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Angelucci, l’impero è in crisi La statua di Wojtyla regalata a Roma doveva essere la consacrazione del loro potere nella Capitale.

Invece è diventata il simbolo di tutti i loro guai: legati a doppio filo al berlusconismo e al centro di una valanga di inchieste DI LIRIO ABBATE.

Angelucci, l'impero è in crisi
La famiglia Angelucci
Doveva essere la consacrazione del loro potere sulla città: una statua di cinque metri che raffigura un colossale “Karol Wojtyla accogliente”. Un’opera moderna, che nei materiali sembra somigliare ai committenti: fuori brilla una patina di argento luccicante, ma dentro l’anima è di bronzo. Gli Angelucci pensavano così di avere conquistato un posto speciale: la statua commissionata dalla Fondazione Angelucci è la prima cosa che si vede arrivando alla Stazione Termini. Ma la gente di Roma si rifiuta di riconoscervi il papa beato e l’ha subito subito ribattezzato “er Pipistrello”, rovesciando battute sulla bruttezza dell’opera. E il patriarca Tonino si è dovuto rendere conto che la sua regola aurea ripetuta in continuazione come un mantra – “Chi ha denaro ha vinto” – non sempre funziona.

Infatti negli ultimi tempi i guai per la famiglia si sono moltiplicati: nel Lazio gli Angelucci non riescono a quadrare i conti con la Polverini che tiene in sospeso le ricche convenzioni con la Regione. Alcuni dei loro immobili più pregiati sono finiti sotto sequestro per irregolarità edilizie.

E poi ci sono i magistrati, con inchieste clamorose e indagini inedite che vanno a mostrare, come in cronache da basso impero, gli aspetti più oscuri della famiglia: la frequentazione con uno dei nomi storici della camorra; i procedimenti per tangenti e quelli per i maltrattamenti a ex mogli, figlioletti ed ex dipendenti; con fiumi di quattrini e una squadra di pretoriani a mano armata che accompagnano le imprese della dinastia delle cliniche.

Benedetti affari. La prima immagine è quella della santità, che forse ha ispirato il colosso di bronzo argentato: la foto che mostra tutta la famiglia accolta da Giovanni Paolo II in udienza privata. Ci sono Tonino con la seconda moglie Annalisa, ora cacciata di casa con il figlioletto per far posto a una più giovane. Ci sono i figli sorridenti con le nuore. E c’è un amico che valeva un tesoro: Cesare Geronzi, all’epoca padre-padrone della Banca di Roma.

La loro storia imprenditoriale comincia proprio dal Vaticano, dove erano ricevuti da molti partner d’affari, a partire da monsignor Michele Basso, l’economo del prestigioso Capitolo di San Pietro, poi travolto dalle grane giudiziarie. Il monsignore è stato tra i primi ad accogliere Antonio detto Tonino, il portantino che aveva deciso di farsi imperatore della nuova sanità, passando dal condominio popolare sull’Appia Nuova a una holding lussemburghese, la Tosinvest, che gestisce attività assai lucrose e che ha preso il nome dalle iniziali del patriarca e della sua ex moglie Silvana, deceduta molti anni fa.

Anzitutto le cliniche: 29 strutture convenzionate, specializzate nella riabilitazione, sparse nel Sud con una forte concentrazione nel Lazio. Lui si è gettato nel business trent’anni fa, quando il pubblico ha cominciato a cedere spazio al privato. E lo ha fatto nel momento giusto e nel posto giusto: Roma, dove salute dei corpi e delle anime spesso sono amministrate dalle stesse persone. Il resto è venuto seguendo la sua regola: “Chi ha denaro ha vinto”.

Basso di statura e impettito nel modo di fare – l’imprenditore Giuseppe Ciarrapico lo chiama “Napoleone” – Tonino si è ritagliato nel 2008 un seggio alla Camera: eletto nelle liste Pdl, vanta una produttività bassissima e risulta assente sette volte su dieci, ma non perde un voto sulle questioni di giustizia. Alla guida dell’azienda ha preferito l’erede più giovane Giampaolo, 40 anni, ai gemelli Alessandro e Andrea, 41.

Da cinque anni Giampaolo è alla guida della Tosinvest e si è lanciato in tanti affari: nell’editoria dopo aver ceduto le azioni di “Unità” e “Riformista” ha in mano il quotidiano “Libero”; è produttore di spettacoli teatrali insieme a Maurizio Costanzo; ha rilevato società dall’Iri (Edindustria) per pubblicare libri d’arte che illustrano le case e uffici degli stessi Angelucci; allaccia rapporti con Finmeccanica e Fintecna. I soldi non gli hanno fatto perdere l’accento e anche nelle discussioni finanziarie usa un romanesco marcatissimo. Lo stesso evidenziato nelle intercettazioni delle inchieste pendenti da Velletri a Bari, per la quale ha trascorso un paio di settimane agli arresti domiciliari: “Stamo veramente in un Paese di m…”.

Carissima politica.
 Nel capoluogo pugliese è sotto processo per un appalto da 198 milioni di euro che avrebbe portato Giampaolo Angelucci, secondo l’accusa, a finanziare illecitamente con 500 mila euro la lista dell’allora presidente della Regione, Raffaele Fitto, oggi ministro degli Affari regionali. Dalle indagini emerge però una trasversalità di pagamenti: per i pm gli imprenditori avrebbero sovvenzionato l’Udc e allo stesso tempo i Ds. Ma anche Forza Italia e il Movimento monarchico italiano. E i pm baresi hanno mandato a Roma gli atti su 400 mila euro versati a Francesco Storace durante la campagna elettorale in cui tentò invano di farsi riconfermare alla guida della Regione Lazio, che ha una convenzione per una decina di strutture Tosinvest. Ora toccherà alla procura capitolina accertare eventuali illeciti su questi e su altri contributi rilevati dagli investigatori.

Palazzi e pretoriani. I segni della loro potenza sono molteplici. Anzitutto la dimora. Il primo investimento sono stati due appartamenti di 1.500 metri quadrati di fronte alla scalinata del Campidoglio, con due balconi che si affacciano su piazza Venezia: sono i piani nobili del cinquecentesco palazzo Muti-Bussi, ex proprietà Ferruzzi. E anche lì sembra che non si curino molto delle regole, almeno di quelle condominiali: uno dei loro vicini è il maestro Ennio Morricone, che in passato è stato costretto a rivolgersi a un legale per far rispettare l’invadenza dei nuovi residenti.
Ancora più spregiudicati sono i loro movimenti nel traffico, accompagnati da un piccolo esercito privato. Si tratta di vigilantes armati, usati come guardiaspalle, che viaggiano su Audi blu con vetri oscurati e lampeggiante. Il patriarca Tonino guida la sua Ferrari gialla e si fa seguire dall’auto blu dei pretoriani, pronti a usare la sirena. Un’anomalia: per legge le guardie giurate in Italia non possono tutelare le persone, mentre sirena e lampeggiante sono una gentile concessione del prefetto di Viterbo. Le motivazioni per cui ne è stato autorizzato l’uso restano misteriose.

Ma i pretoriani sarebbero stati protagonisti di ben altre imprese e due di loro rischiano di essere processati insieme ad Alessandro Angelucci. Li ha denunciati nel 2008 M. S., la moglie di Alessandro, subito dopo aver avviato un procedimento per separazione giudiziale, che è ancora in corso. La scena descritta è impressionante. L’auto con il lampeggiante che arriva sgommando e frena in mezzo alla strada, terrorizzando l’anziano autista della donna che diventa il bersaglio dei tre: Alessandro Angelucci e due dei bodyguard, con la pistola alla cintola.

M. S. scrive nella sua denuncia: “Le due guardie afferrano lo chaffeur, lo tengono fermo, mentre Angelucci lo aggredisce”. Lo scopo del raid è recuperare la vettura, lussuosa, assegnata alla moglie. Gli inquirenti hanno confermato questa ricostruzione, ritenendo però che non si tratti di rapina, ma di un reato meno grave: “esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone”. Un altro raid di Alessandro Angelucci e dei suoi guardiaspalle, come emerge dagli atti acquisiti dal Tribunale dei minorenni, si ripete in un ristorante in pieno centro dove la moglie sta mangiando insieme alla figlia. L’aggressione è violenta, ma intervengono il proprietario del locale e gli altri clienti che la salvano.

Il pm di Roma Fabio Santoni nel capo d’imputazione sottolinea come Angelucci con l’aiuto dei bodyguard “al fine di esercitare un preteso diritto, pur potendo ricorrere al giudice, si faceva arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza consistita nell’aggredire fisicamente l’autista dell’ex moglie”. L’esposto presentato da M. S., assistita dall’avvocato Carlo Arnulfo, è stato inviato anche alla Questura perché avanza altri dubbi: “La condotta tenuta da questi due soggetti armati, seppur priva dei connotati di violenta aggressività che ha, invece, contraddistinto quella di mio marito, mi è sembrata incompatibile con i requisiti soggettivi richiesti per la licenza di porto di pistola, soprattutto in considerazione del fatto che episodi del genere potrebbero ripetersi con grave pericolo per la mia incolumità e quella dei miei familiari e collaboratori”.

Sulla scia dei divorzi. È l’epilogo di un lungo matrimonio. Alessandro Angelucci si era sposato nel 1994 e dalle nozze sono nati tre figli. Lei, giovanissima, rinuncia agli studi per dedicarsi anima e corpo al focolare, come impone la tradizione di famiglia. Ma è una donna abituata a pensare con la propria testa: chiede e ottiene un incarico da una delle società che fanno capo a Tosinvest. Poi verso il 2007 tutto cambia. Alessandro deve lasciare al fratello le cariche aziendali, il suo umore diventa nero e anche a casa – recitano i documenti della separazione – il clima peggiora. Nell’estate 2008 rompe con la moglie perché, si legge negli atti, ha una relazione con la figlia ventenne di un gioielliere di Riccione.

Da allora per l’ex signora Angelucci e i suoi tre figli è tutta una storia in salita, descritta nelle memorie processuali. Viene licenziata “senza un motivo”, alcuni uomini iniziano a pedinarla e controllarla. Infine il marito, approfittando di una sua assenza, entra nell’abitazione portandole via tutti i beni personali: vestiti, borse, pellicce, gioielli e in particolare un solitario del gioielliere Crivelli del valore di 290 mila euro che le aveva regalato in precedenza. Lei si sente abbandonata, conosce la forza delle relazioni del suocero. Ma per amore dei figli si fa coraggio e mette nero su bianco tutti i soprusi che ritiene di avere subito o che sono avvenuti davanti ai suoi occhi: un lungo elenco di rimostranze, compresi presunti illeciti penali e amministrativi, che in un caso sono già stati riscontrati dagli investigatori. Accusa l’uomo di tenere un comportamento vessatorio nei confronti dei figli: è intervenuto il Tribunale dei minori affidasndo il caso ai servizi sociali. Denuncia il mistero dei lampeggianti da polizia sulle autoblu: “Non è dato comprendere per quali motivi l’autorizzazione sia stata rilasciata dalla prefettura di Viterbo, nonostante mio marito sia residente a Roma e la domiciliazione a Viterbo di mio marito sia del tutto fittizia”. E mette in guardia investigatori e magistrati: “Mio marito ha sovente millantato conoscenze in altolocati ambienti politici (mio suocero è deputato, ma mio marito non si è mai riferito a lui) e capacità di condizionamento dei testimoni, questo, riferendosi alle consistenti capacità economiche della famiglia”.

Non è l’unica anomalia. Durante il procedimento giudiziale di separazione, in cui M. S. è assistita dagli avvocati Adriana Boscagli e Francesco Serrao, sono emerse altre ipotesi di irregolarità. Ci sarebbero scompensi tra la dichiarazione dei redditi presentata da Alessandro Angelucci e le somme di denaro versate mensilmente dalla Tonsinvest sul suo conto corrente. Tre anni fa l’imprenditore ha dichiarato al fisco un reddito netto di 325 mila euro. Ma in nove mesi (da gennaio a settembre 2008) in banca è affluita liquidità per oltre un milione e 600 mila euro, “per la gran parte derivante da società del gruppo Angelucci, delle quali si ignora la relativa imputazione contabile”. Anche l’ex compagna di Tonino, Annalisa Chico, si è rivolta alla procura denunciando un clima simile di pedinamenti, minacce e disattenzione nei confronti del figlio nato dalla loro relazione. E i pm di Roma si apprestano a chiedere il processo anche per l’onorevole patriarca.

Un boss in famiglia. Da quanto apprende “l’Espresso”, il fratello gemello di Alessandro, Andrea, vive in una grande villa dell’Olgiata dallo sfarzo hollywoodiano. E lì può accadere di incontrare Ciro Maresca, fratello della leggendaria Pupetta e più volte arrestato perché considerato dagli inquirenti uno dei capi della “nuova famiglia” di Castellammare di Stabia. In passato nella capitale gestiva il Destriero, il ristorante dove Renatino De Pedis, il “Dandi” della banda della Magliana, teneva i suoi incontri riservati. Ciro è il papà di Doriana Maresca, la compagna di Andrea Angelucci, dalla quale ha avuto due bambini. Nel romanzo familiare degli Angelucci, Andrea è descritto come il maggiore cruccio di papà Tonino, sempre preoccupato per il suo carattere impulsivo. Nei primi anni Novanta, proprio per questo motivo ebbe dei problemi con una pattuglia di carabinieri che lo avevano fermato a un posto di blocco. Quando la famiglia si trasferì nel nobile palazzo con vista sull’Aracoeli, Andrea si fece sistemare l’appartamento in stile Scarface: il bagno era una sala enorme rivestita interamente di marmo nero, compresa la grande vasca centrale. Adesso preferisce la privacy concessa dalla villona dell’Olgiata.

In comune con padre e fratelli ha la passione per il casinò: da oltre vent’anni gli Angelucci sono considerati degli habitué dei tavoli verdi di Montecarlo. Forse per scaramanzia da giocatori, negli anni Novanta le loro trasferte seguivano un rituale molto particolare. Andavano nel Principato con jet privati, volando da Ciampino a Nizza. Prima di partire, però, raggiungevano in auto il loro yacht ormeggiato a Civitavecchia: lì gli onnipresenti vigilantes prendevano dal bagagliaio alcuni zainetti dal contenuto misterioso, trattandoli con massima cautela, e li trasferivano nella cambusa. Poi il panfilo e il suo carico salpavano puntando dritti su Montecarlo, dove nel frattempo il jet aveva già trasferito la comitiva che attendeva al molo. Anche i soggiorni monegaschi erano scanditi da tappe precise, a partire dalla suite all’Hotel de Paris. In passato oltre alla roulette era prevista una visita per salutare alcuni dipendenti della Banca di Roma International. Un altro rito scaramantico, forse. Ricordi che risalgono all’età dell’oro, quando la massima di Tonino era infallibile: “Chi ha il denaro ha vinto”. Oggi invece l’imperatore è in affanno. E, come per la statua-colosso di Wojtyla che lui ha voluto, sotto la patina d’argento comincia a venire alla luce il bronzo.

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