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20 anni dopo l’attacco alle Torri gemelle ci sono ancora conseguenze sulla salute di soccorritori e sopravvissuti

L'attacco terroristico alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001 (Chris Collins/Corbis/Getty Images)
L’attacco terroristico alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 (Chris Collins/Corbis/Getty Images)

Nessuno potrà mai dimenticare. Sono trascorsi 20 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri gemelle, a Manhattan. Circa 3.000 vittime, di cui molte ancora non identificate, e più di seimila feriti: questo il tragico bilancio degli attacchi al World Trade center. A questi morti, negli anni si sono aggiunti e continuano a sommarsi nuovi decessi per malattie causate dall’intensa esposizione a polveri e fumi tossici diffusi dopo l’esplosione.

Fra i più colpiti, oltre ai sopravvissuti, ci sono soccorritori, vigili del fuoco, forze dell’ordine, medici e paramedici, ma anche volontari e agenti preposti alla pulizia e al ripristino dell’area del Ground Zero – il sito dove sorgevano le Torri gemelle – terminati nel luglio del 2002. Più di 250 vigili del fuoco, secondo recenti dati pubblicati sulla rivista Jama, e più di 200 agenti di polizia sono deceduti in questi due decenni a causa di tumori e altre patologie.

Oggi e già da tempo diversi ampi progetti di ricerca, in particolare il World Trade Center (Wtc) Health Program, monitorano nel tempo le patologie comparse nel tempo e correlate agli attacchi alle Torri Gemelle. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’organismo di controllo della sanità pubblica negli Stati Uniti, dalle 400mila alle 500mila persone hanno respirato e assorbito a vari livelli alle sostanze tossiche presso Ground Zero dopo gli attentati. Malattie delle vie respiratorie, come rinosinusite cronica e asma, disturbi del tratto digerente, come reflusso gastroesofageo, e tumori sono fra le più frequenti. Senza dimenticare il macigno psicologico, che in alcuni casi è presente ancora oggi: dal disturbo da stress postraumatico a disturbi di ansia e depressione.

Quando l’aria bruciava

Durante l’emergenza, subito dopo gli attacchi, la maggior parte dei soccorritori non possedeva protezioni adeguate per il viso. Alcuni di loro hanno utilizzato mascherine inappropriate, come quelle antipolvere o le N95 (oggi note e usate contro il coronavirus). L’opzione ideale era invece rappresentata dai respiratori P-100, che però non erano disponibili nella prima settimana delle operazioni. I materiali diffusi in frammenti e polveri erano di varia natura: dal cemento al vetro, da plastica a cellulosa, fino a parti metalliche e amianto (circa lo 0,8% del complesso ne era costituito).

Fra gli agenti cancerogeni c’erano idrocarburi policiclici aromatici, bifenili policlorurati, metalli pesanti, benzene e diossine. Nell’immediato e nel periodo subito successivo quasi la totalità dei soccorritori ha avuto tosse, congestione nasale, mal di gola, come spiega su Jama lo pneumologo newyorkese David Prezant, che l’11 settembre 2001 si trovava proprio sotto il World Trade Center e che da allora ha seguito i soccorritori feriti e colpiti da malattie associate all’esposizione alle polveri. Nel tempo, poi, tosse e mal di gola sono migliorati, lasciando il posto a sintomi più duraturi, quali sinusite cronica e disturbi del tratto gastrointestinale, in particolare reflusso gastroesofageo. Secondo gli studi del Fire Department della Città di New York (Fdny), presso cui Prezant è vicedirettore medico, questi disturbi sono ancora presenti e riportati circa dal 40% dei soccorritori e dei vigili del fuoco (su un campione di oltre 15mila).

Le malattie in numeri

Il Wtc Health Program ha arruolato più 110mila persone, fra cui 80mila soccorritori, come vigili del fuoco e volontari, e più di 30mila sopravvissuti agli attentati. Nella maggior parte dei casi sono di sesso maschile (79%) e la fascia d’età più diffusa è quella che va dai 55 ai 64 anni. Per ricevere un rimborso per le cure per i danni economici e morali le persone coinvolte devono passare attraverso questo programma per ottenere una una certificazione.

Finora degli oltre 110mila partecipanti al Wtc 65mila hanno ottenuto il riconoscimento della diagnosi di una patologia correlabile agli attentati dell’11 settembre. Altre circa 4.600 (per la precisione 4.627) sono decedute in questi anni. Questo significa che più della metà delle persone coinvolte ha avuto una o più conseguenze per la salute psico-fisica. Il progetto rende noti i dati aggiornati delle condizioni più diffuse, che, come vediamo dal grafico, hanno colpito maggiormente i soccorritori.

Ricordiamo che questi sono stati esposti per lungo tempo (anche settimane o mesi) per la conclusione dei lavori a Ground Zero. Il disturbo più diffuso è la rinosinusite cronica seguita al secondo posto dalla malattia da reflusso gastroesofageo (Gerd).

A seguire ci sono tumori, poi asma, apnee del sonno, disturbo da stress postraumatico. E ancora malattie respiratorie croniche, esacerbazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), ansia e depressione maggiore. Queste sono le 10 condizioni più ricorrenti.

Non bisogna sottovalutare l’impatto della Gerd, seconda per incidenza, che ha colpito circa 25mila soccorritori e 5mila sopravvissuti. La comparsa del reflusso e di altri disturbi del tratto gastroesofageo è dovuta probabilmente al fatto che l’esofago è molto esposto, a causa di ingestione accidentale, alle sostanze tossiche presenti nell’aria. Uno studio su Scientific Reports condotto per 15 anni dopo gli attentati stima che il numero di casi di esofago di Barrett (condizione precancerosa) fra i vigili del fuoco delle Torri Gemelle potrebbe essere almeno 6 volte più alto rispetto a quello della popolazione generale.

Entrando nella lista dei tumori associati, ci sono, nell’ordine: neoplasie della pelle (non melanoma), tumore della prostata, del seno, melanoma, linfomi, tumori della tiroide, del polmone, del rene, leucemie, del colon, vescica, mieloma, orofaringe, del retto e neuroendocrini.

I tumori

Quasi 15mila persone, fra soccorritori e sopravvissuti, hanno sviluppato un tumore cui ha contribuito l’attentato alle Torri Gemelle e quasi 800 fino a oggi sono deceduti. In un primo studio su Lancet del 2011, coordinato dallo pneumologo Prezant, l’aumento del rischio di cancro risultava modesto. C’è poi uno studio del 2013 che rilevava una crescita del 15% di tutti i tipi di tumore fra i soccorritori nel periodo dal 2001 al 2008, con una frequenza maggiore fra chi era stato più esposto. E ancora, un lavoro del 2016 indicava una crescita dei casi dell’11% fra i soccorritori e dell’8% fra i sopravvissuti.

I dati sono da prendere con cautela e ancora non si possono trarre conclusioni. In generale mentre le patologie citate prima, respiratorie e gastriche, si sono manifestate entro i cinque anni dall’esposizione, come indicato dai Centri Cdc, la tumorigenesi (la comparsa delle neoplasie) avviene nel corso di decenni, e questo non è un elemento positivo, e a causa di mutazioni multiple. Per esempio nella ricerca su Lancet del 2011 gli autori non avevano rilevato un aumento del carcinoma polmonare, nonostante le vie respiratorie fossero state le più intaccate. Purtroppo questa neoplasia impiega molti anni a manifestarsi e per questo non è escluso che nel futuro possano presentarsi ancora più casi. Per questo è più che mai essenziale monitorare nel tempo la salute di queste persone.

Un trauma che lascia segni a lungo

Il macigno psicologico associato al trauma continua a pesare sulle spalle di molti sopravvissuti e soccorritori (spesso ancora maggiore per primi intervenuti). Nel gruppo del World Trade Center Program quasi 9mila soccorritori e 4mila sopravvissuti hanno avuto o hanno una diagnosi di disturbo da stress post traumatico (Ptsd), una patologia della salute mentale – l’unica di cui si conosce la causa precisa e che è frutto del trauma – che comporta vari sintomi, fra cui ansia, incubi, flashback, ricordi e pensieri ricorrenti e ossessivi.

In molti casi questo problema è presente ancora oggi, a distanza di 20 anni. Ma il trauma ha colpito anche chi non era nelle immediate vicinanze delle Torri gemelle. Secondo uno studio del 2002 su Jama, nella città metropolitana di New York la prevalenza probabile dei casi entro 1 o 2 mesi dall’evento era dell’11,2%, più alta rispetto a Washington (2,7%) e al resto degli Stati Uniti (4%).

Il Ptsd, inoltre, non è l’unico disturbo della salute mentale associato all’11 settembre. Ci sono molti casi di ansia, depressione maggiore e disturbo da uso di sostanze. Da uno studio recentemente pubblicato è emerso che circa un quinto dei membri delle forze di polizia intervenuti e la metà dei soccorritori “non convenzionali” (non traditional responders, ovvero volontari, operatori di associazioni e organizzazioni, personale medico ad esclusione di vigili del fuoco e altre forze di polizia) hanno avuto bisogno di cure e assistenza per la salute mentale.

I partecipanti hanno risposto a circa 6 anni e mezzo di distanza dall’evento. I trattamenti più richiesti sono stati farmaci psicotropi, psicoterapia individuale e counseling per la gestione dello stress. Contro lo stigma è bene ricordare che chiunque può e ha diritto di chiedere aiuto. I dati indicano che le persone di sesso femminile e i soggetti non appartenenti nelle categorie delle forze dell’ordine in media hanno percepito maggiormente l’esigenza di un supporto e di un aiuto psicologico e psichiatrico.

Le storie dei soccorritori

Quando suo fratello è risultato fra gli scomparsi, il vigile del fuoco Daniel Foley l’ha cercato disperatamente ed è riuscito, come aveva promesso, a trovare il suo corpo fra le macerie. Avrebbe potuto smettere di lavorare ma non l’ha fatto: ha prestato soccorso presso Ground Zero fino a maggio 2002. Foley, come racconta la Bbc, è uno degli ultimi oltre 200 pompieri deceduti per malattie conseguenti gli attentati terroristici del 2001, una lunga lista di persone che si somma a quella dei 343 vigili del fuoco morti durante e subito dopo l’attacco.

Ci sono però per fortuna anche storie a lieto fine. Per tre settimane dopo gli attentati Scott McDonough, agente dell’Fbi, ha sorvolato l’area del World Trade Center in elicottero per monitorare le macerie. Lo scopo era controllare che detriti di grandi dimensioni e materiali pesanti non crollassero, causando altri danni e una catastrofe ambientale. McDonough ha tenuto i portelloni dell’elicottero aperti per scattare foto, mentre l’aria contaminata di sostanze tossiche gli bruciava la gola. A quasi 16 anni di distanza, nell’agosto 2017, gli è arrivata una diagnosi di cancro del colon-retto. Ma dopo 2 interventi e sei cicli di chemioterapia, già da qualche tempo McDonough ha superato la malattia, anche se è sempre sotto controllo. La storia è raccontata sulla pagina del sito dell’Fbi che annovera 17 agenti deceduti per malattie legate agli attentati dell’11 settembre.

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