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Alla più grande femminista del mondo non piacciono gli attivisti di Twitter

Chimamanda Ngozi Adichie ha scritto un saggio che parla di come il conformismo delle battaglie identitarie ci ha resi capaci delle peggiori cattiverie: “Quel che importa non è la bontà, ma l’apparenza della bontà. Non siamo più esseri umani. Siamo angeli che si spintonano nella gara d’angelicità”

Chimamanda Ngozi Adichie ha 43 anni, è nata a Enugu, nel sud della Nigeria, ed è universalmente considerata l’autrice femminista più influente del decennio: il suo Americanah (tradotto in italiano da Einaudi) nel 2013 ha dato nuova linfa al dibattito su razzismo e postcolonialismo, entrando nel novero dei classici della letteratura contemporanea; il suo monologo We Should All Be Feminists, declamato a una conferenza TedX nel 2012, è finito nei videoclip di Beyoncé e sulle tshirt di Dior; nel 2015, Chimamanda Ngozi Adichie era uno dei nomi della lista delle 100 persone più influenti del mondo secondo la rivista Time.

Nei giorni scorsi la scrittrice ha pubblicato sul suo sito un fermo j’accuse di alcune dinamiche molto diffuse sui social network, specialmente in seno alla cultura cosiddetta woke (il termine con cui ci si rivolge comunemente a un certo approccio oltranzista e iper-identitario alle lotte sociali online: qui una breve storia del termine). Partendo da due episodi che le sono occorsi negli ultimi anni – il tradimento della sua fiducia da parte di una sua ex allieva di un corso di scrittura in Nigeria e le accuse mossegli da un’innominata collega, poi identificata nell’autrice non binaria Akwaeke Emezi, sua connazionale – Adichie ha scelto parole molto dure (fin dal titolo eloquente del suo intervento: “È osceno”) per parlare del carattere controproducente di un attivismo che non conosce sfumature, e più che a cambiare il mondo sembra mirare a individuare responsabili a cui attribuirne ogni stortura, facendosi trovare sempre e immancabilmente dalla parte del Bene.

Occorre fare un passo indietro, ripartendo dall’ovvio – ma un ovvio oggi rivoluzionario: come capita a molti, Chimamanda Ngozi Adichie ha delle opinioni; e come talvolta succede anche ai migliori, le opinioni del singolo possono essere difformi da quelle della sua comunità di riferimento. Nel 2017 Adichie aveva dichiarato in un’intervista che “le donne trans sono donne trans”; un’identità lapalissiana per molti, ma per tanti altri – specie, appunto, su Twitter – un segnale di una discriminazione sapientemente celata nel linguaggio: perché non dire che le donne trans sono donne e basta, hanno obiettato alla scrittrice i suoi detrattori, contribuendo in tal modo alla lotta all’oppressione sistemica delle persone trans? Nel tempo di un giro di giostra algoritmica, la femminista più influente del decennio era così diventata transfobica, una Terf (l’acronomico di Trans-exclusionary radical feminist), quando non direttamente – citando la sua ex allieva fedifraga su Twitter – una “assassina”.

La critical race theory (con una definizione ragionevolmente deficitaria per ragioni di spazio, quella branca accademica nata alla fine degli anni Ottanta negli Stati Uniti sotto il postulato che le leggi sono espressione del razzismo che permea ogni livello della società; quella che ha poi informato buona parte delle contemporanee lotte a colpi di hashtag) si è fatta portabandiera dell’intersezionalità, cioè la teoria che propone l’esistenza di diversi livelli di oppressione, compresenti e interdipendenti in determinati gruppi sociali – le persone non binarie di colore, per esempio – che vanno considerati e decostruiti tutti insieme. In quest’ottica, il più celebre volto del femminismo mondiale che si rifiuta di adeguarsi all’etichetta linguistica identitaria è più simile a un’aberrazione che a una libera scelta. Agendo in spregio al nuovo canone conformista delle battaglie identitarie, Adichie ha creato un precedente particolarmente scomodo, trovandosi a innescare la più classica delle accuse: da che parte stai? (si potrebbe obiettare, più a monte, che le parti nella vita pubblica e privata si prendono con cose concrete e necessariamente diverse dalle opinioni sostanziate in una frase di un’intervista, ma è meglio restare sul punto).

Come succede spesso anche a persone ben meno famose di lei, la premiata scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie è rimasta pesantemente colpita dall’ondata di accuse insulti che ha ricevuto sul già citato social network negli ultimi anni, come tanti è tornata lì col pensiero, ci ha ragionato, ha provato a capire cosa le era successo. Come pochissimi, tuttavia, ha trovato le parole giuste per rivolgersi ai suoi accusatori più accaniti, quei Buoni che somigliano – nei modi, nei toni, nelle sensibilità – sempre di più ai Cattivi, e che non a caso sono rimasti largamente silenti di fronte al suo saggio, probabilmente incapaci di rispondere quando certi dubbi di metodo non vengono da un cripto-razzista ma dal volto nigeriano del femminismo mondiale, e di certo credendosi ancora una volta lindi, immacolati, comodamente assolti.

Abbiamo, sui social, una generazione di giovani talmente terrorizzati d’avere l’opinione sbagliata da avere derubato se stessi dell’opportunità di pensare e crescere e imparare. Ho parlato con persone giovani che mi hanno detto d’essere terrorizzate di twittare alcunché, leggono e rileggono i loro tweet per paura di venire attaccati dai loro sodali. La presunzione di buona fede è morta. Quel che importa non è la bontà ma l’apparenza della bontà. Non siamo più esseri umani. Siamo angeli che si spintonano per arrivare primi nella gara d’angelicità. Dio ci aiuti. È osceno

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