Month: December 2020

A Natale con il nuovo film di Mirko Alivernini

25 dicembre 2020: il giorno di uscita del nuovo film di Mirko Alivernini “The Woodcutter”. Il regista romano, autore e produttore del progetto con la sua casa di produzione “Mainboard Production”, regala al pubblico un thriller horror – psicologico in grado di stupire attraverso colpi di scena avvincenti, suspence perenne e interrogativi inquietanti.

Mirko Alivernini, primo prosecutore in Italia della metodologia di ripresa a doppia intelligenza artificiale, attraverso l’uso dello smartphone, regala nel giorno di Natale e per le due settimane successive la possibilità di visionare l’opera cinematografica gratuitamente sul canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCCNVXLYq1_bRt0vjgu26EBw/): un evento esclusivo per il pubblico che ha la possibilità di scoprire la nuova opera e goderne la bellezza, prima che ritorni a essere a pagamento.

Nel mese di gennaio 2021 il film sarà usufruibile, a pagamento, anche su Amazon Prime.com, oltre che sul canale YouTube.

Per Mirko Alivernini la possibilità donata al pubblico di visionare “The Woodcutter” gratuitamente per due settimane su YouTube è un segno di riconoscenza e un regalo di buon auspicio per il nuovo anno.

Il settore dello spettacolo, infatti, è stato tra quelli maggiormente colpiti dall’emergenza da Covid – 19 e il regista, così come l’intera produzione, è certo che il 2021 darà ulteriore linfa vitale al settore cinematografico, indugiando sulla bellezza dell’arte.

“The Woodcutter” ha per protagonista l’attrice Paola Lavini, candidata al Globo D’oro 2020, affiancata da un cast di talento: Roberto Rizzoni, Enzo Garramone, Domenico Rolando Astone, Fabio Martorana, Luigi Converso, Mauro Mascitti, Giulio Dicorato e Jole Risi.

L’opera è ambientata in un piccolo paesino dello Utah in cui si verifica un cruento fatto di cronaca: lo sterminio della famiglia Gregor da parte di alcuni giovani del luogo.

Mirko Alivernini con “The Woodcutter” vuole allietare i giorni di festa, attraverso una un’opera stupefacente per narrazione e tecnica, in grado di sorprendere ed emozionare.

OMOVIES Film Festival 2020: ecco i vincitori della 13a edizione

Concluso il concorso di cinema, ideato e organizzato da i Ken Onlus e co finanziata dalla Regione Campania, con un gran gala presentato da Priscilla – Queen of Mykonos e la partecipazione speciale degli attori Maria Bolignano e Cosimo Alberti Miglior lungometraggio è “Nowhere” dei registi colombiani David e Francisco Salazar

Con il Gran Gala condotto da Priscilla – Queen of Mykonos, con la partecipazione speciale degli attori Maria Bolignano (“Made in Sud”) e Cosimo Alberti (“Un Posto al Sole”), si è conclusa la 13esima edizione di OMOVIES Film Festival, concorso internazionale di cinema omosessuale, transgender e questioning promosso e organizzato dall’Associazione i Ken Onlus con la direzione artistica di Carlo Cremona, e con il co-finanziamento della Regione Campania.

Miglior lungometraggio è risultato “Nowhere” dei registi colombiani David e Francisco Salazar, mentre l’americano “Roadkill” di Aliza Brugger è il miglior cortometraggio. La sezione documentari è vinta dall’argentino Fernando Portabales con “Copacabana Papers”, miglior mediometraggio quello dello spagnolo Arantza Ibarra con “Mi Pequeno Gran Samurai”, miglior corto è “O Babado Da Toinha” del brasiliano Sérgio Bloch. A loro è stato consegnato, virtualmente perché in collegamento ma successivamente recapitato, il premio realizzato dall’artista e scultore Pasquale Manzo, rappresentante un Pulcinella simbolo del teatro partenopeo che solleva la “O” di Omovies con una corona per dire che la cultura sconfigge le paure anche quelle nate dalla pandemia.

Durante la serata, andata in onda sul canale Piuenne (17 dgt), in replica sabato 2 gennaio alle 23.40, è stato assegnato anche il premo “Vincenzo Ruggiero” a “Mascara” di Riccardo Arpaia, e i premi speciali a Giovanni Cipolletti come Miglior attore esordiente nel film “Ubbidire” e Mario Autore come Miglior attore under 30 per la sua interpretazione nell’opera “In casa con Claude”, entrambi diretti da Giuseppe Bucci.

«È stata una edizione dai grandi numeri. Abbiamo raggiunto centinaia di migliaia di appassionati di cinema con la programmazione di 62 opere in concorso provenienti da tutto il mondo e una selezione dei migliori lavori presentati nelle precedenti edizioni nella Cinema Room del portale www.omovies.it, e gli approfondimenti sui social network dedicati. Abbiamo innovato e continueremo a farlo i prossimi anni. Rafforzeremo il successo ottenuto con gli utenti online e proseguiremo nella programmazione della neonata Lgbtchannel.tv. In conclusione un ringraziamento particolare alla Regione Campania, senza il cui supporto festival di cinema come il nostro scomparirebbero, al contrario siamo riusciti a fare sviluppo anche in momento di crisi. Non ci siamo fermati, abbiamo proseguito il nostro lavoro con tanto coraggio e siamo stati ripagati dai numeri» dichiara Carlo Cremona.

Il festival, con dodici giorni di programmazione, ha visto come madrina la Croce Rossa Italiana ed è stato dedicato a tutto il personale sanitario e parasanitario. «In continuità con lo scorso anno, quando la nostra scelta ricadde sulla “sedia dei gay” simbolo contro bullismo omofobo, abbiamo voluto dedicare il nostro festival ad una campagna sociale» conclude Cremona.

OMOVIES è il primo festival internazionale di cinema a tematica LGBT+ del Sud Italia, nato nel 2007 con l’obiettivo di promuovere nei circuiti nazionali ed internazionali, Napoli e la Campania quale territori di socializzazione, solidarietà ed accoglienza e favorire lo sviluppo di un turismo differente. L’aspetto innovativo del festival resta il questioning, che vuol dire porsi domande riguardo un tema, una idea e si rivolge agli autori affinché realizzino opere in maniera libera sull’apertura e la condivisione delle tematiche LGBT+. Lo spettatore si troverà in un festival che parla d’amore in modo inclusivo e dei differenti modi di amare, che narra di storie di vita, di sogni, di speranze e di umanità. Per il terzo anno consecutivo l’associazione i Ken risulta aggiudicatrice del cofinanziamento della legge cinema della Regione Campania. L’edizione 2020 è patrocinata dal Comune di Napoli, Città di Caserta, Instituto Cervantes, Goethe Institute, Institut Français, Scuola di Cinema di Napoli, Fondazione Made in Cloister e Croce Rossa Italiana – Campania Napoli.

Foto di una Venezia inedita dal punto di vista delle statue 

Il libro “Sguardi di pietra” con gli scatti realizzati da Marco Sabadin in pieno lockdown: al via la campagna di pre-sale su kickstarter

mmagini a volo d’uccello sui monumenti e le chiese, uno sguardo inconsueto di ripresa. È una Venezia inedita quella descritta in emozionanti fotografie eseguite col drone nel periodo di totale chiusura della circolazione, contenute nelle 174 pagine del libro “Sguardi di pietra” a cura del fotoreporter Marco Sabadin con i testi dello storico Giandomenico Romanelli, Edito da Vision fotografia Venezia. Immagini che danno vita agli sguardi immobili delle statue, finalmente protagoniste, in una città semi deserta, un punto di vista nuovo che stimola il visitatore ad un’osservazione più accurata.

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“Il 2020 ha messo in difficoltà molti di noi, ci ha privato di molte libertà che immaginavamo mai nessuno potesse togliere: abbiamo smesso di viaggiare, di muoverci, di riunirci e divertirci in compagnia. Il Covid 19, così l’han chiamato, ci ha limitato perfino nel respirare. Io ho avuto la fortuna e l’opportunità di documentare alcuni dei terribili momenti del lockdown. Volando con il drone ho fatto vedere al mondo una città deserta, come mai l’avevo vista” racconta Sabadin. Per realizzare questi scatti ha installato la fotocamera sotto ad un quadricottero lavorando in situazioni complesse come il centro storico di Venezia.

“E l’idea che avevo da tempo, ma che non riuscivo a sviluppare, è diventata progetto. E volo su volo, permesso su permesso, sono riuscito a cucire degli itinerari su tutta la città. Ho scattato foto alle statue poste sulle sommità dei monumenti e delle chiese, in qualsiasi momento si potesse scattare. Non si tratta di un catalogo di statue, compito molto più ampio e fuori da quello che mi ero prefissato, vuole essere invece un percorso in itinerari, un punto di vista diverso, inedito. Molti di noi vorrebbero salire su questa o quella finestra, su un campanile piuttosto che sul tetto di una chiesa, per vedere dall’alto, per avere uno sguardo nuovo, per crearsi stimoli nuovi. Questa è l’emozione che vogliamo portare nelle case con questo libro”.

È possibile acquistare il libro in prevendita grazie alla campagna di Kickstarter (su http://kck.st/3qCfcoJ). “In questo periodo difficilissimo, dove il lavoro è mancato a tutti, abbiamo investito molte risorse su questo progetto, ci siamo accollati gli oneri per pagare i testi, la grafica, la post produzione e le traduzioni, resta il costo più oneroso: quello della tipografia. Chiediamo la sponsorizzazione, attraverso la prevendita di “Sguardi di Pietra”, poter raggiungere l’obiettivo e pubblicare questo splendido libro” conclude Sabadin.

Il suo primo libro è sulla moda: la fashion blogger Teresa Morone all’esordio da scrittrice in un progetto edito da SG Media Agency

Ritratto di un sogno è un lavoro letterario pronto a raccontare il vero volto del compartimento moda. Un settore dove emergere è difficile e dove la vita è molto spesso scandita da sacrifici e da tanti anni di studio. Il libro, che utilizza l’espediente narrativo del testo autobiografico, apre una finestra su quella che è la dimensione psicologica e filosofica del sistema moda, che in Italia è fiore all’occhiello del Made in Italy e non solo. Protagoniste del libro sono le biografie di alcune famose stiliste: Bianca Maria Gadola, Daniela Corsetta, Georgeta Surcel e Loredana Consoli.

Le stiliste protagoniste del libro

Quattro donne che prima di essere delle stiliste di grande successo sono state delle vere e proprie sognatrici che hanno “osato” sfidare il mondo per realizzare il proprio sogno.

Bianca Maria Gadola è una rinomata stilista italiana proprietaria dell’atelier “Bianca” con sede tra Bregaglia, Engadina e St. Moritz, una sosta obbligatoria per gli amanti dell’ haute couture e i frequentatori del jet-set;

Daniela Corsetta è la creatrice di #DCCreation marchio che si occupa di abbigliamento e accessori  che ha conquistato personaggi dello spettacolo e non, con sede a Santa Maria Capua Vetere (CE);

Georgeta Surcel è una designer di successo, già vincitrice di rinomati premi internazionali legati al mondo della moda, fondatrice dell’atelier “Giorgia” con sede a Fiuggi;

Loredana Consoli è una stilista di grande talento conosciuta in tutta Italia e fondatrice di “Sartoria Boutique” atelier dove realizza abiti da sogno.

Ritratto di un sogno si propone l’obiettivo di celebrare chi, con i piedi ben piantati a terra ha imparato a farsi strada nella vita, superando ostacoli e difficoltà. Ogni storia all’interno del libro si propone, ambiziosamente, di percorrere un pezzo di vita di queste donne prima ancora che stiliste attraversando un cammino, spesso tortuoso, ma ricco sul piano professionale e umano. Perchè non bisogna dimenticare che un abito sartoriale non è semplicemente un “vestito cucito” ma è una vera e propria storia che deve essere raccontata.

Un lavoro letterario che si è originato attraverso il prezioso strumento “dell’ascolto” – dichiara Teresa Morone blogger e autrice del libro – se ogni libro è un viaggio, allora questo volume rappresenta un cammino verso se stessi attraverso gli altri. Ritratto di un sogno insegna a credere ancora nella bellezza dei propri sogni e soprattutto a realizzarli. Sogni che però, poco hanno a che fare con uno schiocco di dita ma che si realizzano superando molte prove. Investendo il proprio tempo nello studio e nel lavoro, con grande spirito di sacrificio, proprio come hanno fatto le stiliste di cui racconto. La moda di cui scrivo nel libro è lontana dalle tendenze liquide di Baumiana memoria e più vicina al mondo della sartorialità e dell’haute couture. Quando lo stilista era ancora un “couturier” il creatore che tramite la sua arte dava vita ai sogni e in qualche modo cambiava il mondo.

Ritratto di un sogno nasce dalla volontà di SG Media Agency di realizzare un libro impegnato a far fiorire la speranza e la forza di volontà raccontando la parte più bella e genuina dell’Italia, quella che crea e che resiste che non molla di un millimetro e che nessuna pandemia può distruggere. SG MEDIA Agency è un’agenzia che si occupa di comunicazione nel settore fashion&food fondata da Francesca Napolitano e Cristiano Bucciero. SG Media Agency è una realtà di successo tutta italiana che da poco ha dato vita anche a FashionShoppingItaly il primo e-shop fatto esclusivamente da stiliste italiane. Hanno collaborato al libro l’editrice Francesca Napolitano, il fotografo Luca Corsetti, l’editor Gaia Bucciero, Sara Serpietri Salon e Federica Mancini per le acconciature e il trucco.

Teresa Morone è originaria del Sannio Beneventano ed è fondatrice del blog teresamorone.com dove quotidianamente parla di moda e bellezza. La blogger è spesso impegnata in eventi che riguardano il mondo dello spettacolo e della cultura. Oltre alla moda l’influencer è vicina a temi sociali quali l’inclusione, la violenza sulle donne e il bullismo.

Il libro è in vendita online esclusivamente sulla piattaforma https://www.fashionshoppingitaly.com/p/li-002l

LE PIQUET: COME NASCE IL MARCHIO DI VALENTINA E MARCO

Oggi siamo ad intervistare i fondatori di LE PIQUET un marchio che nasce a Venezia nel 2017 dalle aspirazioni di due studenti, Valentina e Marco, in quali hanno voluto conciliare entrambe le loro passioni in un unico prodotto.

Marco, da dove nasce il nome del marchio “LE PIQUET” ?

Il marchio LE PIQUET rispecchia innanzitutto la mia passione principale, il motorsport; l’ispirazione viene in particolare dal leggendario campione, Nelson Piquet: la scarpa doveva avere prima di tutto un carattere forte e determinato!

Inoltre, il logo incarna l’amore di Valentina per il cavallo; Il cavallo da dressage, quello elegante e raffinato, che assume un carattere individuale grazie alla direzione del cavaliere allo stesso modo in cui le nostre scarpe esaltano la personalità di chi le indossa.

Perché un cliente dovrebbe scegliere le calzature Le Piquet e non altri brand presenti sul mercato?

Perchè il nostro prodotto è prodotto in fabbriche esclusivamente italiane, nella terra delle calzature: La Riviera del Brenta.

Inoltre, trattandosi di un Brand “nato e cresciuto” nel mondo sportivo, è un tratto di assoluta peculiarità conciliare l’eleganza di una sneakers LP quindi un aspetto raffinato ma pur sempre d’impatto. Un mix che, secondo noi e la nostra clientela, è talmente unico da non passare di certo inosservato!

DIAMOND COLLECTION: Come arriva l’idea di immettere sul mercato un prodotto di questo tipo?

Con lo sviluppo del Brand anche le idee non finiscono mai; il giovane Designer Marco Lenzoni assieme al team, si è voluto spingere oltre, cercando il segno distintivo che si potesse conciliare con il carattere LP.

E’ lei, la nuova suola Diamond a dominare la scena nella nuova collezione.

In che modo ci si interfaccia con il cliente interessato ai prodotti?

Rinunciando ai canali tradizionali e coinvolgendo direttamente i clienti.

Ora il marchio è in grado di eludere le tradizionali collezioni stagionali, offrendo pubblicazioni settimanali per mantenere un flusso di prodotti. Il 2021 vedra’ presto nascere anche nuovi progetti di collaborazione, in cui il design e la ricerca dei materiali LE PIQUET, elementi peculiari delle collezioni, vengono personalizzati e customizzati a doc dando vita ad esclusive capsule collections.

Cancellare notizie dal web Privacy Garantita società italiana specializzata

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Il diritto all’oblio ha due anime, entrambe di origine giurisprudenziale. L’una di impronta euro unitaria, l’altra con respiro domestico. Per chi vi si accosti sull’abbrivio dell’etichetta comune, la tentazione naturale è di risolverle in un tutt’uno. Ma l’operazione finisce per avvitarsi nelle spire di corrispondenze che non s’incastrano. La sola convergenza a non sollevare dubbi è la centralità del tempo. Anche questa, però – e lo si scoprirà fra un momento –, è percepita diversamente

La versione eurounitaria ha, per la verità, origini spagnole. Perché è proprio l’attività dell’autorità iberica per la protezione dei dati, a partire a un dipresso dal 2010, a tradursi, già l’anno successivo, in oltre novanta ingiunzioni a carico di Google perché provvedesse a rimuovere i links ad articoli di stampa. Di lì, e di rimbalzo, numerose istanze giudiziarie innanzi all’Audiencia Nacional. Una di queste prese la via del Lussemburgo, da dove comincia questo capitolo della nostra storia.

La sentenza della Corte di giustizia nella causa Google Spain SL e Google c. Agencia Española de Protección de Datos e Costeja González sta per il principio a tenore del quale, trascorso un certo lasso di tempo dagli avvenimenti che l’hanno vista, volontariamente o meno, nel ruolo di protagonista, la persona i cui dati figurano su una pagina web, anche se non c’è nulla da obiettare sulla pubblicazione in quel sito, può rivolgersi ai gestori dei motori di ricerca per impedire che l’utenza possa servirsi di tali strumenti per trovare la notizia, da mettere in quarantena perché non più attuale. Più prosaicamente: esiste il diritto a che il proprio nome non sia associato da una ricerca in rete a un qualche risultato, evento, circostanza; diritto che si traduce, operativamente, in quello alla de-indicizzazione, de-listing, del risultato (dunque, se non al suo oscuramento parziale, ad una sorta di «removal of visibility» ai fin di una reperibilità decisamente più difficoltosa).

La pronunzia è assurta al rango di blockbuster. A voler dar conto della letteratura ch’essa ha innescato si riempirebbero pagine e pagine: senza nascondere che a questo profluvio di riflessioni ha contribuito anche chi scrive. Meglio, allora, dare tutto per scontato e passare senz’altro al versante della ricostruzione critica Con una doverosa premessa. L’acquis communautaire va preso sul serio, in tutte le sue articolazioni. Non soltanto, quindi, quelle normative. Sottovalutare gli apporti dei giudici del Kirchberg sarebbe un errore imperdonabile: in effetti, l’«ircocervo mite» – mi si passi l’irriverenza con cui soglio riferirmi alla Cgue – esercita, in forza dell’art. 234 Tfue, una «benevolenza sapiente», in una logica di cooperazione virtuosa col giudice interno, che comunque esita in una res interpretata sostanzialmente vincolante. Questa tecnica, con tutte le sue ambiguità, ha comunque propiziato contributi vigorosi, cui si devono significative rimeditazioni di luoghi comuni apparentemente sedimentati. Eppure, non è oro tutto ciò che promana dal Lussemburgo. Mi sottraggo alle regole letterarie e anticipo la conclusione sul punto: la sentenza Google Spain ha introdotto nel nostro sistema un legal irritant, che porta alle estreme conseguenze le contraddizioni irrisolte della corsa alla protezione dei dati personali

2.1. Riprendiamo le fila del discorso svolto dalla Corte, a partire dal punto in cui non solo si riconosce che il motore di ricerca opera un trattamento autonomo dei dati – e fin qui non c’è di che sorprendersi, posta l’estrema latitudine della definizione di trattamento, in ragione della quale qualunque attività abbia in qualche modo a intercettare risvolti (e diritti) della persona rifluisce nel perimetro applicativo della disciplina sulla privacy informazionale[6] –, ma gli si attribuisce un ruolo sovraordinato. Più in chiaro. Se si sgancia l’attività del motore di ricerca dalla massa magmatica ch’esso sistematicamente scandaglia, si apre alla possibilità che la valutazione di (il)liceità del suo operato sia indipendente da quella relativa al sito sorgente dove l’informazione originaria è contenuta. Si prospetta, così – e non senza sgomento –, un’illiceità a geometria variabile, dove la notizia ingrata per l’interessato campeggia a pieno titolo nel database sorgente (nell’archivio del giornale che l’ha pubblicata a suo tempo; nel registro delle imprese), ma si ammanta di negatività non appena venga catturata dal crawler del Google di turno e, per questa via, messa a disposizione degli utilizzatori del motore di ricerca.

Beninteso, c’è già una qualche difficoltà concettuale ad ammettere che il motore di ricerca ci metta del suo, posto che, per definizione, esso si limita a far approdare sulla schermata dell’utilizzatore quanto abbia raccolto nelle sue ricognizioni della rete. Ma, anche accogliendo l’idea che questa passività meccanicistica possa essere superata in nome del ranking stabilito dall’algoritmo (o, più brutalmente, del fatto che l’informazione è resa disponibile in un luogo digitale diverso dal sito di origine), resta il disagio prodotto dal paradosso in virtù del quale la riedizione di rimbalzo della notizia incorre nella contrarietà al diritto, mentre vi si sottrae la sua versione originale: un po’ come opinare che non incorra nei rigori della legge la pubblicazione di un articolo su un quotidiano, laddove vi incappa la sua riproposizione in una rassegna stampa. Viene così profilandosi un’ipocrisia discriminatoria, in ragione della quale l’immediata disponibilità del dato preoccupa molto di più della sua disponibilità tout court: poco importa, dunque, che l’informazione sia comunque accessibile, basta che non sia a portata di un click del vostro computer. Dove si scopre, per altra e inopinata via, che – come insegnava a suo tempo Marshall McLuhan – il medium è il messaggio; meglio, che la stessa ossessione, la quale in positivo induce a ritenere che o si figura nei primi tre posti dei risultati della query o non si esiste, in negativo porta a ravvisare, nell’emersione di un dato che non ci attalenta, una sorta di lettera scarlatta digitale.

Per un verso, prende così corpo l’aspirazione – teorizzata già da Joseph Kohler un secolo e mezzo fa – ad assumere il controllo dei dati riguardanti la propria persona, con la connessa tentazione di realizzare un’agiografia del sé; per l’altro, si mortifica la logica del diritto all’informazione, perché, piuttosto che stabilire l’illiceità della diffusione dell’informazione, la si bandisce, o quasi, per il quisque de populo, lasciandola impregiudicata per chi abbia i mezzi di andarla a reperire ov’essa risiede lecitamente.

Questo regime schizofrenico appare disperatamente incongruo. Il world wide web è là, con tutti i suoi prodigi e relativi gorghi. Il motore di ricerca non è il banditore inconsulto di accadimenti che vorremmo seppellire; funge, piuttosto, da filo di Arianna nel labirinto digitale, filo che permette di orientarsi, ma non muta l’ecosistema ch’esso aiuta ad attraversare Paralizzarlo nel segno di idiosincrasie private non è diverso dal censuralo perché non racconta la storia che si assume corretta. Messa diversamente: non è l’indice analitico dell’opera, quello che consente di risalire a quanto stiamo cercando, a influenzare, nel bene o nel male, il risultato dell’indagine; e non si va lontano dal vero con l’immaginare che il search engine funzioni come un indice analitico, ancorché in chiave dinamica. La notizia è comunque là, attingibile in ragione del regime che la governa (sì che, se davvero si aspira a limitarne la circolazione, è quello il reale livello d’intervento).

2.2. Ancor più inquietante, se possibile, il bilanciamento d’interessi pre-impostato dalla Cgue.

In estrema sintesi. La sentenza Google Spain sta per: a) la cannibalizzazione dell’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sul diritto al rispetto della vita privata e familiare, ad opera del successivo art. 8, sulla protezione dei dati personali (nel solco dell’eugenetica dei diritti della personalità, propiziata dalle marea montante di leggi sulla privacy informazionale); b) per l’applicazione diretta del su citato art. 8, tramite il rinvio all’art. 6, lett. c) e d) della direttiva 95/46, in ragione del quale i dati personali devono essere adeguati, pertinenti e non eccedenti le finalità del trattamento, nonché esatti e se necessario, aggiornati (ove, per l’appunto, il diritto all’oblio transita attraverso il crivello primigenio di un qualche uso scorretto dei dati personali). La pronuncia, infatti, paventa dati inadeguati, non (più) pertinenti, eccessivi, non aggiornati, conservati troppo a lungo (e, quindi, deperiti?). Insomma, e faticosamente, s’ingegna di divisare una formula magica in termini di improprietà diacronica sopravvenuta: «[…] anche un trattamento inizialmente lecito di dati esatti può divenire, con il tempo, incompatibile con la direttiva suddetta[9]».

Sulla praticabilità di questa traiettoria torneremo fra un momento. Qui conviene sottolineare come questa impostazione preluda ad un bilanciamento fortemente compromesso degli interessi in gioco. Va da sé che di una valutazione incrociata di tal fatta non si possa fare a meno, data la materia con cui ci si misura: con tutti i rischi di paternalismo che vi sono inevitabilmente connessi. Ma spingersi oltre e preconizzare gli esiti di quel bilanciamento è impresa assai più rischiosa. Se si può ragionevolmente convenire che l’interesse della persona a “nascondere” o “modulare” la propria presenza in rete sia normalmente destinato a prevalere su quello economico del gestore del motore di ricerca, appare assai più questionabile la pretesa che analoga prevalenza debba presumersi nei confronti dell’interesse di chi cerca l’informazione. Eppure, la Corte non sembra nutrire dubbi al riguardo: «i diritti fondamentali di cui [agli art. 7 e 8 cit.] prevalgono, in linea di principio, […] anche sull’interesse di tale pubblico a trovare l’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona[10]».

Prescindendo, per un attimo, dal temperamento introdotto subito dopo, vien fatto di ipotizzare che la Corte traduca il bilanciamento in un confronto tra l’idiosincrasia dell’interessato (e la sua aspirazione a costruire il profilo con cui vuole apparire al prossimo, sino a lasciar spazio, come qualcuno ha sarcasticamente rilevato, solo ad authorized biographies, per definizione risolutamente sanitized) e la morbosità di chi accede per caso a un bagaglio informativo e apprende notizie che suonano come gossip. Sennonché, per questa via si va oltre il segno: se tale fosse davvero la linea prevalente, dovremmo rassegnarci all’eclisse dei media. Mentre l’art. 11 di quella medesima Carta riconosce dignità di diritto fondamentale anche alla manifestazione del pensiero, includendovi «la libertà di ricevere o comunicare informazioni o idee»; e il fatto che questa libertà possa essere sfruttata malaccortamente non toglie ch’essa sia uno dei pilastri della nostra organizzazione sociale e democratica. Nulla, dunque, che si possa pretermettere semplicemente perché l’euristica della disponibilità porta in primo piano le incursioni di chi spigola nel mucchio col solo scopo di soddisfare curiosità men che edificanti. Il diritto ad essere informati si fonda su esigenze generali, non sulle sbavature di margine, che vanno sì corrette, ma non a colpi di scure sull’informazione. Eppure proprio a questo eccesso porta la sentenza, là dove mette in chiaro che l’implementazione del diritto all’oblio prescinde dalla natura pregiudizievole dell’informazione che l’interessato vuole deindicizzare. Quanto dire che, agli occhi della Corte di giustizia, l’idiosincrasia personale e l’auto-indulgenza dominano il campo.

2.3. Per inciso, i riferimenti normativi su cui fa leva la sentenza si rivelano alquanto labili. La pretesa inadeguatezza del dato, derivante dallo scorrer del tempo, si scontra con la sua incontestabilità nel sito di origine. E la situazione non è destinata a migliorare col nuovo Reg. europeo n. 2016/79 (in vigore dal 25 maggio 2016, ma caratterizzato da una disperante «efficacia solo parzialmente differita» in forza della quale la disciplina comincia a dispiegare da subito taluni suoi effetti, ma non abroga la direttiva 46/95 fino al 25 maggio 2018, anche se ne condiziona sin d’ora, in via ermeneutica, l’applicazione), che pure prevede, all’art. 17, un’espressa disciplina del diritto all’oblio, sub specie di diritto alla cancellazione. Vi si legge, infatti, che l’interessato può chiederla quando i dati non siano più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti, oppure siano stati trattati illecitamente, etc., senza sostanziare in alcun modo la “deperibilità speciale” da emersione nel motore di ricerca e, anzi, dettando in maniera puntuale le circostanze in cui l’istanza non può essere accolta.

Delle due, l’una. O il dato è disponibile across the board, oppure si deve intervenire alla fonte sulla sua ostensibilità, immaginando che si possano dare ragionevoli giustificazioni al suo accesso. Tutto, insomma, meno che un regime a due facce contrapposte per la stessa fattispecie.

2.4. I contraccolpi della sentenza sono stati clamorosi. Si è scatenata una saga dell’amnesia forzosa in salsa digitale, una versione millenaristica delle memory holes di orwelliana memoria. I numeri alluvionali delle richieste di de-listing mettono in seria discussione il diritto a rquattordici links (poi ridotti a una decina), si sottrae alle suggestioni dell’insegnamento euro-unitario schermandosi dietro la brevità del «tempo trascorso» e la conseguente attualità della notizia. L’indagine, relativa a vicende del 2012/2013 (che avevano visto l’attore coinvolto unitamente ad altri personaggi romani, alcuni esponenti del clero ed altri ricondotti alla criminalità della cd. banda della Magliana, relativamente a presunte truffe e guadagni illeciti) è recente, «di sicuro interesse pubblico, (…), verosimilmente non ancora conclusa, stante la mancata produzione da parte dell’istante di documentazione in tal senso»; i dati personali risultano trattati nel pieno rispetto del principio di essenzialità: «nell’ottica del (…) menzionato bilanciamento, l’interesse pubblico a rinvenire sul web attraverso il motore di ricerca gestito dalla resistente notizie circa il ricorrente deve prevalere sul diritto all’oblio dal medesimo vantato». Si obietterà che il diniego di rimozione dei links è poco significativo, perché condizionato dalla mancata ricorrenza, nel caso di specie, dei presupposti del diritto dell’oblio. Ma non si può dire altrettanto del passaggio in cui il tribunale capitolino smentisce la tesi dell’autonomia del trattamento dei dati, ad opera del motore di ricerca, rispetto a quello nel sito sorgente. Il ricorrente, si osserva, non ha titolo a dolersi dell’eventuale falsità delle «notizie riportate dai siti visualizzabili per effetto della ricerca a suo nome, non essendo configurabile alcuna responsabilità al riguardo da parte del gestore del motore di ricerca (nella specie, Google), il quale opera unicamente quale caching provider ex art. 15 d.lgs 70/03»; in effetti, egli «avrebbe dovuto agire a tutela della propria reputazione e riservatezza direttamente nei confronti dei gestori dei siti terzi sui quali è avvenuta la pubblicazione del singolo articolo di cronaca, qualora la predetta notizia non sia stata riportata fedelmente, ovvero non sia stata rettificata, integrata od aggiornata coi successivi risvolti dell’indagine, magari favorevoli all’odierno istante». Di scorcio, vien fatto di osservare che il giudice capitolino non sembra punto disposto ad avallare una richiesta di rimozione dei links che non sia legata ad un qualche pregiudizio ai diritti della personalità dell’interessato; traluce, sembrerebbe, una palpabile sintonia col monito, intimato di recente dalla Corte di legittimità, che «[i]l  diritto  ad esigere una corretta gestione dei propri dati personali, pur se rientrante nei diritti fondamentali di cui all’articolo 2 Cost., non è un totem al quale possano sacrificarsi altri diritti altrettanto rilevanti sul piano costituzionale[18]»

Più vicino all’ortodossia comunitaria una recente pronuncia del Tribunale di Milano[19], che accredita l’idea di motori di ricerca capaci di fornire «informazioni diverse ed assai più invasive rispetto a quelle fornite dai siti sorgenti» (affermazione implausibile, con la quale, in realtà, si allude non già ad un contenuto diverso, quanto alla maggiore accessibilità del dato), senza però praticarla, posto che, nel caso concreto, l’originaria pubblicazione era stata rimossa, a seguito di accordo transattivo, dall’archivio storico del quotidiano (salvo rifluire in un blog esterno e di lì rimbalzare nella ricerca di Google. Per altro verso, mette conto rimarcare come, piuttosto che fondarsi sull’obsolescenza delle informazioni (che era stata negata da Google nel procedimento seguito alla richiesta di de-listing, come pure dal Garante per la protezione dei dati), la pronuncia meneghina preferisca far leva sul carattere non veritiero, e perciò sostanzialmente diffamatorio, dei dati oggetto di contesa: di qui, si direbbe, l’impulso a sciogliere il nodo del bilanciamento tra oblio e informazione nel senso della prevalenza del primo, in vista dell’inaffidabilità, nella specie, della seconda. Il che, tutto sommato, sembra confermare la riluttanza dei nostri giudici ad avallare una precostituzione valutativa in favore dell’istanza di de-indicizzazione, a prescindere da un qualsiasi vulnus, alla sfera della personalità del soggetto interessato.

A queste due pronunce se ne potrebbero affiancare altre, che pure evocano i dicta degli eurogiudic. Ma non si tarda a scoprire che quelle pronunzie appartengono a un’altra tradizione giurisprudenziale, cui conviene ora rivolgere l’attenzione. Con un’avvertenza: tracciare una linea discretiva sulla base della ricognizione dell’esistente non implica che il reale sia razionale. Solo che lo steccato non si supera facendo di tutte le erbe un fascio, magari evocando il succedersi di diverse stagioni dello stesso istituto giuridico. Le due anime, cui si cennava in esordio, esprimono “filosofie” diverse e, al fondo, conflittuali.

3. La versione domestica del diritto all’oblio ha una storia risalente, che s’interseca (e, talora, si confonde) con quella del diritto alla riservatezza. Non a caso, e a prescindere dalla sconfinata letteratura accademica in materia, l’uno e l’altro sono il frutto di elaborazione giurisprudenziale. Il vero tratto distintivo, comunque, è inequivocabile: per il diritto all’oblio gioca un ruolo cruciale il decorso del tempo.

3.1. L’aspirazione all’oblio presuppone un pregresso di pubblicità. Quale che sia la motivazione sottostante, lusinghiera o aberrante, si ha a che fare con vicende che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico: le luci della ribalta, alla cui invadenza ci si vorrebbe sottrarre. Si dà, dunque, un momento, t0, in cui l’Interessenabwägung si risolvea favore del diritto di cronaca, sì che l’informazione corre in piena legittimità e, magari, con grande risalto; e un altro,t1, in cui si rapportano e confrontano i medesimi interessi, ma, in ragione del tempo trascorso da t0 a t1 (e il silenzio sopravvenuto), si vuole che l’esito valutativo sia capovolto e quell’informazione non possa più circolare liberamente. Procedendo per “tipi ideali”, da rapportare a casistica emblematica, è dato prospettare due situazioni.

A partire da quella della figura pubblica che decide di ritirarsi nell’ombra, come accadde nel celebre caso SidiNon lo racconteremo – altri lo ha fatto, prima e meglio–; ma la vicenda del wonder child, l’ex bambino e poi ragazzo prodigio (non solo per vocazione, ma per disperante pungolo paterno), che, approdato alla laurea in legge di Harvard (e quale altra, sennò?) e all’agognata emancipazione dalle cure genitoriali, sparisce nel nulla, per poi essere ripescato da un’indagine giornalistica del genere «where are they now?»; la vicenda di William James Sidis, dicevamo, è davvero indicativa di un’ansia di anonimato sociale che il passar del tempo colora di determinazione e, a conti fatti, sfocia nell’idea di privacy in guisa di anelito «to be let alone», a esser lasciati in pace. Quest’identificazione tendenziale induce allora a ritenere che, se c’è un proprium del diritto all’oblio, esso va cercato altrove.

L’altra articolazione tipologica (che ha riscontri assai diffusa in chiave comparativa è presto detta. Corrisponde alla pretesa di un individuo di essere dimenticato, o meglio, di non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronac Essa si radica sul rilievo per cui l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto è racchiuso nello spazio temporale necessario ad informarne la collettività, mentre con il trascorrere del tempo si affievolisce fino a scomparire: in sostanza, con il trascorrere del tempo il fatto esce dal pubblico dominio, per riacquisire l’originaria natura di fatto privato. La prima traccia di un’impostazione così orientata si vuole rimonti a Trib. Roma 15 maggio 1995; ma il suggello ufficiale viene da Cass. 9 aprile 1998, n.  che ai tradizionali criteri di verità, pertinenza e continenza, atti a garantire la liceità della divulgazione di una notizia altrimenti diffamatoria o comunque lesiva della personalità dell’interessatoaggiunge quello della «attualità della notizia, nel senso che non è lecito divulgare nuovamente, dopo un consistente lasso di tempo, una notizia che in passato era stata legittimamente pubblicata», perché sussiste il «giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata». Ovvio che anche in questo caso sia in gioco un profilo attinente alla privacy, che mette comunque capo ad una valutazione comparativa con l’interesse pubblico (non a caso si avverte, sin dall’esordio, che ove «il fatto precedente per altri eventi sopravvenuti ritorn[i] di attualità, rinasce un nuovo interesse pubblico alla informazione – non strettamente legato alla stretta contemporaneità fra divulgazione e fatto pubblico – che si deve contemperare con quel principio[28])»: solo che, nella circostanza, il fattore tempo funge da ago della bilancia, ricordando la saggezza pratica dei giornalisti che vedono nella notizia una merce che invecchi in fretta e perde man mano di rilevanza (consentendo, quindi, di valorizzare le istanze contrapposte di tutela della persona).

Quest’epifania del diritto all’oblio, in contrapposizione dialettica alla libertà di manifestazione del pensiero sub specie di diritto di cronaca, può dirsi oggi saldamente ricevuta[29], anche se, come si vedrà tra un momento, i risvolti applicati risultano, per certi risvolti, assai controversi. Va registrata, inoltre, una strisciante tendenza a rivederne l’imprinting, che punta a una riconduzione entro il paradigma dell’identità personale.

3.2. Come si è anticipato, non è tutt’oro quel che luccica. L’elaborazione giurisprudenziale in materia di diritto all’oblio, pur nella versione matura che abbiamo testé delineato, registra sbandamenti anche vistosi.

Partiamo da Cass. 24 giugno 2016, n. 1316. A una prima lettura, la sentenza sembrerebbe dettare un precetto del seguente tenore: dopo due anni e mezzo di permanenza nel sito web di un quotidiano on line, una notizia di cronaca (relativa a una vicenda giudiziaria di natura penale, non ancora approdata a definizione) ha ormai fatto il suo corso e va messa nel dimenticatoio. Precetto che suona alquanto inquietante, posto che, nell’indeterminatezza dei termini temporali idonei ad attivare il diritto all’oblio, una sua operatività in tempi così rapidi non era mai stata ventilata. Ma c’è dell’altro. Nella specie, nessun’ombra si proiettava sull’originaria pubblicazione della notizia (si trattava di una storia di lame e sangue, oggetto goloso di cronaca e attenzione pubblica). Né, chiosa la Cassazione, sulla sua successiva conservazione e archiviazione informatica. La criticità riguarda «il mantenimento del diretto ed agevole accesso a quel risalente servizio giornalistico … e della sua diffusione sul web, quanto meno a far tempo dal ricevimento della diffida … per la rimozione di questa pubblicazione dalla rete» (rimozione che, peraltro, era sollecitamente avvenuta, nel corso del giudizio). La Corte lascia intendere che, nel bilanciamento tra diritti della personalità e diritto all’informazione, il tempo valga a rendere recessiva l’«esigenza informativa e conoscitiva dei lettori», avallando la valutazione del Tribunale per il quale «dalla data della pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale [era] trascorso sufficiente tempo perché le notizie divulgate con [l’articolo] potessero soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica». Ciò implica che la liceità della pubblicazione, anche quando riferita a fatti di rilievo penale, abbia un elevato livello di obsolescenza (dipendente dal tipo e, quindi, dalla rilevanza sociale del crimine) e che, pertanto, buona parte dell’informazione giornalistica scivoli, col tempo, oltre i confini dell’essenzialità che garantisce immunità a chi eserciti il diritto-dovere di cronaca. Diritto che, secondo la pronunzia, vanta i suoi tre quarti di nobiltà costituzionale, ma arrugginisce in fretta, a fronte dell’aspirazione dell’interessato a che le sue tracce vengano coperte e rese inaccessibili.

Fin qui, le ragioni del dissenso rimangono, per così dire, contenute. Ma esse escono dal solco e diventano impellenti non appena si considerino le ricadute sul piano rimediale: le conseguenze dell’illecito accertato, secondo il collegio, non si fermano alla de-indicizzazione, ma si spingono sino alla cancellazione del dato. Non importa che non vi sia più illecito, che l’archiviazione sia legittima e non lasci margine per ulteriori violazioni. Il rimedio — ineluttabilmente sovradimensionato — travolge tutto e, nel segno dell’oblio violato per qualche (breve) tempo, porta alla condanna definitiva della memoria. Il difetto di proporzionalità nel risultato si coglie con più evidenza se lo si riconduce alla dimensione tradizionale del supporto cartaceo: trasponendo la direttiva della sentenza, la pagina (del giornale ormai archiviato) che reca l’articolo andrebbe strappata. Si tratta, con ogni probabilità, di una «unintended consequence» (come definire, altrimenti, la cancellazione di dati che figurano legittimamente in un archivio consentito dalla legge per fini storici?). Magra consolazione, rispetto a quando i libri si bruciavano in odio …

3.3. Non meno plateale la deviazione impressa da Cass. 5 aprile 2012 n. 5525[32]. Nella circostanza, il ricorrente – a fronte di un articolo di cronaca, successivamente approdato nell’archivio del quotidiano, accessibile via internet, in cui si dava notizia dell’arresto in cui era incorso – non contestava la veridicità del contenuto dello scritto, né il fatto ch’esso potesse considerarsi ancora di pubblico interesse; si lagnava, piuttosto, del fatto che non recasse la notizia che l’inchiesta si era poi conclusa con il suo proscioglimento. Salta così agli occhi luce un problema delicato, che anche in altri quadranti desta preoccupazioni, per il vulnus che viene così indebitamente inflitto al «patrimonio intellettuale, etico, ideologico, professionale», in una all’identità della vittima di un gogna mediatica da informazione monca. Ma è proprio questo il punto.In situazioni del genere, di là dalle molte riserve suscitate dal rimedio che la corte ha inteso divisare nella circostanza, non è in gioco l’aspirazione a restare nel cono d’ombra che il tempo ha ispessito. Anzi, il volgere del tempo, che è il vero motore dell’oblio, risulta pressoché irrilevante, perché quello che davvero preme è l’ingiusto stigma riveniente dalla mancata rettifica dell’informazione originaria. Sennonché, in molti non sembrano essersene dati per inteso: con la conseguenza di allargare il quadro, sì, ma di diluirne la salienza. Quanto dire: un diritto all’oblio collegato all’identità personale, ma spogliato della sua identità primigenia.

3.4. Pur collegandosi idealmente a questo filone, fa storia a sé il conflitto, cui già si è accennato di scorcio in precedenza, tra aspirazione all’oblio e presenza di dati personali nel registro delle imprese, cui si riferisce Cass., ord. 15096/15, cit. All’origine della vicenda giudiziale l’azione intentata dall’amministratore unico di una società immobiliare nei confronti della Camera di commercio di Lecce, responsabile – a suo dire – di non aver provveduto a rimuovere dal registro delle imprese la menzione del suo passato quale amministratore e liquidatore di altra società, fallita nel 1992 e cancellata dal registro stesso nel 2005. Omissione dalle conseguenze gravemente lesive della sua immagine commerciale (tradottesi, a dire dell’attore, nella pratica impossibilità di vendere le unità di un complesso turistico realizzato dall’impresa a lui affidata, a causa dell’ineluttabile emersione, nel corso delle trattative, delle vicende pregresse, per effetto del “riuso” dei dati del registro ad opera di agenzie d’informazione professionale). Il Tribunale salentino avallava la richiesta, disponendo l’anonimizzazione dei dati personali dell’attore e sottolineando la dubbia utilità del permanere di quelle informazioni a tre lustri anni di distanza dalla definizione del fallimento e a due anni dall’intervenuta cancellazione della società. Di qui il ricorso per cassazione, imperniato sull’interrogativo se i dati personali, conservati per mandato legislativo dalla Camera di commercio nel Registro delle imprese,  debbano essere, dopo un certo lasso di tempo, sottratti alla pubblica disponibilità.

Era, allora, il turno della Corte di legittimità, la quale sottolineava che la disciplina dell’informazione societaria – e qui si radica la differenza rispetto alla contrapposizione evidenziata nelle pagine precedenti – esprime una matrice obbligatoria, di ordine pubblico; valorizza, cioè, l’interesse della collettività a «conoscere taluni atti essenziali dell’impresa che attengono all’esistenza stessa di ciascun centro d’imputazione di attività economica organizzata e al suo modo di essere, tra cui in special modo le generalità delle persone che hanno il potere di obbligarle». C’era quanto bastava perché il Collegio statuisse che «l’ex amministratore e liquidatore di una società, il cui fallimento sia stato annotato nel Registro delle imprese, e successivamente chiuso con la conseguente speculare annotazione, seguita dalla liquidazione e dalla cancellazione della società dal Registro delle imprese, non ha diritto  ad ottenere dalla competente Camera di commercio la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati relativi all’iscrizione delle cancellare notizie dal google predette cariche, rispondendo le relative iscrizioni alla funzione della pubblicità commerciale, in adempimento dei compiti pubblicistici al detto ente affidati ed in ragione della tassatività delle iscrizioni e cancellazioni degli atti dal Registro delle imprese”.

Sennonché, la riflessione della Corte non si chiude qui. Perché, dopo aver così argomentato, l’ordinanza rilancia il dubbio che il diritto all’oblio possa metter campo a un tempo limite per la disponibilità delle informazioni nel registro e/o a un qualche contingentamento della sua accessibilità. Ecco, allora, gli interrogativi sottoposti alla Corte di giustizia. Il primo riguarda la compatibilità con la disciplina europea in tema di privacy del sistema di pubblicità attuato dal Registro delle imprese. Il secondo rovescia cancellare notizie dal google inopinatamente la prospettiva: rimonta alla prima direttiva 68/151/Cee sulla pubblicità delle società di capitali (ora codificata dalla direttiva 2009/101/Ce del 16 settembre 2009) e chiede se essa lasci margine per una limitazione temporale/soggettiva della disponibilità dei dati, «in base ad una valutazione casistica affidata al gestore del dato». Un ribaltamento di approccio, cancellare notizie dal web  questo, che ha profondamente condizionato la risposta dei giudici del Kirchberg.

La risposta è venuta da una pronuncia resa quando questo scritto era già composto. Corte giust. 9 marzo 2017, causa c-398/15 ha buon giuoco a statuire, in vista dell’affidamento dei terzi rispetto ai rischi connessi all’interazione con società di capitali, da un lato, e la consapevolezza, per le persone fisiche che agiscono per il loro tramite, circa l’obbligo di rendere pubbliche le proprie generalità, che il bilanciamento va risolto nel senso della normale prevalenza dell’interesse dei terzi alla trasparenza e al buon funzionamento del mercato interno. Insomma: niente diritto all’oblio per i dati personali iscritti nel Registro delle imprese.

Rimane, nondimeno, uno spiraglio, propiziato dall’art. 14, comma 1°, lett. a) della dir. 95/46, che facoltizza l’individuo ad opporsi in qualsiasi momento e per motivi preminenti e legittimi, al trattamento di dati che lo riguardano, salva contraria disposizione di legge. Non può escludersi, dunque, che in via eccezionale l’accesso ai dati elimina notizie internet personali riversati nel Registro possa essere limitato, dopo un lasso di tempo sufficientemente lungo dallo scioglimento della società, a chi dimostri di avere un interesse specifico alla loro consultazione. Con due precisazioni: a) perché ciò sia possibile, occorre una specifica indicazione normativa; b) l’interesse fatto valere nel caso di specie (difficoltà a vendere immobili di un complesso turistico perché i potenziali acquirenti hanno accesso, di solito mediato dalle agenzie d’informazione commerciale, al registro delle imprese e possono acquisire contezza della precedente esperienza fallimentare dell’attuale amministratore unico della società venditrice) non ha connotati di preminenza sufficienti a prevalere su quello dei terzi a disporre di tali informazioni.

La pronuncia rivaleggia con i giochi di prestigio. Ammette che, nella ruvidità dell’arena economica, per la disponibilità di certe informazioni non possono fissarsi date di scadenza; ma non si rassegna a riconoscere la subordinazione in assoluto dell’istanza a stender cortine di silenzio su un passato che non garba. elimina notizie dal google La cautela esibita, nella circostanza, dalla Corte di giustizia si tocca quasi con mano, specie nel caveat (altrimenti insignificante nella sua ovvietà) disperso nella massima, dove si precisa: «allo stato attuale del diritto dell’Unione». Con una sorta di (minacciosa) riserva mentale: domani si vedrà!

4. Il diritto all’oblio – avvertivamo all’esordio – ha due anime, che non si sovrappongono. In entrambe conta il volger tempo. Ma solo nella seconda esso diventa il motore immobile – si fa per dire, perché tempus fugit in ogni caso… – della dialettica fra l’aspirazione dell’individuo alla privacy e le tante sfaccettature (destinate ad esercitare un peso volta a volta differente) dell’interesse pubblico alla circolazione dell’informazione. Vale la pena di aggiungere che questa seconda impostazione non è resa obsoleta dalla rivoluzione digitale. La rete ha stravolto le modalità, ma non i valori. L’informazione era disponibile anche prima, sia pure al costo di aprire un libro o di accedere a un archivio. E la tentazione di neutralizzarla – meglio ancora: di sopprimerla –, quando non si allinei a un qualche disegno sovraordinato è in circolo da sempre: la biblioteca di Alessandria è bruciata tre volte e mai per autocombustione. Nella prospettiva qui considerata, la novità dell’era informatica sta tutta nella maggiore percezione dell’individuo circa la sua partecipazione al processo di costruzione della “storia di sé”. I fatti sono lì, come ieri e prim’ancora. Ma appaiono più vividi nello specchio magico del monitor che interroghiamo per sapere che cosa gli altri pensano di noi. La notizia in internet non è più capillare di quella veicolata, mettiamo, dalla televisione o dal giornale a larga diffusione. Semmai, essa è contraddistinta da una latenza passiva, che però dilata la sfera della disponibilità virtuale, che sarà attivi tata dalla curiosità, volta a volta di Ulisse oltre le colonne d’Ercole o del voyeur sociale. Tutto ciò, per tagliar corto, può anche esasperare le idiosincrasie soggettive, senza che, per questo, si debba dar ingresso a un’eugenetica privata e arbitraria di quanto la collettività può ricordare. Al netto dei suoi tanti (e inevitabili) contorcimenti, il diritto all’oblio, nella sua versione time-honored – quella che declina la contrapposizione di privacy e libertà d’informazione, riallacciandosi a una tradizione risalente ma in via di continua ridefinizione –, appare in grado di fronteggiare la ricerca di equilibri accettabili anche in un mondo di nativi digitali.

mpossibilità pratica di adempiere l’obbligo documentario e per non far torto a nessuno, si farà riferimento ai soli contributi stranieri di più fresca data: v., pur sempre scegliendo nel mucchio, D. Lindsay, The «Right To Be Forgotten» by Search Engines under Data Privacy Law: A Legal and Policy Analysis of the Costeja Decision, in A.T. Kenyon, Comparative Defamation and Privacy Law, Cambridge University Press, 2016, p. 199 ss.; E. Cooper, Following in the European Union’s Footsteps: Why the United States Should Adopt its Own «Right To Be Forgotten» Law for Crime Victims, p. 32; J. Marshall J. Info. Tech. & Privacy L. p. 185, (2016); M. Crockett (Comment), The Internet (Never) Forgets, elimina notizie dal web  p. 19, SMU Sci. & Tech. L. Rev. p. 151, (2016).

Il «rampantismo» della informational privacy a livello globale è un fenomeno di evidenza plateale: v. gli scritti di G. Greenleaf, a partire dal più recente, ossia Global data privacy laws 2015; 109 countries, with European laws now a minority, 133 Privacy Laws & Business International Reports, 2015. Si tratta, dunque, di una storia di successo, che pure presta il fianco a impietose revisioni critiche, come quella, fondata sulla labilità del principio consensuale e la macchinosità iniziatica della disciplina, di B.-J. Koops, The Trouble with European Data Protection Law, 2014, «ssrn.com».

Non c’è da sorprendersi, s’è detto nel testo; ma ciò non significa che un siffatto sviluppo meriti approvazione incondizionata. Il gestore del motore di ricerca riuscirà, presumibilmente, a sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 15 d.lgs 70/03, in quanto – come osserva, con qualche approssimazione, Trib. Napoli Nord (Aversa), ord. 10 agosto 2016, in Foro it., Le banche dati, archivio Merito ed extra, in margine a una dolorosa vicenda di cronaca) – , non intervenendo «sui contenuti generati dagli utenti che memorizza temporaneamente (come avviene nel caso di Google web Search) non è responsabile per quei contenuti, a condizione che esso provveda alla rimozione degli stessi o alla disabilitazione dell’accesso a quei contenuti non appena venga “effettivamente a conoscenza” del fatto che: (i) le informazioni siano state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete (ossia siano state rimosse dal sito fonte nel quale erano pubblicate) o che l’accesso a tali informazioni sia stato disabilitato dal gestore del sito fonte; ovvero (ii) un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne abbia disposto la rimozione o la disabilitazione». Ma, da responsabile del trattamento, si troverà alle prese con gli stessi obblighi che condizionano l’attività dei siti sorgente: risultato sulla cui congruità è lecito nutrire dubbi profondi, persino per chi paventi i rischi connessi alla messa a disposizione, per gli utenti, di enormi quantità di dati, in assenza di mediazione e contestualizzazione (dimenticando che proprio in queste caratteristiche si dispiegano la novità e il pregio dell’informazione in rete).

[Riguardo a questa ipotesi Cass., ord. 21 luglio 2015, n. 15096, Nuova giur. civ., 2016, I, p. 70, con nota di A. Mntelero, “Right to be forgotten” e pubblici registri (v. altresì G. Carraro, Pubblicità commerciale e “diritto all’oblio” nella prospettiva dei diritti dell’uomo, ibid., II, p.634)  ha sottoposto alla Cgue questione pregiudiziale, che, come si vedrà più oltre, ha ricevuto risposta sostanzialmente negativa (salvo lasciare un margine per interventi legislativi su situazioni dichiaratamente eccezionali). Mette conto notare, tuttavia, come per Carraro, cit., p. 640, piuttosto che puntare al «dato storico, che per sua natura non può essere cancellato … né tantomeno può essere rimosso dal registro», si dovrebbe guardare al «metadato estratto dal registro delle imprese, rielaborato, associato o ridiffuso, che risulta a ben vedere lesivo del diritto al rispetto della vita privata», con la conseguenza che l’istanza di tutela dovrebbe volgersi non «certo verso il conservatore del registro, ma tutt’al più verso le agenzie d’informazioni commerciali». Sull’opportunità di una diversa disciplina del “riuso” sembra convenire anche A. Mantelero, Diritto all’oblio e pubblicità nel registro delle imprese, in Giur. it., 2015, p. 2651, pp. 2660 ss. (arg. anche ex Garante per la protezione dei dati personali, provv. n. 511 del 1° dicembre 2016). Nondimeno, per le ragioni che saranno sviluppate nel testo, l’idea di una disponibilità alla fonte che viene poi contingentata a livello di utilizzazione appare poco convincente, se non malaccorta. V., comunque, per ulteriori approfondimenti, F.J. Zuiderveen Borgesius, J. Gray e M. van Eechoud, Open Data, Privacy, and Fair InformationPrinciples: Towards a Balancing Framework, 30 Berkeley Technology L. J., p. 2073, (2015).

it., 2013, I, p. 2442, che, dopo aver intimato che «[l]a rievocazione di vicende personali ormai dimenticate dal pubblico trova giustificazione nel diritto di cronaca soltanto se siano recentemente accaduti fatti che trovino diretto collegamento con quelle vicende, rinnovandone l’attualità», ha confermato la pronuncia di merito con cui, in ragione della ritenuta arbitrarietà dell’accostamento, era stata considerata illecita la divulgazione, in alcuni articoli pubblicati su un quotidiano, di notizie riferite all’appartenenza a un gruppo terroristico di una persona che vi aveva militato molti anni prima, in concomitanza con il ritrovamento di un arsenale di armi nella zona di residenza dell’ex terrorista. V. altresì Cass. pen., 7 luglio 2016-22 settembre 2016, n. 39452, ibid., II, 621; e Trib. Napoli Nord (Aversa), ord. 10 agosto 2016, cit. («una volta che del fatto il pubblico sia stato informato con completezza, cessa l’interesse pubblico in quanto la collettività ha ormai acquisito il fatto. Non vi è più una notizia. Riproporre l’accadimento sarebbe inutile, poiché non vi sarebbe più un reale interesse della collettività da soddisfare. Non solo inutile per la collettività, ma anche dannoso per i protagonisti in negativo della vicenda. Il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. Come non va diffuso il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponda ad un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia (lesiva) quando ciò non sia più rispondente ad una attuale esigenza informativa»).

 

 

” White Box Italian Aperitif ” il concetto innovativo e moderno anche in assenza della cucina.

The White Box Restaurant Phuket, is the quintessentially elegant, white-washed beach restaurant in Phuket, attracting both tourists and locals alike.
This Phuket restaurant offers an experience which blends the best fine Italian and Thai Cuisine on the island.

Once a famous Kalim beach-front house, this stunning venue was redesigned as an elegant Phuket restaurant, decorated in white and blue, boasting a mediterranean ambiance, while keeping a minimalist style.

This Phuket restaurant boasts a location which is nothing short of breathtaking. With unobstructed views of Patong Bay, and waves almost crashing at your feet, this restaurant in Phuket is paradise.

Questa è la storia di come nasce il White box 12 anni fa a Phuket per poi estendere il concetto di un posto esclusivo specializzato per gli aperitici crudi ITALIANI.

Si analizzeranno candidature per prossime aperture nel Mondo in franchise.

info@whitebox.co.th               blog.whitebox.co.th

Dicembre ha visto l’uscita di Ritratto di un sogno libro d’esordio della fashion blogger Teresa Morone

Dicembre ha visto l’uscita di Ritratto di un sogno libro d’esordio della fashion blogger Teresa Morone nato dalla collaborazione con SG Media Agency e edito interamente dalla stessa SG Media Agency.
Ritratto di un sogno è un lavoro letterario pronto a raccontare il vero volto del compartimento moda. Un settore dove emergere è difficile e dove la vita è molto spesso scandita da sacrifici e da tanti anni di studio. Il libro, che utilizza l’espediente narrativo del testo autobiografico, apre una finestra su quella che è la dimensione psicologica e filosofica del sistema moda, che in Italia è fiore all’occhiello del Made in Italy e non solo. Protagoniste del libro sono le biografie di alcune famose stiliste: Bianca Maria Gadola, Daniela Corsetta, Georgeta Surcel e Loredana Consoli.

Le stiliste protagoniste del libro
Quattro donne che prima di essere delle stiliste di grande successo sono state delle vere e proprie sognatrici che hanno “osato” sfidare il mondo per realizzare il proprio sogno.
Bianca Maria Gadola è una rinomata stilista italiana proprietaria dell’atelier “Bianca” con sede tra Bregaglia, Engadina e St. Moritz, una sosta obbligatoria per gli amanti dell’ haute couture e i frequentatori del jet-set;
Daniela Corsetta è la creatrice di #DCCreation marchio che si occupa di abbigliamento e accessori che ha conquistato personaggi dello spettacolo e non, con sede a Santa Maria Capua Vetere (CE);
Georgeta Surcel è una designer di successo, già vincitrice di rinomati premi internazionali legati al mondo della moda, fondatrice dell’atelier “Giorgia” con sede a Fiuggi;
Loredana Consoli è una stilista di grande talento conosciuta in tutta Italia e fondatrice di “Sartoria Boutique” atelier dove realizza abiti da sogno.

Ritratto di un sogno si propone l’obiettivo di celebrare chi, con i piedi ben piantati a terra ha imparato a farsi strada nella vita, superando ostacoli e difficoltà. Ogni storia all’interno del libro si propone, ambiziosamente, di percorrere un pezzo di vita di queste donne prima ancora che stiliste attraversando un cammino, spesso tortuoso, ma ricco sul piano professionale e umano. Perchè non bisogna dimenticare che un abito sartoriale non è semplicemente un “vestito cucito” ma è una vera e propria storia che deve essere raccontata.

Un lavoro letterario che si è originato attraverso il prezioso strumento “dell’ascolto” – dichiara Teresa Morone blogger e autrice del libro – se ogni libro è un viaggio, allora questo volume rappresenta un cammino verso se stessi attraverso gli altri. Ritratto di un sogno insegna a credere ancora nella bellezza dei propri sogni e soprattutto a realizzarli. Sogni che però, poco hanno a che fare con uno schiocco di dita ma che si realizzano superando molte prove. Investendo il proprio tempo nello studio e nel lavoro, con grande spirito di sacrificio, proprio come hanno fatto le stiliste di cui racconto. La moda di cui scrivo nel libro è lontana dalle tendenze liquide di Baumiana memoria e più vicina al mondo della sartorialità e dell’haute couture. Quando lo stilista era ancora un “couturier” il creatore che tramite la sua arte dava vita ai sogni e in qualche modo cambiava il mondo.

Ritratto di un sogno nasce dalla volontà di SG Media Agency di realizzare un libro impegnato a far fiorire la speranza e la forza di volontà raccontando la parte più bella e genuina dell’Italia, quella che crea e che resiste che non molla di un millimetro e che nessuna pandemia può distruggere. SG Media Agency è un’agenzia che si occupa di comunicazione nel settore fashion&food fondata da Francesca Napolitano e Cristiano Bucciero. SG Media Agency è una realtà di successo tutta italiana che da poco ha dato vita anche a FashionShoppingItaly il primo e-shop fatto esclusivamente da stiliste italiane. Hanno collaborato al libro l’editrice Francesca Napolitano, il fotografo Luca Corsetti, l’editor Gaia Bucciero, Sara Serpietri Salon e Federica Mancini per le acconciature e il trucco.

Teresa Morone è originaria del Sannio Beneventano ed è fondatrice del blog teresamorone.com dove quotidianamente parla di moda e bellezza. La blogger è spesso impegnata in eventi che riguardano il mondo dello spettacolo e della cultura. Oltre alla moda l’influencer è vicina a temi sociali quali l’inclusione, la violenza sulle donne e il bullismo.
Il libro è in vendita online esclusivamente sulla piattaforma https://www.fashionshoppingitaly.com/p/li-002/

Cancellare notizie da Google :Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR)

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in vigore da maggio 2018, regola il diritto all’oblio, agli articoli 17, 21 e 22.

Il diritto di opposizione dell’interessato pone fine al trattamento per motivi di marketing diretto (art. 21, par. 2). È derogabile se il trattamento ha fini di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, e ciò avviene per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico (art. 21, par. 6).
La richiesta dell’interessato deve essere legittimamente motivata (art. 17) e il titolare può comunque riprendere il trattamento se dimostra motivi legittimi cogenti e prevalenti sui diritti e le libertà dell’opponente, inclusa quella di azione in giudizio (art. 21).

Qualora l’interessato abbia prestato il consenso al trattamento dei dati (art.9, par.2, a) oppure il trattamento sia necessario per motivi di interesse pubblico (art. 9, par.2, g), il diritto all’oblio dell’interessato è posto entro i limiti dell’art. 22.

Per le categorie particolari di dati personali (elencate all’art. 9 par.1) di cui è vietato il trattamento, trova applicazione l’art. 22 par. 2: nel caso in cui la decisione del titolare basata unicamente sul trattamento automatizzato sia necessaria per la conclusione o l’esecuzione di un contratto tra l’interessato e un titolare del trattamento, o sia autorizzata dal diritto dell’Unione e dello Stato membro, l’interessato “ha almeno” il diritto di ottenere l’intervento umano da parte del titolare del trattamento, di esprimere la propria opinione e di contestare la decisione (art. 22, par. 1 e applicazione del par. 3)

Come diritto collegabile alla cancellazione permanente dei dati, l’art. 16 afferma che l’interessato ha diritto ad ottenere l’integrazione e la rettifica dei propri dati personali. Il testo non rinvia esplicitamente ad eccezioni, casi particolari o limitazioni ulteriori di quest’ultimo diritto.

Lo schema di decreto provvisorio, approvato il 21 marzo 2018, conferma quanto segue: “le p.a. trattano dati sensibili senza il consenso dell’interessato e, quindi, esclusivamente sulla base di una legge o di un regolamento”[1].

Il codice fiscale è una delle principali chiavi identificative di accesso per le banche dati della PA, e, relativamente ai servizi sul web, tramite ulteriori parametri di autenticazione.

Orientamento giurisprudenziale[modifica | modifica wikitesto]

In Italia il diritto all’oblio è relativamente “nuovo”, essendo comparso nella giurisprudenza solo a partire dagli anni novanta del XX secolo[2].

La Corte di Cassazione lo ha definito come il:

«[…] giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata»
(U. Ambrosoli, M. Sideri, Diritto all’oblio, cit.)

Tale principio si applica sia ai cittadini comuni che ai personaggi che hanno (o hanno avuto) grande notorietà[3]. Il diritto all’oblio non è applicabile nel caso in cui, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.

In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione; a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti.

Questo principio, fondamento di una corretta applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, si basa sul presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto, cessa di essere utile per l’interesse pubblico: smette di essere oggetto di cronaca e ritorna ad essere un fatto privato. Nel momento in cui l’interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, è opportuno tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto facendo prevalere il diritto alla riservatezza sul diritto di cronaca. Nel caso, ad esempio, del reato di lesioni personali, per i protagonisti in negativo della vicenda è inizialmente giustificata dalla necessità di informare il pubblico, non lo è più dopo che la notizia sia risultata largamente acquisita. Questo diritto difende indirettamente anche le vittime, in quanto ogni volta che un caso viene rievocato finisce per pesare di riflesso su chi lo ha dolorosamente subito nel ruolo di parte lesa (si pensi al caso delle violenze sessuali).

Un altro fattore da tenere in considerazione riguarda l’articolo 27, Comma 3° della Costituzione secondo cui “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato” (principio della funzione rieducativa della pena). Il diritto all’oblio favorirebbe, in questo senso, il reinserimento sociale dell’accusato, il suo ritorno alla società civile.

Sull’esistenza del diritto all’oblio si è espressa positivamente anche la Suprema Corte di Cassazione. Con la sentenza 16111 del 2013 (Cassazione Civile) la Corte ha affermato che, per reiterare legittimamente notizie attinenti a fatti remoti nel tempo, è necessario il rilevante collegamento con la realtà attuale e la concreta utilità della notizia, da esprimersi sempre nei vincoli della cosiddetta “continenza espositiva”[4].

La sentenza numero 23771/2015[5] del Tribunale di Roma ha precisato che il diritto all’oblio non è altro che una particolare espressione del diritto alla riservatezza e ha chiarito quali sono i presupposti al ricorrere dei quali è possibile ottenere l’attuazione del diritto all’oblio. Innanzitutto si è sancito che il fatto che si intende “dimenticare” non sia recente ma, piuttosto, sia trascorso un determinato lasso di tempo dall’avvenimento in questione e, in secondo luogo, si è precisato che tale fatto deve avere uno scarso interesse pubblico. Del resto è necessario un bilanciamento del diritto all’oblio sia con il diritto di cronaca che con l’interesse pubblico a conoscere le informazioni che possono essere acquisite attraverso la rete internet.

In aggiunta al prima citato articolo 27, Comma 3 della Costituzione bisogna anche tenere conto dei dati personali che entrano in gioco spesso correlati al diritto all’oblio. A tal proposito, si può far riferimento al Regolamento Comunitario sulla protezione dei dati “relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali” del 27 aprile 2016 [6], secondo il quale, all’articolo 17 comma 1 (“Diritto all’oblio e alla cancellazione”) l’interessato ha il diritto di richiedere la rimozione dei dati personali che lo riguardano, in particolare in relazione ai dati personali resi pubblici quando l’interessato era un minore, se sussiste uno dei seguenti motivi:

“a) i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;

c) l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2;

d) i dati personali sono stati trattati illecitamente;

e) i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1.

Tuttavia al comma 3 del medesimo articolo vengono specificati i casi in cui il trattamento dei dati è necessario:

“a) per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione;

b) per l’adempimento di un obbligo legale che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;

c) per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità dell’articolo 9, paragrafo 2, lettere h) e i), e dell’articolo 9, paragrafo 3;

d) a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’articolo 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento;

e) per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.”

In Italia, il diritto all’oblio viene rispettato anche al di fuori delle aule di giustizia e a tenerlo in debito conto, innanzitutto, è il Testo unico dei doveri del giornalista[7], entrato in vigore il 3 febbraio 2016, il cui articolo 3 impone a tutti i giornalisti il rispetto dell’identità di ciascuna persona coinvolta nei fatti trattati (punto a) e del reinserimento sociale da parte di un condannato (punti b e c).

L’intervento del garante della privacy[modifica | modifica wikitesto]

In Italia il principio del diritto all’oblio si concretizza grazie al Garante per la protezione dei dati personali. Il Garante della privacy nel 2005 ha provato ad individuare una soluzione tecnica per garantire la trasparenza sull’argomento ed evitare che si creino, tramite i motori di ricerca, delle gogne elettroniche. Il Garante ha esaminato un caso[8] in cui a un soggetto era stata erogata una sanzione da parte di un ente pubblico. Sul proprio sito web l’ente aveva indicato la violazione ed il nome del violatore, al che l’interessato aveva richiesto che fosse tolto il suo nome, invocando il diritto alla riservatezza. Il garante stabilì:

«che l’ente continui a divulgare sul proprio sito istituzionale le decisioni sanzionatorie riguardanti l’interessato e la sua società, ma – trascorso un congruo periodo di tempo – collochi quelle di vari anni or sono in una pagina del sito accessibile solo dall’indirizzo web. Tale pagina, ricercabile nel motore di ricerca interno al sito, dovrà essere esclusa, invece, dalla diretta reperibilità nel caso si consulti un comune motore di ricerca, anziché il sito stesso.[9]»

Nel gennaio 2013 il giudice unico del Tribunale di Ortona (CH) ha condannato la testata online PrimaDaNoi.it al pagamento di una multa di oltre 17 mila euro, comprensiva di risarcimento danni e spese legali, per un fatto di cronaca giudiziaria avvenuto nel 2008 che aveva coinvolto due ristoratori. Nel 2010 uno dei due esercenti, appellandosi al diritto all’oblio, aveva richiesto al direttore del quotidiano di rimuovere l’articolo che lo riguardava, ma la richiesta era stata rifiutata. Nel 2011 il pezzo era stato cancellato dai motori di ricerca a titolo meramente transattivo. Nel 2013, a seguito della condanna del tribunale, l’articolo è stato rimosso anche dall’archivio della testata.

Secondo il giudice, «il trattamento dei dati personali si è protratto per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi (esercizio del diritto di cronaca giornalistica) per i quali i dati sono stati raccolti e trattati».[10] L’editore della testata, a febbraio 2013, ha proposto ricorso in Cassazione contestando non solo la nullità della sentenza («nessuno si è accorto della omessa notificazione del ricorso e/o dell’assenza dal giudizio del Garante per la protezione dei dati personali», sostiene la difesa) ma anche il fatto che essa sia «lesiva dei diritti ed interessi sanciti dalla legge a garanzia delle attività e finalità giornalistiche».[11][12]

Nel provvedimento n. 400 del 6 ottobre 2016 il Garante della Privacy ha stabilito che non è possibile invocare il diritto all’oblio per vicende giudiziarie il cui iter processuale si sia concluso da poco tempo, anche se il tema è di particolare gravità. In questi casi prevale l’interesse pubblico a conoscere le notizie. Con questa motivazione, l’Autorità garante ha dichiarato infondata la richiesta di deindicizzazione di alcuni articoli presentata da un ex consigliere comunale coinvolto in un’indagine per corruzione e truffa[13].

Persona offesa

Il Garante della privacy ha applicato il principio del diritto all’oblio anche nel caso di una persona offesa. A distanza di tempo, periodicamente, la stampa riprendeva l’accaduto. La persona offesa ha chiesto ed ottenuto che della vicenda non se ne dovesse più parlare.[14][15]

Principio della pertinenza

Il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati trova un limite nel principio della pertinenza: i fatti possono essere riproposti, anche a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi fatti di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.[16]

Diritto all’oblio anche senza nome 

Nel mese di luglio 2019, il Garante della Privacy ha stabilito che il diritto all’oblio possa essere invocato anche partendo da dati presenti sul web e che non siano nome e cognome dell’interessato, nel caso lo rendano identificabile, anche in via diretta. Questa decisione si riferisce al reclamo di un professionista che aveva chiesto invano a Google di cancellare una URL reperibile online digitando non il proprio nome, ma la sua qualifica di presidente di una determinata cooperativa[17].

I casi 

Tale diritto all’oblio è stato affermato per la prima volta nel corso di un processo riguardante la pubblicazione, nell’ambito di un gioco a premi, del 14 gennaio 1990 da parte del quotidiano romano “Il Messaggero” di una prima pagina del 7 dicembre 1961 nella quale si riportava foto e nome di un individuo reo confesso di omicidio che nel frattempo aveva espiato la pena e si era reinserito nella società; secondo il Tribunale di Roma (sent. 15 maggio 1995) ciò che in realtà difetta nella riproduzione a distanza di circa 30 anni della notizia di cui trattasi è l’attualità del pubblico interesse. Il quotidiano ha quindi pesantemente interferito sulla vita privata del soggetto senza che vi fosse alcuna utilità sociale nell’informazione resa al pubblico per un occasionale motivo di gioco.

Il tribunale riconobbe gli estremi del reato di diffamazione (art. 595 c.p.). L’editore fu quindi condannato al risarcimento della parte lesa.

Nel 29 novembre 1996 la programmazione di Rai 1 prevedeva la messa in onda de “Il caso Bozano” per il ciclo “I Grandi Processi”, programma mirato ad approfondire i processi di cronaca che in tal caso si sarebbe dovuto occupare dell’omicidio di Milena Sutter avvenuto il 6 maggio 1971. I familiari della vittima, venuti a conoscenza di tale evento, chiesero all’emittente di bloccare la messa in onda invocando “sensibilità per un una ferita ancora aperta”. La Rai si rifiutò.[19]

I familiari si rivolsero dunque al Tribunale di Roma, invocando il diritto alla riservatezza e affermando che il programma riporterebbe “all’impietosa curiosità dei telespettatori il nome, l’immagine e i sentimenti della vittima e dei suoi familiari a fini di spettacolo e senza alcuna giustificazione sul piano dell’informazione”.

Il Tribunale di Roma rigettò il ricorso, affermando che “l’interesse del singolo a veder tutelata la propria vita privata e ad impedire il perpetuarsi del ricordo di avvenimenti dolorosi che lo hanno visto protagonista è destinato a soccombere se siffatti avvenimenti possano considerarsi come facenti parte del contesto sociale nel quale si sono verificati e su di essi non si sia mai sopito l’interesse della collettività, di modo che, potendo essere considerati un fatto di cronaca idoneo a suscitare riflessioni, commenti e giudizi, possa la loro divulgazione ritenersi giustificata da un interesse social”.

Nel novembre 2000 i giornali annunciano che di lì a pochi mesi andrà in onda su Canale 5 uno sceneggiato televisivo dal titolo Uno bianca, che ripercorre le gesta criminali compiute dai fratelli Savi, ritenuti colpevoli dell’omicidio di 24 persone a seguito delle loro folli scorribande in Emilia-Romagna negli anni tra il 1987 e il 1994. I personaggi hanno tutti nomi di fantasia. Tra di essi c’è Milvia, una ragazza italiana, mora, rappresentata come succube e vittima di uno dei banditi cui è sentimentalmente legata, mai sospettata dagli inquirenti di complicità nei delitti. Il nome è facilmente riconducibile a quello di Eva Mikula, personaggio reale, fidanzata con uno dei fratelli Savi nel periodo che coincide con le gesta criminali della banda. Eva Mikula entra in possesso del copione dello sceneggiato e lo visiona, chiedendo a Mediaset S.p.A. di bloccare la programmazione dello sceneggiato.

La richiesta viene inizialmente rifiutata. Con procedimento d’urgenza Eva Mikula ricorre al Tribunale di Roma chiedendo che venga inibita a Mediaset la messa in onda dello sceneggiato perché genericamente lesivo della sua onorabilità e del diritto all’oblio. Il Tribunale respinge la richiesta, affermando che “Non è lesivo della personalità altrui uno sceneggiato televisivo basato su fatti di cronaca che per la loro eccezionalità e per la efferatezza dei delitti rievocati necessitano di essere ricordati e tramandati, non potendosi invocare una sorta di diritto all’oblio rispetto a vicende per le quali non sia venuto meno l’interesse del pubblico” (Tribunale di Roma, 1º febbraio 2001).

In approfondimento al caso va detto che il personaggio di Milvia è indulgente nei riguardi della Mikula, per come questa viene rappresentata nello sceneggiato. Milvia è decisamente succube del capo della banda, dal quale viene spesso maltrattata, aspetto che slega il personaggio da un’effettiva complicità con le imprese criminali della banda. Non si può certo dire, quindi, che la reputazione della Mikula ne esca compromessa, poiché la figura rappresentata corrisponde a quella sempre rivendicata da lei stessa durante i vari processi.[20]

Obbligo di aggiornamento

Oltre all’aspetto principale, per la Cassazione (sent. 5525/2012) la questione si presenta anche come un problema di aggiornamento (quindi di incompletezza dell’informazione) che chiama in causa il requisito della verità della notizia anziché quello dell’interesse sociale; più precisamente, il caso in cui è chiamata a statuire riguarda un uomo politico ancora in attività che lamentava la permanenza della notizia del suo arresto avvenuta molti anni prima senza l’informazione del successivo proscioglimento, così l’interessato aveva fatto ricorso al garante per richiederne la cancellazione dagli archivi online dei giornali che però aveva respinto il ricorso sottolineando che si trattava di politico ancora in attività e quindi la soluzione della deindicizzazione non andava bene perché l’interesse alla conoscenza della notizia non era del tutto escluso.

La Cassazione afferma che la notizia deve rimanere ed anche essere reperibile, tutt’al più deve essere aggiornata, perciò richiama al riguardo l’art. 7 del Codice per la protezione dei dati personali e rinvia al giudice perché individui lo strumento per realizzare il diritto all’aggiornamento, quindi in questo caso non è corretto parlare di diritto all’oblio ma di quello alla contestualizzazione dei dati; in seguito la sentenza ha suscitato molte preoccupazioni in quanto si è pensato alludesse a un obbligo di aggiornamento continuo indipendentemente da richieste o segnalazioni degli interessati (materialmente quasi impossibile), ma in realtà l’obbligo di aggiornamento sorge solo se c’è una richiesta al riguardo, inoltre la sentenza continua a fare riferimento ad obblighi del sito originario e non coinvolge in alcun modo il motore di ricerca.[18]

Un primo tentativo di regolamentare tale fattispecie di diritto all’oblio è stato effettuato dal governo francese in un accordo con gli editori, attraverso la discussione della Charte du droit à l’oubli dans les site collaboratifs et les moteurs de recherche.[21][22][23][24][25][26]

Germania 

Un caso concreto si è verificato in Germania con la richiesta da parte di due fratelli condannati per l’omicidio dell’attore Walter Sedlmayr. Hanno presentato richiesta di cancellazione dei loro nomi da  Il 27 ottobre 2009 gli avvocati dei due fratelli condannati per omicidio hanno mandato una lettera di diffida alla Fondazione Wikimedia richiedendo che i nomi dei colpevoli fossero rimossi dalla pagina Wikipedia in inglese sulla vittima, citando la decisione del 1973 della Corte Federale Costituzionale che consente la rimozione del nome di un criminale dagli ultimi resoconti, una volta terminata la custodia cautelare. Precedentemente, il rappresentante legale dei due fratelli aveva vinto una sentenza in contumacia presso la Corte Tedesca contro la Fondazione Wikimedia. Secondo l’Electronic Frontier Foundation, gli avvocati avevano anche contestato un Internet service provider in Austria che aveva pubblicato i nomi dei colpevoli. Wikimedia ha sede negli Stati Uniti, dove il Primo Emendamento protegge la libertà di parola e di stampa, sotto le quali dovrebbero rientrare gli articoli di Wikipedia. In Germania, invece, la legge cerca di proteggere il nome dei privati dalla pubblicità indesiderata. Il 18 gennaio 2008 una corte ad Amburgo ha sostenuto i diritti personali dei due fratelli, che per la legge tedesca includono la rimozione dei loro nomi dagli archivi del caso. Il 12 novembre 2009 anche il New York Times ha riportato la notizia che uno dei due fratelli aveva una causa in corso contro la Fondazione Wikimedia in una corte tedesca. Coloro che hanno curato l’articolo sulla vittima sulla pagina tedesca di Wikipedia hanno rimosso i nomi dei colpevoli. The Guardian ha notato che però la causa ha portato ad effetto Streisand, ossia ad un’ampia pubblicizzazione del caso dovuta all’azione giudiziaria. Il 15 dicembre 2009, la Corte Federale Tedesca di Giustizia (Bundersgerichtshof) di Karlsruhe ha deciso che i siti internet tedeschi non devono controllare i loro archivi in modo da provvedere alla protezione permanente dei diritti personali per criminali condannati. Il caso si è presentato quando il nome dei due fratelli è stato trovato sul sito web Deutschlandradio, in un articolo di archivio datato luglio 2000.

Nel caso Melvin v. Reid (1931), un’ex-prostituta venne accusata di omicidio e in seguito assolta. Successivamente tentò di assumere un ruolo anonimo e riservato nella società. Tuttavia, il film The Red Kimono rivelò la sua storia, e lei fece causa al produttore.[34][35] La corte stabilì che “ogni persona che vive nella rettitudine ha diritto alla felicità che include la libertà da inutili attacchi alla propria persona, condizione sociale o reputazione.”[36]

Tuttavia nel caso Sidis v. FR Publishing Corp. il querelante William James Sidis, che era stato un bambino prodigio, desiderava trascorrere la vita adulta in tranquillità, nell’anonimato; purtroppo il suo desiderio venne disatteso da un articolo sul The New Yorker.[37] La corte stabilì in tale sede che esistono limiti al controllo sulla vita di un individuo e sui fatti a lui connessi, che esiste un valore sociale associato a fatti pubblicati e che un individuo non può ignorare il proprio stato di celebrità soltanto perché lo vuole.

Negli Stati Uniti non è ancora presente la possibilità di far richiesta di deindicizzazione. Nel 2015 è stata presentata da una della maggiori associazioni dei consumatori, Consumer Watchdog, un esposto alla Federal Trade Commission, con la richiesta di investigare sul tema.

Negli Stati Uniti, un sondaggio ha indicato che 9 americani su 10 esigono una qualche forma di diritto ad essere dimenticati.

L’11 marzo del 2015, US Intelligence Squared, un’organizzazione che mette in scena dibattiti competitivi (strutturati sul modello accusa-difesa), ha tenuto un dibattito incentrato sul quesito: “Gli Stati Uniti dovrebbero adottare il “diritto all’oblio” online?” La mozione è stata respinta con una maggioranza del 56% del pubblico votante.

In linea con la proposta secondo cui le uniche informazioni che possono essere rimosse su richiesta dell’utente sono le informazioni che l’utente stesso ha inserito, alcuni critici ritengono che “il diritto all’oblio” vada contro la Costituzione degli Stati Uniti d’America in quanto proponga una forma indiretta di censura.[41]

Molte persone finite sotto l’opinione pubblica, per reati e/o per la loro fama, hanno cercato di assumere un posto tranquillo e anonimo della società ma la possibilità di essere indicizzati ha reso tali soggetti un bersaglio facile per i mass-media. La mancanza di una legge sul “diritto all’oblio” ha generato una varietà di sentenze dei singoli casi: secondo alcuni ogni persona ha il diritto di non ricevere inutili attacchi per la propria posizione sociale o reputazione, mentre per altri esiste un limite al diritto di poter controllare le informazioni sulla propria vita poiché bisogna accettare il proprio status di persona riconoscibile.

Argentina 

L’Argentina ha visto casi di personaggi famosi contro Google e Yahoo! in cui i querelanti richiedevano la rimozione di alcuni risultati di ricerca e collegamenti a fotografie.[42] Un caso, sollevato dall’artista Virginia Da Cunha, ha coinvolto fotografie fatte e caricate online con il suo consenso, però lei ha sostenuto che i risultati di ricerca associavano erroneamente le sue fotografia a contenuti pornografici.[43] Il caso De Cunha ha raggiunto il successo inizialmente, facendo sì che in Argentina i motori di ricerca non mostrino immagini della celebrità. La decisione, nel 2013, era ancora in appello.[44]

India 

Nell’aprile 2016 la Delhi High Court iniziò a esaminare la questione dopo che un banchiere di Delhi richiese che alcune informazioni personali venissero rimosse dai risultati dei motori di ricerca in seguito a una disputa coniugale. In questo caso, poiché la disputa era stata risolta, la richiesta fu considerata valida. La Corte richiese riscontri da parte di Google e altri motori di ricerca entro il 19 settembre per permettere alla Corte ulteriori indagini in materia. In seguito a richiesta da parte della Internet Freedom Foundation (IFF), preoccupata per le implicazioni sui diritti umani che una futura sentenza potrebbe avere, la Corte ha fissato la prossima udienza al 2 febbraio 2017.

Corea del Sud 

Nel maggio del 2016, la Korea Communications Commission (KCC), agenzia statale per la gestione dei media, ha annunciato che i cittadini potranno fare richiesta ai motori di ricerca e agli amministratori dei siti web per evitare che i loro post restino di dominio pubblico.[45] Il KCC ha pubblicato le “linee guida per il diritto di restrizione all’accesso ai post da personal computer”, che entreranno in vigore nel giugno 2016 e che non si applicano ai contenuti di terze parti. Essendo che il diritto all’oblio riguarda il diritto di un soggetto di limitare la ricercabilità dei suoi post anche su siti di terze parti, la linea guida non costituisce un diritto all’oblio. Inoltre, per quanto riguarda il diritto di eliminare i post, i critici hanno notato che le persone erano già in grado di cancellare i propri post prima della pubblicazione delle linee guida, fintanto che avessero mantenuto le loro credenziali di accesso ai siti, e che alle persone che le avessero perse è consentito recuperarle o crearne di nuove. Gli unici servizi modificati in maniera significativa dalle linee guida sono i servizi Wiki-type, in cui i contributi degli utenti hanno un senso logico in risposta o in combinazione con il contributo di un altro utente, e quindi i post sono parte integrante del contenuto di un sito. In ogni caso, la KCC ha fatto in modo che la direttiva si applichi a questi servizi solo quando dal post si riesca ad identificare l’identità dell’autore.

Cina 

Nel maggio 2016 i tribunali cinesi stabilirono che i cittadini non hanno il diritto all’oblio quando un giudice sentenziò in favore di Baidu in una causa sulla rimozione dei risultati di ricerca. Fu il primo caso del genere ad essere tenuto in un tribunale cinese. Nel processo Ren Jiayu fece causa al motore di ricerca Baidu per risultati che lo legavano a un precedente datore di lavoro, Wuxi Taoshi Biotechnology. Ren sosteneva che postando i risultati di ricerca Baidu aveva violato i suoi diritti personali al nome e alla reputazione, entrambi tutelati dalla legge cinese. In forza di tali protezioni Ren riteneva di avere diritto all’oblio con la rimozione dei risultati di ricerca. Il tribunale si espresse contro Ren sostenendo che il suo nome era composto da caratteri comuni.

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Amministratore Cristian Nardi

Alcune informazioni possono essere cancellate dalla memoria del browser, oppure possono essere intercettate configurando i limiti della privacy, sempre attraverso il browser che stiamo utilizzando. Google analizza i dati e riconosce il comportamento dell’utente. In questo modo, ogni computer e dispositivo di navigazione viene messo a disposizione di Google. Per registrarsi ed usufruire gratuitamente delle dozzine di prodotti online di Google, è necessario registrarsi con un un “account”, riconducibile ad un indirizzo di posta elettronica. Attraverso un indirizzo email di tipo “Gmail” è possibile aprire un canale Youtube, pubblicare una pagina web su Google My Business (Google Maps) e accedere a Google Drive, e usufruire di tutti i servizi offerti dal browser.

L’iscrizione a Google può essere annullata in qualsiasi momento, attraverso gli strumenti di gestione del profilo. Chi desidera cancellarsi dagli account Google può farlo in autonomia. I file su Google sono archiviati in uno spazio di memoria al quale è possibile accedere semplicemente collegandosi a internet e autenticandosi con le proprie credenziali. Prima di cancellarsi da Google, è possibile esportare i file dai propri archivi in Google Drive e memorizzarli in un supporto rigido (chiavetta usb, hard disk esterno). Cancellando il proprio account Google, vengono disabilitati i canali web che erano stati generati, come ad esempio Youtube e Gmail. L’utente che vuole cancellarsi da Google può selezionare diverse opzioni e gestire la cancellazione utilizzando gli strumenti messi a disposizione da Google.

È possibile eliminare immagini, informazioni, dati personali e profili internet. Le informazioni e i dati personali che sono presenti su siti web dei quali si ha la manutenzione, vengono memorizzati su Google e sono accessibili digitando le “parole chiave” sul motore di ricerca. Per cancellare questi dati da Google, è necessario presentare una richiesta di rimozione, specificando le URL che ospitano questi dati, e le informazioni sulla richiesta. Google infatti mette a disposizione un modulo denominato Richiesta di rimozione di risultati di ricerca ai sensi della legge europea per la protezione dei dati personali. Attraverso questo modulo, l’utente può esercitare il suo diritto di richiesta di rimozione dei suoi dati dal motore di ricerca: una volta verificata l’identità, Google riceverà la richiesta e analizzerà i link da rimuovere. E’ sconsigliabile procedere con il “fare da sé” e chiedere a Google di cancellarsi da internet dopo aver effettuato una valutazione affrettata o superficiale della propria reale situazione. I dati personali su Google possono essere cancellati da tutti i risultati del motore di ricerca, attraverso una collaborazione tra assistenti legali, Webmaster e Garante dei Dati privacygarantita.it. Prima di procedere con la richiesta di cancellazione del nome da Google, è opportuno aver raccolto tutti i dati presenti su internet, in modo che Google possa cancellarvi definitivamente da internet; altrimenti, i dati che non vengono raccolti restano memorizzati nel motore di ricerca e continueranno ad essere visibili dal pubblico. Ogni richiesta di cancellazione da Google va fatta con esattezza di informazioni, è importante raccogliere tutti i dati presenti su internet e segnalarli al motore di ricerca, insieme al materiale necessario per far sì che Google proceda con la cancellazione dei vostri dati da internet.