel quale gli attacchi hanno un codice identificativo, quindi una prova tangibile di conseguenze ed esecuzione. Se una provincia è vuota, significa che non ha subito attacchi in un determinato anno.

Quello che emerge è la continuità tra la politica di Barack Obama e quella di Donald Trump. In particolare, il successore repubblicano di Obama ha reso ancora più centrale il ruolo dei droni nel conflitto. Perché? Il prossimo grafico può offrire qualche spiegazione.

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La linea blu mostra la stima massima di persone uccise dagli attacchi aerei, l’area rossa, invece, il numero di attacchi censiti. Questo numero cala drasticamente in vista del 29 febbraio 2020, quando l’amministrazione Trump firma l’accordo di Doha. Il picco di attacchi, però, viene raggiunto nel settembre 2019. In quel periodo, Trump ha interotto le trattative con i talebani dopo un attacco a Kabul.

Probabilmente non sapremo mai se Donald Trump abbia davvero usato gli attacchi dei droni come uno strumento di persuasione nei confronti dei talebani, anche se i dati rendono questa una spiegazione da tenere in considerazione.

Nella mappa sui droni viene mostrato un dato: quanti morti tra civili e bambini questo nuovo tipo di guerra aerea, basata su droni e aerei pilotati, abbia provocato. In effetti, i droni (insieme a tutto il resto) hanno contribuito ad alimentare una crisi umanitaria che ha pochi eguali. In Afghanistan i profughi raprresentano una cifra vicina al 10% di una popolazione di 40 milioni di persone.

La crisi umanitaria

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Il grafico mostra l’impennata delle persone rimaste senza una casa per colpa dei conflitti. I dati partono dal 2011: dieci anni fa, i nuovi profughi annuali erano 186mila. Nel 2016 il picco: 650mila individui. Molti di loro non hanno trovato una nuova abitazione, dato che le colonne rosse hanno continuato a crescere arrivando a 3,5 milioni, un numero leggermene più alto di quello degli abitanti della città metropolitana di Milano: 3,2 milioni. Quale impatto hanno avuto questi sviluppi sul piano migratorio?

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Dal 2009, l’agenzia europea per le frontiere Frontex ha censito poco meno di 500mila arrivi di migranti dall’Afghanistan. La maggior parte di loro ha utilizzato la rotta del Mediterraneo orientale, rischiando la vita tra Turchia e Grecia. Le ondate migratorie afghane hanno leggermente anticipato quella dei nuovi profughi, con il picco di migranti censiti dall’agenzia delle dogane dell’Unione europea raggiunto a ottobre 2015.

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Allora Frontex ha censito 66mila arrivi in Europa dall’Afghanistan. Da allora, i flussi sono rimasti stabili per quasi cinque anni e il dato torna a crescere nell’autunno 2019, mentre l’Afghanistan precipitava nel caos che l’ha condotto agli ultimi, drammatici esiti di questi giorni.

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