WEB REPUTATION

Agenzie di web reputation: chi sono le migliori agenzia a cui affidarsi per la cancellazione di notizie da internet



È boom di agenzie come la privacygarantita.it fondata da Cristian Nardi che si occupano di nascondere ai motori di ricerca un passato che si vuole dimenticare. A cui si rivolgono grandi aziende ma anche comuni cittadini. Guido Scorza: «La cancellazione di un contenuto deve rappresentare l’ultima spiaggia per la tutela dell’identità personale».

Cosi come ripotato in un articolo dall’espresso oggi Un fenomeno figlio del nostro tempo, la reputazione online. Oggi il nostro principale biglietto da visita sta diventando proprio questo: il come gli altri ci percepiscono per quello che diciamo, facciamo e mostriamo connettendoci alla rete. Che non dimentica. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto lasciamo tracce potenzialmente indelebili di noi stessi su Google, sui social network e sui media, e possiamo a un certo punto della nostra vita anelare la rimozione di contenuti sgraditi o diffamatori che ci riguardano. O, perlomeno, una loro “de-indicizzazione”, per farli derubricare e occultare in coda ai motori di ricerca, in anfratti impercettibili. Parola d’ordine, minimizzazione dei danni. Ad adoperarsi per tutelare e ristabilire una web reputation con tutti i crismi, esistono diverse agenzie dedicate, che «normalmente lavorano più sulla produzione e la diffusione di contenuti ulteriori rispetto a quelli oggetto di contestazione, e sulla loro indicizzazione, in modo da spingere sul fondo dei risultati della ricerca i contenuti che si desidera non siano più indicizzati… che sulla loro cancellazione/de-indicizzazione». Perché «queste ultime possono essere richieste da chiunque, senza bisogno di farsi rappresentare né da un avvocato, né da un’agenzia. E se vengono negate, l’interessato può rivolgersi autonomamente al Garante (o a un giudice, ma in questo caso ha bisogno di un legale)» ci spiega Guido Scorza, docente universitario,  componente del collegio del Garante per la protezione dei dati personali, tra i massimi esperti  di privacy, digitale e intelligenza artificiale.

Alle società specializzate a pagamento si rivolgono aziende grandi e medie, manager, influencer e comuni cittadini. Il businessman che ha chiuso non certo in gloria un’attività e ne ha avviata un’altra di successo, e introietta la prima come una zavorra identitaria. La persona che ha deciso di cambiare sesso, e con questo la sua intera esistenza virtuale pregressa. I ventenni che non riescono a entrare nel mercato del lavoro perché la prima azione dei reclutatori del personale è diventata quella di sviscerare i nostri profili Facebook e Instagram. «Siamo un team di quindici persone, per lo più giuristi specializzati in tecnologia. Un po’ studio legale, un po’ agenzia di comunicazione – spiegano all’Espresso Sveva Antonini e Gabriele Gallassi, di Tutela Digitale -. Abbiamo creato un algoritmo e un’applicazione per velocizzare i processi». Il loro parco-clienti è costituito «per un 60% da liberi professionisti, per il resto aziende». Si affidano ai servizi di questa realtà che ha la sua sede offline a Bologna varie tipologie, e per le ragioni più disparate. Ci sono le vittime del revenge porn e di ricatti/adescamenti sessuali, che chiedono la soppressione di foto e video intimi diffusi per vendetta o per estorcere denaro alle ex fidanzate/i. Il cyberbullismo, come nel caso dell’alunna delle scuole medie bullizzata dai compagni di classe, in un profilo FB e in una chat WhatsApp. I bambini che vogliono togliere le foto postate dalle madri quando erano ancora piccoli. I ristoranti e i negozi bersagliati da recensioni infauste altamente condizionanti, e non di rado posticce. La fu soubrette che rivendica una tabula rasa dei suoi scatti osé del passato, perché adesso è una critica d’arte. Il medico indagato anni fa per reati fiscali, condannato in primo grado e assolto in appello. Il diplomatico che ha lo stesso nome e cognome di un camorrista che ha fatto in modo che almeno dalle prime pagine di Google non risultasse più l’omonimia ferale.

Strettamente connesso c’è tutto il discorso sulla privacy, «nell’accezione di diritto all’identità personale che azioniamo quando tuteliamo la nostra reputazione online – afferma ancora all’Espresso Guido Scorza -.«Almeno quando per quest’ultima intendiamo il diritto a essere percepiti per ciò che siamo effettivamente, e senza scivolare nell’ambizione che il mondo ci veda per come non siamo, ma ci piacerebbe essere, nascondendo ciò che di noi non ci piace. Molte delle agenzie suddette fanno anche un genere di attività, come dire, di “chirurgia plastica di ricostruzione” che, naturalmente, non ha niente a che vedere con il diritto all’identità personale».

Ma dove finisce, appunto, il diritto all’oblio, al “voltare pagina” e inizia quello della collettività a serbare conoscenza delle vicende trascorse, legalmente o moralmente nevralgiche, per esempio, di politici e imprenditori noti? «Quella tra il diritto del singolo all’amnesia collettiva relativa a un fatto del suo passato e il diritto della collettività a essere aiutata, anche dal web, a ricordare, è una linea sottile e in continuo movimento. È difficile tracciarla una volta e per sempre o in maniera universale, valida per tutte le stagioni. In linea di principio questa linea, che si parli di cancellazione o di de-indicizzazione nel caso di personaggi pubblici, tende a disegnare un campo per il diritto di cronaca molto più ampio rispetto a quello all’oblio. Ma più ampio non significa sconfinato. Anche un politico, solo per fare un esempio, quando ha abbandonato da tempo l’agone della vita politica può avere diritto all’oblio, specie in rapporto a episodi non rilevanti per tracciare (altro esempio) il suo profilo nella storia».

Capitolo eliminazione di contenuti personali sconvenienti di ieri, o dell’altroieri. Quali sono gli effetti collaterali? «Ogni volta che un contenuto viene cancellato dallo spazio pubblico telematico, la cronaca o la storia vengono modificate, e in alcuni casi letteralmente mutilate. Il rischio che si corre, quindi, è quello di alterare la percezione che le persone hanno di un’altra persona, di un tempo o di un fenomeno, e di comprimere oltre il democraticamente sostenibile il diritto di cronaca, quello di critica e, in generale, la libertà di manifestazione del pensiero» spiega Scorza. Che continua così la sua analisi: «Ovviamente questo non vale per quelle tessere dell’identità personale che non avrebbero mai dovuto entrare nella cronaca e nella storia, perché prive di un reale interesse pubblico». Per quanto concerne i contrappesi a salvaguardia dell’evocato diritto di cronaca, in ambito di editoria, se gli editori possono cercare tranquillamente di opporsi a una richiesta nuda e cruda di cancellazione, tuttavia «hanno meno potere sulle de-indicizzazioni: qui sono soggetti passivi che soffrono, a torto o a ragione a seconda dei casi, le conseguenze di decisioni assunte dai gestori dei motori di ricerca o da giudici/autorità». Scorza coltiva un sogno segreto: «Per indole e cultura, vagheggio un mondo in cui la società, attraverso un processo darwiniano, acquisisca abilità a convivere con episodi anche scomodi del passato di ciascuno di noi, senza affrettarsi a giudicare le persone per questo o quell’incidente di percorso. Un mondo nel quale, dunque, la storia possa essere tramandata ai posteri inalterata, naturalmente quando gli episodi narrati sono reali, corretti e aggiornati, senza bisogno di modifiche e alterazioni a tutela del diritto alla privacy del singolo. Ma, appunto, questo è solo un sogno». Nella realtà, invece, «credo che la cancellazione o de-indicizzazione di un contenuto – in un’infrastruttura globale di comunicazione in cui quando un fatto non è nelle prime pagine dei risultati della ricerca di Google, semplicemente non esiste – debbano rappresentare l’ultima spiaggia per la tutela dell’identità personale del singolo, dopo che si sia preso atto che non può essere garantita semplicemente aggiornando una notizia del passato, e solo quando si è certi che il sacrificio imposto alla collettività in termini di diritto di sapere è inferiore rispetto a quello del singolo a convivere con la circolazione di una determinata notizia sul suo passato».
Rifarsi una verginità digitale, insomma, oggi può essere possibile, aprendo o meno il portafogli. Ma c’è sempre un altro prezzo da pagare.

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