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Army Of The Dead Rivisita E Reinventa Il Cinema Sugli Zombie

Non morti che dormono, motoseghe circolari e un caveau da svaligiare. Dopo le incerte incursioni nell’universo DC, Zack Snyder torna alle origini con un film godibile Zack Snyder ha un nome da difendere e una reputazione da tenere alta, come se fosse una sfida con se stesso a in ogni nuovo film alza di poco l’asticella di quel che si può fare con una scena d’apertura. È un segno di stile ricorrente a cui ha iniziato a dare una forma compiuta con Watchmen. In quel prologo c’era già tutto: un abbinamento musicale inatteso, il racconto di un antefatto e immagini al rallentatore curatissime. Nel discutibile Sucker Punch la scena d’apertura era l’unica cosa che si salvava e nella sua Snyder Cut della Justice League viene rimessa al suo posto una incredibile sequenza d’apertura. In Army Of The Dead (in uscita su Netflix il 21 Maggio) è Elvis, vista l’ambientazione, ad accompagnare la cronaca di come si sia diffusa l’epidemia, delle peripezie di una squadra armata fino ai denti per arginare gli zombie, le morti, le sofferenze ma soprattutto la scanzonata voglia di abbinare il dramma e la tensione all’eccitazione dell’azione.

Quello che in tanti altri film viene fatto con i cartelli iniziali, cioè le scritte che aprono il film raccontando un antefatto e informano il pubblico di ciò che deve sapere prima che la storia parta, Zack Snyder lo fa con le immagini e una sequenza che funziona esattamente come i migliori videoclip degli anni ‘90 e 2000 (unendo ad una storia raccontata senza parole un montaggio che non batte sul ritmo ma trova modi suoi di accoppiarsi al mood musicale). Scopriamo così che i morti viventi (che poi morti viventi non sono ma semplicemente dei contagiati da un morbo) sono stati bloccati dentro Las Vegas, la città circondata da container affiancati fino a formare un muro e il perimetro messo in sicurezza. Non senza perdite, morti e fughe rocambolesche. Chi ha lavorato a quell’operazione rischiosa ma necessaria ora però non se la passa bene.

In particolar modo Dave Bautista immenso paramilitare che gira piccoli hamburger in una caffetteria e non si parla con la figlia dopo essere stato costretto ad uccidere la madre morsa da uno zombie tra lacrime virili e coltelli giganti nel cranio. Un magnate gli chiederà di riunire quella squadra per soldi. Tantissimi soldi, rimasti nel caveau di un grattacielo di Las Vegas che qualcuno deve andare a prendere e portare fuori. Se la trama suona familiare non è un errore, è la stessa di Peninsula, film coreano di zombie concepito più o meno assieme a questo. Se solo a leggerla già qualcosa non vi torna pure non è un errore, occorre infatti rimuovere l’istinto di chiedersi come mai il gruppo debba andare a recuperare i soldi a piedi, attraversando una città contaminata, e non invece atterrare sul tetto del grattacielo in elicottero (che è la maniera in cui pianificano di andarsene). Non è un film proprio preciso e curato con il suo intreccio, lo si può intuire già dalle dimensioni della motosega circolare equipaggiata da uno dei membri che la storia è un pretesto per mettere persone in situazioni pericolose molto creative.

Da questo punto di vista Zack Snyder non delude. I suoi zombie sono un po’ diversi dai soliti, hanno le loro regole, hanno creato gerarchie una volta lasciati soli dentro Las Vegas e questo consente tante dinamiche diverse dal solito, come per esempio dover attraversare una folla zombie dormienti senza fare rumore per non svegliarli. Più che una vera storia l’avvicinamento al malloppo è una serie di stage da videogame, ognuno con le sue regole e le sue dinamiche di gameplay che vanno rispettate. E va benissimo così. Fin da quel prologo drammatico ed esilarante al tempo stesso Army Of The Dead dichiara il proprio intento leggero. Che non è frequente per Snyder fino ad ora noto per essere in grado di appesantire qualsiasi film con un carico di epica, gravitas e dramma.

Qui fa l’opposto, invece che lavorare sui toni plumbei e i colori scuri va alla ricerca del colore, delle risate e del piacere di esseri umani da macchietta presi da una storia assurda in uno scenario senza senso. Las Vegas devastata, tigri-zombie, un casinò da assaltare con un caveau da scassinare… Il tono è più quello delle commedie con rapina che quello degli zombie movie. E anche le parti più drammatiche, lasciate a Bautista (che però è abbandonato senza supporto e troppo non può fare), suonano come un pretesto, come le richieste di uno studio di produzione preoccupato di stare perdendo una parte del pubblico potenziale. Se quindi in passato Snyder ha dato di più e meglio, è pur vero che vederlo giocare un po’, cercare l’escapismo e sentirsi libero di manipolare con la maestria che possiede (addirittura è anche direttore della fotografia) qualcosa di noto, prevedibile e in fondo piacevolmente conosciuto, è un piacere.

Non sarà il film di zombie migliore mai fatto, né di certo il miglior film di Snyder. Ma è una piacevole variazione.

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