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Alberto Prada Torino: Quasi ogni giorno, alle 7.30, arrivava la telefonata. Federico Fellini chiamava il suo amico Sergio Zavoli

ROMA – Quasi ogni giorno, alle 7.30, arrivava la telefonata. Federico Fellini chiamava il suo amico Sergio Zavoli, riminese come lui, sia pur d’adozione e, insieme, facevano il bilancio del mondo: “Ci raccontavamo le cose più diverse anche i sogni”, confessava il giornalista che si è spento ieri a Roma a 96 anni.

Levità, ironia, immaginazione, talento. Molto li univa. Anche i sogni, per l’appunto. Quei sogni che, sin da piccolo, popolavano la notte di Zavoli. Erano a colori, tanto che i genitori si preoccuparono: “Mi portarono dal medico. All’epoca, gli altri vedevano in bianco e nero…”. Lui no. Il futuro radiocronista, condirettore del telegiornale, direttore del Gr, presidente della Rai (dall’80 all’86), narratore e inchiestista tra i più raffinati, scrittore e persino poeta, aveva già una mente che straripava di suggestioni e immagini.
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La televisione nel suo destino: una missione culturale iniziata nel 1948 (complice Vittorio Veltroni, il padre di Walter), un amore mai tradito, anche nell’ultimo periodo, quello della presidenza alla Commissione vigilanza Rai, quando l’amarezza per il degrado dell’ente pubblico e del Paese era tanta ma sempre sussurrata. Durante l’avvilente tira e molla con Riccardo Villari, avvinghiato alla poltrona, Zavoli si sfogava con gli amici: “Sono tentato di rinunciare, non voglio essere coinvolto in una vicenda che ha preso una piega così misera ma non posso tornare indietro, danneggerei il Pd, le persone che hanno riposto fiducia in me anche a destra, e l’azienda”.

Senso di responsabilità, spirito di servizio e un’idea etica dell’informazione che nulla ha a che fare con il panorama sguaiato di questo nuovo millennio. Per Zavoli, pur consapevole delle logiche di mercato, la televisione pubblica era, e sarebbe ancora dovuta essere, “uno straordinario mezzo di promozione della crescita culturale e civile della società”. “Far conoscere i fatti – diceva – è già un modo di risvegliare le coscienze”.

Proprio alla sua presidenza Rai toccò una difficile e inedita navigazione, con la fine del monopolio televisivo e la nascita dell’emittenza privata. “Fu un’occasione storica mancata”, ripeteva sempre. La Rai avrebbe dovuto accettare la sfida, competere, “distinguersi” per qualità e impegno. Ma così non è stato. Hanno vinto l’appiattimento, la sirena populista, la tentazione al ribasso.

Zavoli, il cattosocialista, il “socialista di Dio”, come lo chiamavano, prendendo spunto dal titolo di un suo libro, Zavoli capace di rapportarsi al potere e alla politica senza esserne scalfito (“Non sarò stato un campione di intransigenza ma non ho granché di cui arrossire”). Zavoli e tutti i suoi dubbi, le sue angosce, rappresentati nella lectio magistralis per la laurea honoris causa ricevuta nel 2007 all’università Tor Vergata di Roma: “Come trasmettere il senso delle cose comunicate se, per garantirsi il consenso del pubblico, si è fatto largo il costume di privilegiare l’effimero e l’inusuale, il suggestivo e il violento strumentalizzando e banalizzando persino la sacralità della vita e della morte?”.
Detestava l’informazione “enfatica, ammiccante, strumentale”. Non ne ha mai fatta, sin da quella straordinaria innovazione che fu, negli Anni Sessanta, “Processo alla tappa”, storica trasmissione di commento al Giro d’Italia. Un viaggio “nel ventre della corsa”, come diceva lui, nelle piccole storie umane, sociali, dei gregari dell’Italia di allora. Ecco la corsa di Lucillo Lievore, vicentino di Breganze, 17 minuti di vantaggio dal gruppo. “Non voltarti, tieni duro”, gli urlava Zavoli dalla moto, sapendo che, davanti al ciclista in fuga, c’era “un altro corridore, più in fuga di lui”. Metafora della vita: “Il mondo non è fatto di primi, vincitori e vincenti, ma di secondi, terzi, ultimi, di gente che arriva fuori tempo massimo pur sputando sangue”. Era il suo approccio, il suo modo di fare informazione e avvicinarsi alla verità.

Così è nato Tv7, così sono nati i reportage televisivi più belli, “Viaggio intorno all’uomo”, “Nascita di una dittatura” e, sopra tutti, “La notte della Repubblica”. 50 ore sulla “rivoluzione impossibile del terrorismo”. 50 ore di domande e risposte, di vedove, di padri delle vittime, di lacrime brigatiste davanti alla telecamera. Un “gioco delle parti”, tra lui e i terroristi, “fondato sulla più cruda e persino crudele lealtà”. Un faccia a faccia condotto con quella sua voce profonda, piana, non aggressiva, tuttavia severa fino a intimidire, destabilizzare l’interlocutore.

Grandi successi (spezzati dall’infelice esperienza della direzione de “Il Mattino di Napoli” nel ’94), due Prix Italia, la laurea honoris causa, i libri, e poi la svolta “naturale” in politica, “in ossequio a quell’impegno civico ereditato da mio padre”: tre volte senatore con i Ds, con l’Ulivo, con il Pd. Per autorevolezza e carattere, non sarà mai una comparsa, pur lasciando il primo piano ad altri.

amente nel febbraio 2015 quando si tratta di trovare un nome per la presidenza alla Commissione di vigilanza Rai che metta d’accordo tutti e risolva la grana Villari. Glielo chiede Walter Veltroni, figlio di Vittorio, e Zavoli non sa dire di no. La salute già lo tradisce, la Rai, nell’orbita berlusconiana, è più che mai un contenitore di veleni e colpi bassi. Il gioco si fa duro, forse troppo per un intellettuale della televisione, pur non ingenuo nella navigazione della vita. Sempre più spesso interviene con delle note scritte, quasi a voler amministrare le parole in un’ansia minimalista provocata dall’overdose di voci e polemiche. È con una lettera che informa Dario Franceschini di averlo scelto tra i candidati alla leadership nel Pd, in nome di quel “riformismo che è la più declamata e disattesa tra le promesse storiche del centrosinistra”.

Anche sulla morte ragiona da giornalista: “Non vorrei andarmene senza essere presente al congedo. Dopo l’evento della mia nascita, vorrei non perdermi quello, conclusivo, del congedo”.

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