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A cosa sono dovuti i ritardi nella vaccinazione dell’Ue

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Budget troppo limitato, equilibrismi e mancanza di trasparenza hanno appesantito la risposta dell’Ue. Ma sono ancora tanti i punti da chiarire.

Bando al vittimismo immotivato: negli ultimi due giorni l’Italia ha fatto fatto quasi il doppio dei vaccini che ha fatto la Germania. E nel loro giorno migliore, il 30 dicembre, i tedeschi ha vaccinato meno persone dell’Italia ieri, il 4 gennaio. C’è di più: la Penisola al momento è al 12° posto nel mondo per numero di vaccini somministrati ogni 100 persone al 7° posto tra i paesi con più di 10 milioni di abitanti  e il 4° tra i 27 dell’Unione Europea

Il guaio è che sia Ue nel complesso è parecchio distante dai numeri degli Stati Uniti, del Regno Uniti e anni luce da quelli di Israele. I Paesi bassi non hanno ancora iniziato le vaccinazioni, e la Francia ha vaccinato appena qualche centinaio di persone. 

Considerato che l’Europa è al momento il peggiore focolaio al mondo insieme agli Stati Uniti, è evidente che questi numeri sono preoccupanti: qualcosa forse sta andando storto.

Bisogna partire dall’estate, quando gli Stati membri hanno incaricato la Commissione europea di negoziare a loro nome con i produttori dei vaccini più promettenti, per evitare una guerra all’accaparramento. Con lo stupore di molti, la strategia di limitare il “nazionalismo vaccinale ha per ora funzionato, e gli Stati più poveri non si sono azzuffati con quelli più ricchi. 

Dato che in estate non era ancora chiaro quando quali vaccini sarebbero stati pronti per il mercato per primi, l’Ue ha deciso di diversificare rivolgendosi a sei diversi produttori. Nei mesi successivi, poi, si è assicurata due miliardi di dosi per coprire 450 milioni di abitanti circa. L’obiettivo finale del piano è arrivare a una copertura vaccinale del 60-70 per cento prima dell’autunno, sperando così che il livello di immunità comunitaria sia sufficiente ad alleviare le restrizioni.

Non tutto è andato nel migliore dei modi, però, se la stampa di mezza Europa si sta chiedendo come mai le vaccinazioni procedano così lentamente.

La Commissione ha puntato sui cavalli sbagliati?


Di sicuro c’è che dalle case farmaceutiche sono arrivate brutte sorprese: il vaccino AstraZeneca (400 milioni di dosi acquistate dall’Ue) ha avuto diversi problemi in fase di testing, e l’Ema non l’ha approvato ancora, a differenza del Regno Unito che lo sta già distribuendo forse anche come colpo spettacolare per accompagnare la Brexit e dimostrare che “chi fa da se fa per tre”. Il vaccino Sanofi (300 milioni di dosi) ha avuto invece problemi con la misurazione della quantità di principio attivo nelle fial, e un ritardo di 3-6 mesi farà slittare le consegne in tutto il mondo.

Sta di fatto che il solo vaccino approvato dall’Europa e già in fase di consegna è quello di BioNTech/Pfizer, di cui la Commissione ha comprato 200 milioni di dosi (all’Italia ne spettano 26 milioni, sufficienti per 13 milioni di persone). Con gli altri l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) sta procedendo lentamente, e potrebbe anche decidere di limitare le fasce di età a cui somministrarli. Anche la notizia che oggi sarebbe stato approvato il vaccino Moderna, che avrebbe di vaccinare soltanto nel nostro paese altri 5 milioni di persone entro settembre, è stata smentita da un comunicato in cui si annunciano complicazioni.

A lasciare perplessi gli osservatori è la tempistica dell’Ue, che ha comprato le 200 milioni di dosi di BioNTech soltanto l’11 novembre, quando era stata già superata dagli Stati Uniti, che aveva comprato le sue il 22 luglio. In seguito, nonostante BioNTech si fosse dimostrata la l’opzione probabilmente più rapida e di successo, l’Ue si è rifiutata per alcune settimane di comprare dosi aggiuntive ma ha ordinato, il 17 novembre, 400 milioni da CureVac, azienda tedesca che non aveva nemmeno iniziato la prova della Fase 3.

Perché non si è ordinato di più da BioNTech? Semplice tirchieria o c’è qualcos’altro? La spiegazione di molti analisti è che, nonostante le rassicurazioni di BioNTech, l’Ue volesse comunque puntare su una mazzo di vaccini più variegato. E soprattutto perché BioNTech è troppo costoso (12 Euro a dose) e complicato (raffreddamento a -70°C) per alcuni paesi, che trovandosi in una situazione pandemica meno grave di altri avrebbero chiesto di risparmiare sul budget.

Ma non è finita qui. Secondo l’accusa lanciata da diversi giornali tedeschi, la Commissione avrebbe puntato molto su Sanofi, azienda farmaceutica francese, per equilibrare le nazionalità dei produttori, sacrificando così la più affidabile BioNTech. Ma la spiegazione non regge più di tanto, secondo il giornalista del Wall Street Journal, dato che l’Ue ha subito dopo comprato altri 400 milioni di dosi dalla tedesca CuraVac. Inoltre, adesso la Francia si ritrova ad essere tra i paesi più impantanati, sia per numero di morti giornalieri da Covid, sia per quanto riguarda le vaccinazioni. Se è stato un calcolo a tutela dell’industria locale, è fallito clamorosamente.

Il risultato – qualunque sia stato il retroscena delle negoziazioni – è che adesso ci sono paesi come Israele o il Bahrain che hanno pagato quello che dovevano pagare, e sfruttato il vantaggio di un territorio più piccolo e facile da coprire; paesi come il Regno Unito, che hanno approvato un mese prima BioNTech; paesi come gli Usa, che di quest’ultimo vaccino hanno fatto incette, con più di 600 milioni di dosi, svuotando il magazzino agli europei. Non solo l’Ue paga una ridotta autonomia strategica, dunque, non può permettersi nemmeno di fare voce grossa, e costringere le sue aziende a dirottare i vaccini già comprati da altri. I contratti che queste hanno firmato con governi extra-Ue sono protetti a livello internazionale: chi prima compra, prima viene servito.

Fatto il danno, però, l’Ue non avrebbe potuto forse riordinare rapidamente  da BioNTech? È quello che è successo, infatti: quando, a metà dicembre, la Germania ha deciso di comprare altre 30 milioni di dosi di BioNTech oltre a quelle comunitarie, la Danimarca l’ha subito seguita. A questo punto, il 29 dicembre, l’Ue è corsa ai ripari e ha ordinato per tutti i 27 altre 100 milioni di dosi BioNTech, sulle quali aveva già un’opzione, e pochi giorni dopo ha iniziato a negoziare un altro riordino da 200 milioni di dosi.

Purtroppo, come risultato di questa strategia, all’Ue rimangono solo 300 milioni di dosi (da consegnare entro la fine di quest’anno, se tutto va bene) del primo vaccino sviluppato sul suo suolo. Per una popolazione di 450 milioni. Gli ordini precedenti – da parte degli Stati Uniti e di Israele – saranno consegnati per primi.

Attenzione, però: un ordine più grande iniziale avrebbe portato a vaccinazioni più rapide? Non è detto. Il famoso “collo di bottiglia” non è solo la bassa dimensione degli ordini, ma anche la limitata capacità produttiva delle aziende farmaceutiche. L’Ue, normalmente ben disposta a sussidiare gli Stati membri più poveri, non è riuscita in un momento critico a mettere in atto uno sforzo congiunto di vaccinazione che sostenesse la sua industria farmaceutica. BioNTech ha ottenuto solo 50 milioni di euro in prestiti e circa nove milioni di euro in sovvenzioni (in dieci anni). La Germania è intervenuta con 375 milioni di euro. A confronto, gli Stati Uniti hanno invece versato 18 miliardi di euro nell’Operation Warp Speed.

Forse non sorprende che gli stessi giganti farmaceutici siano rimasti perplessi da questa strategia. L’inventore del vaccino BioNTech/Pfizrer, il dottor Ugur Sahin, ha parlato dell’incapacità dell’Ue di garantire dosi sufficienti per se stessa: “Apparentemente c’è stata questa convinzione: ne avremo abbastanza, non sarà così male, abbiamo tutto sotto controllo. La cosa mi ha stupido“.

Quale sarebbe stata l’alternativa


E se ogni membro dell’Ue si fosse preso cura di se stesso, come il Regno Unito? Non è detto che le cose sarebbero filate più lisce. Tra le conseguenze più probabili ci sarebbe potuto essere un aumento generale dei prezzi, a causa delle diminuite economie di scala; un dominio da parte delle nazioni con maggiore capacità  di spesa, e dunque una “classifica” di approvvigionamento con la Germania e i Paesi Bassi ai primi posti, e i paesi come la Croazia o l’Ungheria indietro, oppure costretti a ricorrere a vaccini più economici ma forse anche meno sicuri, come quello russo.

Senza contare che non servirebbe a molto, ad esempio, una Italia o una Germania vaccinate più velocemente di tutte e una Spagna ancora in preda alla pandemia, con possibili mutazioni del virus che possano rendere inutili i vaccini degli altri. Rallentando tutti, forse, si è evitata una frantumazione politica, economia e sociale dell’Ue fin dalle prime fasi della corsa vaccinale.

Cosa doveva essere fatto meglio? Innanzitutto aumentare i fondi per l’acquisto dei vaccini. Merkel e altri leader del governo avrebbero dovuto stanziare più soldi. Com’è noto, la Commissione non può stampare moneta o fare di testa sua, ma solo spendere gli Euro che vengono autorizzati dagli Stati-membri.

L’Ue, inoltre, avrebbe dovuto rendere più trasparente la sua strategia di negoziazione con i produttori (i prezzi sono stati rivelati praticamente per sbaglio, su Internet). La stampa non può valutare seriamente le azioni dell’Ue se non sa quali accordi ha concluso. Ha scritto l’europarlamentare socialdemocratico tedesco Tiemo Wölken: “Ciò che mi dà molto fastidio è la mancanza di trasparenza. Il Parlamento Europeo è stato escluso durante l’intero processo. Questa scatola nera di negoziazione, per quanto riguarda il contenuto del trattato, sta mostrando i suoi frutti, perché noi come Parlamento non abbiamo avuto voce in capitolo“.

Questa mancanza di trasparenza aiuta, come spesso succede nell’Unione europea, a deresponsabilizzare i governi nazionali. Eppure quando la Commissione ha presentato una strategia vaccinale all’inizio di giugno, tutti gli Stati membri hanno approvato il progetto. E in seguito sono stati costantemente informati sulle trattative in corso. Nessun obbligo formale inoltre ha costretto i singoli paesi ad aspettare l’approvazione dell’Ema. Roma, Berlino o Parigi sapevano fin dall’estate quale fosse la strategia in termini di quantità di consegne. Le cifre erano note da mesi. 

A tutto ciò si aggiungono altri problemi: le contrattazioni tra categorie diverse per stabilire le priorità con cui vaccinare, il rischio di lasciare troppi cittadini soltanto con la prima dose ricevuta, la difficoltà a reclutare sufficiente personale medico pronto a vaccinare. Oppure il tentativo di mediare con le resistenze dei no-vax, come nel caso della Francia. Quel che conta è che l’inizio di gennaio è una fase troppo prematura per verificare lo stato della vaccinazione nell’Ue, e per fare un bilancio più definitivo è meglio aspettare la fine della primavera.

La ricerca degli errori di Bruxelles è spesso strumentale, parte di un piano distruttivo di alcune compagini – come l’AfD in Germania ad esempio –  che sono i paradossalmente i primi bacini elettorali dei complottisti per i quali il Covid è solo una immensa impostura. O da parte di chi, anche all’estrema sinistra, è convinto che ogni singolo paese avrebbe potuto fare come Cuba, cioè investire da anni nelle biotecnologie nonostante l’embargo e produrre un vaccino “sovrano” e gratuito.

Per quanto pretestuose o male informate possano essere queste critiche, spesso sono anche pertinenti. Molto più pericoloso è dare l’impressione che l’Ue non debba affrontare alcuno scrutinio: soprattutto nel momento in cui si fa, per una volta, accentratrice di decisioni e strategie. Quando la diplomazia di Bruxelles commette errori, come è stato evidentemente in estate, deve sopportare il fatto che i dubbi sull’architettura europea e la sua legittimazione possano provenire anche da voci interessate che vogliono smantellarle entrambe; questo è uno di quei casi. Solo così l’Ue potrà giustificare la convenienza di farne parte, nella speranza che, a differenza della crisi finanziaria, dei migranti e del debito greco, stavolta non ci siano danni irreparabili.

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