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Arturo, il 17enne ferito: “Finalmente a casa. Ho fiducia negli agenti, non più nelle persone”



“Prima se vedevo un marciapiedi poco illuminato neanche ci facevo caso. Adesso lo evito”

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“La speranza c’è. Ma, certo, non mi fa piacere che gli altri della banda non siano ancora stati presi… “. Si può crescere, per non morire, in tre settimane. Arturo, lo studente 17enne ferito a via Foria con venti coltellate il 18 dicembre – in un raid senza movente, che vede indagati due 15enni incensurati – racconta a Repubblica i giorni che gli hanno cambiato la vita. Ieri, come annunciato, ha lasciato l’ospedale Monaldi dopo la visita, particolarmente apprezzata dalla famiglia, del cardinale Crescenzio Sepe. L’arcivescovo ha confermato l’impegno della Chiesa a un tavolo permanente con famiglie, scuole, educatori.Arturo, la prima cosa che hai fatto, appena a casa.
Ride. “Lo vuole proprio sapere? Doccia, poi una bella pasta col soffritto. Il mio piatto preferito”.Come mai non sei tornato subito nella tua casa di via Foria? Distacco? Paura?
“Ci tornerò tra poco, riprenderò il liceo e tutto quanto. Tutto normale. Volevo prendermi qualche momento di distanza, eh, stare da solo: dieci minuti. E poi stare anche un po’ con papà (i genitori sono separati, ma sempre accanto a lui, ndr). Paura? Non lo so. Vuole sapere cosa è veramente cambiato, in me, a parte i soprannomi che mi hanno affibbiato gli amici: tipo Highlander, Giulio Cesare, Santo Lazzaro ?…”
La vigilanza, forse.
“Ecco. Prima, se vedevo un marciapiedi poco illuminato neanche ci facevo caso. Adesso, ci faccio caso e lo evito”.

Le cicatrici regrediranno. Il resto?
“Per ora, per fortuna, il danno più forte che sento è soprattutto fisico. Prettamente fisico, direi. Questa corda vocale che è ferma, la tosse, e molto le cicatrici delle varie ferite. Assurda questa qui, alla gola. Poi petto, schiena, avanti e indietro, facevano malissimo. Ora fanno un po’ male, quindi meno”.

In tanti si sono mobilitati: 5mila persone in piazza dopo l’appello di tua madre. Qualcosa cambierà?
“Sono speranzoso, perché ho visto un’ondata di solidarietà. Mi sono arrivati messaggi, tanti pensieri sui social, piccoli doni spontanei anche da ragazzi e da scuole più diverse, centro e periferia, una cosa sorprendente, quindi la speranza non muore mai… Ma non ho molta fiducia, lo ammetto”.

In che senso?
“Non è che non creda nella giustizia, o nell’impegno della polizia, ma non sono fiducioso nelle persone, ecco”.

Perché? A cosa pensi?
“Penso che anche le forze dell’ordine, chi deve operare, è vincolato da leggi che forse non sono adeguate. C’è un garantismo forse eccessivo, per me ci vorrebbero risposte più forti, sicure”.

Il fatto che la banda, a parte un ragazzo arrestato, non sia stata presa: fa male?
“Certo, non mi fa piacere. Ma voglio continuare a sperare”.

Cosa farai da grande?
“Prima di questa…esperienza, volevo iscrivermi a Medicina. Adesso non lo so”.

Qual è il messaggio più

 forte che hai ricevuto?
“So che le istituzioni non ci hanno lasciato mai soli, grazie a tutti. Ma mi ha colpito molto la vicinanza e la rabbia di un ispettore che mi interrogava, mentre stavo male. Era così dispiaciuto: mi disse che, pur avendo avuto una nonna ebrea provata dalle persecuzioni, a volte avrebbe voluto il pugno durissimo per punire queste persone che procurano il male in maniera così insensata. Ma non ci sono tanti mezzi per fermarli prima”.

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