cronaca

Anche in Italia i lavoratori del tech si stanno sindacalizzando

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Ritmi di lavoro incessanti, subappalti, paghe al ribasso. La Tech workers coalition anche in Italia solleva il velo sulle condizioni di lavoro della filiera del digitale

(Photo by Sergei KonkovTASS via Getty Images)

Ogni giorno una nuova app in download, un sito da scrollare, una piattaforma da scoprire. Dietro software che usiamo quotidianamente c’è il lavoro di numerosi tech workers e nelle loro giornate possono celarsi ritmi di lavoro incessanti, subappalti, salari al ribasso, precarietà e frustrazione. Anche in Italia, c’è chi lo denuncia. Sono programmatrici, sviluppatori, ingegneri, sistemiste, grafici e copywriter, i tech worker appunto: così si definiscono i lavoratori della sezione italiana dell’organizzazione Tech worker coalition (Twc), network già attivo negli Stati Uniti, in Europa a Londra, Amsterdam e Berlino, e in India.

I fondi per la digitalizzazione del Paese previsti dal Piano di ripresa e resilienza ammontano a circa 40 miliardi di euro per il settore informatico. Quali forme e obiettivi seguirà il lavoro dedicato, però, è ancora da scoprire. Relativi dubbi sono già espressi dai tech workers: ad oggi, infatti, l’ambito lavorativo informatico risente ancora di pratiche criticate come il cosiddetto body rental e gli escamotage trovati dalle agenzie di consulenza, sotto cui si nascondono lavoratori “prestatia uno o più clienti. L’aumento delle mansioni e delle ore di lavoro che ne conseguono sono spesso stimolo di alienazione, ansie e poco riconoscimento nei salari, assenza di formazione, come sensazione continua di precarietà, se non problemi di salute mentale, depressione o burn out.

Le campagne dell’associazione

Le prime mosse del movimento dei lavoratori del settore informatico in Italia stanno passando da qui: Tech worker coalition Italia ha presentato a fine 2020 la prima campagna Alziamo la testa, in questi giorni ritorna con Apriamo gli occhi, diretta in particolare ai giovani neolaureati, che vengono presto inglobati in dinamiche spesso senza una preparazione pregressa per approcciarsi al mondo del lavoro. Obiettivo del gruppo rimane quello di portare conoscenza e attenzione sul contesto e sugli strumenti di un mercato del lavoro come quello italiano, legato nelle pratiche, ma distante economicamente e giuridicamente, dalla Silicon Valley, a cui in molti continuano a guardare in modo mitico.

Innanzitutto, per tech worker si intendono diverse occupazioni. “Le nostre tipologie di contratto sono molto varie e sono spesso contratti collettivi nazionali per il settore commercio o metalmeccanico e in qualche caso di comunicazione. Abbondano anche apprendistati e tirocini. Ma è molto diffuso anche il lavoro autonomo con partita Iva, sia in forma di rapporti di lavoro parasubordinati che in forma di freelancing”, spiega a Wired uno dei rappresentanti della Twc Italia, che preferisce rimanere anonimo per poter contribuire a questo articolo.

Buste paga e discriminazioni

Per dare delle cifre – prosegue – uno sviluppatore senza particolari esperienze ma con una laurea a Milano può avere una retribuzione annuale lorda (Ral, ndr) compresa tra i 22 e i 27mila euro. Con altri tipi di formazione e fuori dalle grandi città si parte tranquillamente da molto meno. La progressione di carriera alza lo stipendio, soprattutto nei primi anni e andando poi a scendere dopo i 40-45 anni per chi non fa una transizione verso posizioni meno tecniche. La discriminazione verso gli over 40 è un fattore determinante. Competizione al ribasso, clienti morosi nei pagamenti, difficoltà burocratiche e tributarie si sommano, analogamente ad altri settori (specie del lavoro autonomo), alle lamentele diffuse quotidianamente. Come, per sempio, alla pratica di lavoro che vede prioritaria la quantità di azioni e non la loro qualità.

Non è solo il salario a essere al centro delle critiche dell’organizzazione, quanto altri fattori come la mole di lavoro straordinario – che supera, a volte di molto, le 8 ore di ufficio – e la reperibilità, richiesta continuamente a tutte le ore del giorno. “Si può dire che sono le condizioni di lavoro ad essere la prima preoccupazione, forse ancor prima della retribuzione che spesso è sufficiente ad arrivare a fine mese. Ma a quale prezzo?”, dice la fonte.

Body rental nel mirino

Le istanze della Tech workers coalition si concentrano su diritti e contratti. “Pretendiamo misure più restrittive contro il body rental (in generale la consulenza camuffata, ndr), pretendiamo che poi siano applicate, e che venga progressivamente smontato il sistema di incentivi economici perverso che lo alimenta. Dall’alto dalle istituzioni e dal basso dai lavoratori. Lottiamo in secondo luogo contro tutte quelle cattive pratiche aziendali che costellano il percorso dei lavoratori cognitivi, dal colloquio al tfr: stage finti e non adeguatamente retribuiti, furto salariale, violazione delle norme di sicurezza, mobbing”, spiega la fonte.

Con body rental si fa riferimento a pratiche illegali di organizzazione del lavoro, disciplinate dal decreto legislativo 276 del 2003, più noto come Legge Biagi, a cui si è aggiunto il testo di legge 138 del 2011, che va a delineare il reato di intermediazione illecita e di sfruttamento del lavoro (lo stesso che introduce il reato di caporalato). La legislazione italiana così stabilisce che solo le agenzie del lavoro iscritte all’albo possono esercitare l’attività di intermediazione di manodopera (ovvero permettere appunto il lavoro di un dipendente per un’altra società), ma questo principio viene talvolta aggirato, andando a specificare nel contratto, magari con termini giuridici incontestabili, che la risorsa viene “appaltata” solo per alcune mansioni. L’azienda che così riceve i servizi del lavoratore risparmia sui costi di gestione e assunzione.

Le prossime tappe

Sebbene l’organizzazione abbia pochi mesi di vita, ha già chiaro il percorso da intraprendere. “Per noi è importante espandere la consapevolezza dei lavoratori sui migliori standard qualitativi degli ambienti di lavoro in termini di inclusività, formazione, bilanciamento vita-lavoro e su questa base avanzare individualmente e collettivamente rivendicazioni ai datori di lavoro, nella speranza, sul lungo termine, di cristallizzare questi risulti in regolamentazioni a livello nazionale come si stanno iniziando a vedere in altri paesi”, spiega la fonte. Un caso è proprio l’ultima campagna rivolta alle università: “Pensiamo ci siano spazi in cui la conoscenza porta a cambiare le situazioni, i neolaureati possono aver margine di manovra maggiore, prima di lavorare tra consulenze e agenzie, dove si finisce per accettare passivamente tutte le storture dell’It italiano”.

Prima ancora di interfacciarsi con rappresentanti istituzionali, la ricerca dei tech workers organizzati è quella di ritrovarsi e parlarne, costruire una comunità. “Parliamo soprattutto a chi si ritrova in body rental, prestato e poi dimenticato, tramite consulenza o dalla società da cui sono assunti. Ma anche a lavoratori precari, che riescono a lavorare su qualche sito web, o prendono commesse su piattaforme come Fiverr (per servizi freelance, ndr)”, dicono dall’associazione.

Una nuova mobilitazione

E poi c’è il mondo delle startup. “A loro, per esempio, proponiamo modelli cooperativi, alternativi alle società chiuse, per modellare idee condivise senza le pressioni del mercato”, la linea di Twc. Dalla community che si incontra online (dai social al gruppo Telegram, e poi su Zulip o Mastodon) stanno prendendo forma le prime idee, come quella di fornire ad altre organizzazioni collaterali strumenti tecnici di coordinamento. “Le spese continuano a lievitare, specie per gli incentivi di cui godono i manager negli investimenti. Ma il nostro lavoro non migliora, anzi. Ci prepariamo ad assistere ad una vera e propria esplosione nel settore informatico, ci faremo trovare pronti”, la promessa.

Sulla scia delle nuove forme di sindacalizzazione, il caso italiano segue quanto accade oltreoceano e nelle capitali europee, come l’esempio dei lavoratori di Google con Alphabet Worker Union, o come quelle dei gig workers nelle grandi multinazionali (come i rider). Ancora, gli esperimenti in Amazon – dove continuano i tentativi sindacali di entrare nel colosso americano – e quelli con i lavoratori di Kickstarter.

In Italia, 25esima su 28 paesi nell’ultimo indice Desi (Digital economy and society index) della Commissione europea, la richiesta di personale informatico tra crescendo: 600mila lavoratori nel biennio 2018-20, secondo uno studio delle associazioni di settore Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter del 2018.

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