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2020, l’anno del riscatto delle case farmaceutiche

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Fine dell’odio

Vittorio Ferla — 5 Gennaio 2021

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Che la pandemia abbia avuto un impatto devastante sull’economia è sotto gli occhi di tutti. Lo abbiamo visto nel corso del 2020. Tuttavia, la capacità di reazione del mondo dell’economia e dei suoi protagonisti è stata formidabile. A partire da quelle aziende farmaceutiche che pure attirano il sospetto e la diffidenza in molti. La certezza che ci lascia il 2020 è, infatti, che la scienza sta per vincere la sua battaglia contro il virus e che Big Pharma ha avuto e avrà, in questa vittoria, un ruolo cruciale. La sequenza genetica del nuovo coronavirus, SARS-CoV-2, è stata pubblicata già il 12 gennaio dell’anno scorso. Il cerchio si è chiuso ai primi di dicembre, quando la Food and Drug Administration americana (Fda) ha approvato il primo vaccino, sviluppato dalla farmaceutica statunitense Pfizer e dalla società tedesca BioNTech. Di seguito, la Fda ha dato il via libera a un secondo vaccino, realizzato da Moderna. Un terzo vaccino, di AstraZeneca in collaborazione con l’Università di Oxford, è stato approvato dalle autorità di regolamentazione del Regno Unito il 30 dicembre. La rapidità di questi risultati, che ha battuto ogni record di velocità nello sviluppo di vaccini nella storia, è stata a dir poco strabiliante. Basti pensare che l’agente infettivo che causa la malaria è noto da 140 anni e non esiste ancora un vaccino approvato per prevenire la malattia. Lo stesso vale per la tubercolosi e per altri flagelli scoperti in anni recenti come l’Aids.


Allo stesso tempo, il 2020 ha visto una formidabile reazione di tutto il mondo economico e della filantropia in gara per produrre farmaci antivirali, anticorpi monoclonali e altre terapie per trattare il Covid-19, test rapidi per le diagnosi e strategie mediche per curare chi è stato colpito dal coronavirus. Tra gli esempi più interessanti c’è l’International Covid-19 Data Research Alliance, nata per accelerare la ricerca clinica sull’infezione e finanziata da soggetti come la Fondazione di Bill e Melinda Gates, la Chan Zuckerberg Initiative, Mastercard, Minderoo Foundation e Wellcome. Creata per combattere Covid-19, l’alleanza sarà utilizzata pure per prepararsi contro le emergenze future. «In una pandemia, l’agente patogeno ha il sopravvento. Ne sappiamo molto poco, quindi l’accesso alle informazioni diventa un bene importante», ha ricordato in occasione del lancio nel giugno scorso Trevor Mundel, presidente della salute globale presso la Gates Foundation. «Sottoscrivendo accordi sulla condivisione dei dati in anticipo – ha aggiunto Mundel – possiamo evitare di restare intrappolati in un vicolo cieco, salvando così vite umane e ottenendo risposte rapide e definitive. Il sostegno a un’alleanza internazionale sui dati accelererà gli sforzi e fornirà un’eredità per la futura collaborazione sulle pandemie».


Iniziative come queste hanno contribuito a ridurre drasticamente i tassi di mortalità dei casi a partire da aprile. Come ricorda BharathKumarTirupakuzhi Vijayaraghavan, specialista di terapia intensiva nell’Apollo Main Hospital di Chennai in India, intervistato dalla prestigiosa rivista scientifica Nature, «ad aprile, sono deceduti fino al 35% dei pazienti ricoverati nell’unità con Covid-19 e circa il 70% di quelli trattati con ventilatori. Ora, il tasso di mortalità in terapia intensiva per i malati covid è sceso al 30% e per i pazienti sottoposti a ventilazione è sceso intorno al 45-50%. Per tutti noi è un vero sollievo». In tutto il mondo, dagli Usa al Regno Unito all’Italia, queste storie sono all’ordine del giorno. Per quanto terribile sia stata la pandemia, la chiamata alle armi delle aziende contro di essa ha prodotto dei risultati: una notizia che va festeggiata. L’altra conquista cruciale è la collaborazione tra aziende che, di solito, agiscono in competizione tra loro. Nel 2020, nella guerra contro Covid-19, la scienza medica ha avuto l’assistenza di un alleato un tempo improbabile: lo spirito di collaborazione tra aziende, istituzioni accademiche e governi. I rivali aziendali hanno lavorato insieme. Nuove partnership si sono formate al volo in tutto il mondo. Nella corsa ai vaccini, la cooperazione tra le industrie farmaceutiche è stata decisiva. «La quantità di iniziative delle imprese farmaceutiche per sviluppare vaccini contro la pandemia è unica e sorprendente. La loro capacità di unirsi per raggiungere il risultato finale è un’impresa unica nel suo genere», spiega alla rivista Fortune il medico ed epidemiologo Seth Berkley, presidente della Gavi, l’alleanza internazionale per i vaccini che negli ultimi 20 anni ha immunizzato quasi 800 milioni di bambini contro una serie di agenti patogeni mortali, salvando milioni di vite. Fino al 2011, Berkley aveva fondato e guidato l’International Aids Vaccine Initiative. Un’esperienza che gli aveva insegnato molto: basti ricordare che non esistono ancora vaccini per l’Hiv, il virus che causa l’Aids, nonostante quasi quattro decenni di impegno globale, né per la Sars o la Mers, gli altri due coronavirus mortali emersi negli ultimi anni, né per la malattia di Lyme, il virus del Nilo occidentale, lo Zika. Il Gavi, insieme al Cepi (la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) e all’Organizzazione mondiale della sanità, sono inoltre impegnati nel “Covax Facility”, un piano che raccoglie il potere d’acquisto delle nazioni più ricche per garantire un portafoglio di vaccini validi e coordina gli sforzi simultanei a livello mondiale per produrli, immagazzinarli, distribuirli e consegnarli in modo sicuro e veloce a miliardi di persone. La sfida dei prossimi mesi sarà proprio la rapidità nella somministrazione. «Finora hanno aderito più di 170 paesi e stiamo cercando di fare 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021», racconta Berkley. «Niente di simile è mai stato fatto prima. E l’idea che, in una pandemia, il mondo intero si stia riunendo – a partire dall’industria che si è messa alla guida di questo processo – è davvero una grande conquista». Per le imprese farmaceutiche – che, da un sondaggio dell’agenzia Gallup, risultano attualmente il secondo gruppo aziendale più detestato in America – la crisi pandemica ha fornito un’opportunità di riscatto.


L’impressione generale è che l’industria abbia colto al volo l’occasione. Nonostante la cattiva fama, «la risposta alla pandemia e il grande lavoro che gli addetti del settore farmaceutico stanno svolgendo ricorda ai cittadini le loro enormi capacità e quanto possano essere utili al mondo», ha ricordato Bill Gates in una recente intervista. L’aspetto più imprevisto di questa risposta è stata proprio la scelta della collaborazione. Un gigante farmaceutico tradizionale come AstraZeneca, che negli anni passati non è stato un attore importante nei vaccini, ha collaborato con l’Università di Oxford. Hanno collaborato tra loro due rivali come Sanofi e Gsk. La tedesca BioNTech ha testato un nuovo vaccino a Rna messaggero con il gigante Pfizer, a New York, e un secondo con Fosun Pharma, a Shanghai. Senza precedenti anche la collaborazione tra Regeneron e Roche, normalmente concorrenti nel campo dell’oncologia. Queste partnership internazionali tra imprese di solito in competizione tra loro potrebbero effettivamente cambiare il mondo, o salvarne una parte. Restano però alcune domande. L’azione di queste aziende resisterà fino alla fine di questa pandemia? E, soprattutto, potrà estendere il senso di uno scopo condiviso agli altri bisogni insoddisfatti della salute globale? Giovanni Caforio, amministratore delegato di Bristol Myers Squibb, nel corso della conferenza virtuale Brainstorm Health di Fortune si è chiesto: «Non ho mai visto il livello di collaborazione che sta avvenendo oggi: riusciamo adesso a fare tesoro di ciò che abbiamo imparato negli ultimi sei mesi per applicarlo al cancro?». La stessa domanda si potrebbe estendere ad altre malattie. In un’epoca di pandemia, questa sfida riguarda davvero tutti.

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