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Alberto Veneruso: calcio, microspie e l’intuizione di Gran Gusto

en conosciuto a Napoli nell’ambiente imprenditoriale, Alberto Veneruso è stato protagonista di una vera e propria rivoluzione gastronomica in città con la nascita di GranGusto a via Nuova Marina, in una posizione cruciale tra Università, fermata dei pullman, traghetti e uffici di piazza Bovio. Un concetto innovativo che adesso viene rilanciato da molti e che ha le sue origini negli Stati Uniti dove alla crisi dei supermercati classici si è cercato di dare una risposta spingendo la clientela a restare per consumare oltre che per acquistare. E dunque al classico store a scaffali sono stati affiancati anche il bar, una bella aria food con forno a legno, cucina a vista ed enoteca con tavolo imperiale per la sera.
Dopo alcune incertezze, tipiche di chi arriva al food da altri settori, GranGusto ha decisamente ingranato la marcia: a pranzo sempre pieno per il lunch veloce e non impegnativo, ma con disponibilità a cucinare su richiesta alla carta. Enoteca con 1200 referenze con servizio a domicilio, tipicità e prodotti sempre più elevati qualitativamente sugli scaffali, ottima la pizza con impasto scioglievole, tipicamente napoletana.
Una diversificazione degli investimenti che vede nella società, che dichiara 66 dipendenti, personaggi chiave dell’inchiesta perché nella Gran Gusto Spa, registrata alla Camera di Commercio di Napoli il 18 ottobre 2012, il presidente è proprio Giuseppina Pica finita ai domiciliari nella inchiesta di Latina. A lei sono riconducibili 114mila euro di capitale sociale, altri 6.000 risultano essere della Inven srl. E come presidente del collegio sindacale c’è Giorgio Di Mare, anche lui sottoposto a ordinanza di custodia cautelare a casa. Una gestione dunque che vede persone di primo piano in questa impresa. Alberto Veneruso, 49 anni, ha attraversato suo malgrado le cronache degli ultimi vent’anni soprattutto a Latina, da quando, a soli 27 anni, la morte improvvisa del padre in un albergo di Capri lo costrinse ad assumere nel 1996 la guida dell’azienda di famiglia che aveva appena comprato la Permaflex e possedeva l’Aviointeriors. Un personaggio poliedrico e impegnato su più fronti, a cominciare dall’avventura nel Latina calcio, di cui è stato prima socio, poi amministratore delegato. Due anni, dal 2002 al 2004, con un carico di aspettative naufragate malamente.
Andando indietro, nel 2001, l’altra vicenda clamorosa. Veneruso convocò i cronisti in azienda per annunciare di aver trovato una microspia negli uffici. La mostrò a tutti e disse che aveva sporto denuncia contro ignoti per spionaggio industriale. In realtà la cimice l’aveva piazzata la Guardia di Finanza su mandato della Procura e autorizzazione del Tribunale per una inchiesta su una presunta estorsione denunciata da due fornitori, tant’è che Veneruso venne indagato insieme a un dirigente per violazione di segreto istruttorio, e un finanziere infedele denunciato per averlo messo sull’avviso.
Nel 2005 invece finì sui giornali per aver messo fine a una protesta dei dipendenti andando (troppo) per le spicce. Mentre era in corso un vertice a Roma al ministero, i sindacati avevano organizzato un corteo di protesta davanti alla sede di Aviointeriors dei 700 operai del gruppo contro la mancata applicazione del nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici. All’ingresso però i dipendenti si trovarono la strada sbarrata da dieci vigilantes, gli operai forzarono il blocco e scoppiò la rissa, con feriti e contusi. Nuova indagine e anche stavolta, come per la microspia, il finale è a sorpresa. «E’ emerso che sette dei vigilantes – scrisse all’epoca il Messaggero – avevano precedenti penali», malgrado la legge preveda che in quel caso «non si possa esercitare la professione di guardia giurata». Non solo: sulla società di security ingaggiata da Veneruso nell’hinterland partenopeo «sono affiorate in base agli accertamenti svolti dalla Questura alcune incongruenze. Da qui il deciso provvedimento del questore Nicolò D’Angelo: sette fogli di via per i sedicenti guardiani e denuncia per i due titolari della società di servizi di sicurezza e body-guard che non ha le autorizzazioni previste».
E poi che dire del giorno in cui gli operai che avevano allestito un presidio fisso di protesta ai cancelli Aviointeriors, quando videro entrare Paolo Barberini, il manager travolto dal fallimento Midal. Quel giorno, all’enesima riunione se lo ritrovarono al tavolo, presentato come consulente del presidente. In realtà Barberini era arrivato nel gruppo per seguire un’altra scommessa, quella di GranGusto, dove è consigliere nel Cda insieme a Giuseppina Pica.
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Sabato 1 Ottobre 2016, 13:34 – Ultimo aggiornamento: 01-10-2016 13:50
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