Autore: sebastianocascone

Gomorra, Salvatore Esposito annuncia una sorpresa

La dichiarazione dell’attore che interpreta Genny rattrista i fan  Salvatore Esposito è uno dei protagonisti della serie di successo di Sky, Gomorra. Il suo personaggio Gennaro Savastano nel corso delle…

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Francesca Manzini torna single, salta il matrimonio: addio Christian Vitelli

Francesca Manzini non si sposa più. La storia d’amore con Christian Vitelli è finita, a poche settimane dall’annuncio delle nozze. I due, dopo un anno di relazione, iniziata nel pieno del lockdown duro della primavera 2020, hanno deciso infine di separarsi e proseguire ognuno per la sua strada.

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Francesca Manzini e Christian Vitelli: la fine di un amore

Avrebbero dovuto sposarsi entro l’anno: solo qualche mese fa, la speaker di RDS, raggiante, aveva annunciato di aver finalmente trovato l’uomo giusto e le imminenti nozze. Ma poi qualcosa tra i due deve essersi guastato, ed è stata la stessa Manzini a spiegarlo, con un post su Instagram:

La vera forza di un amore è ascoltarsi, conoscersi e volersi bene, stimarsi, senza le urla di chi è sordo dentro. non è questo l’amore, bensì entusiasmarsi, condividere luce, cammino, volare e tenersi per mano semplicemente, riposarsi per capire quanta forza l’un l’altro si danno.

La frase finale suona come un epitaffio per la storia d’amore in cui lei aveva molto creduto:

Fine-inizio di una nuova vita di me, Francesca.

Christian Vitelli: no comment

Solo a marzo, Christian Vitelli dedicava a Francesca Manzini un messaggio d’amore su Instagram per il loro primo anniversario, in cui le diceva che era la donna della sua vita. Non si sa cosa abbia causato una rottura così improvvisa, comunque i due hanno deciso di dirsi addio e di continuare le proprie vite separatamente. Christian Vitelli, dal canto suo, non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulla fine della storia, né ha commentato in alcun modo quanto affermato dalla ex.

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Su YouTube è comparso uno strano “documentario” che vuole infangare Giulio Regeni

Il filmato alimenta tesi cospirazioniste sulla morte del ricercatore per sgravare le autorità dalle loro responsabilità. Coinvolti anche intervistati italiani, tra cui il senatore Maurizio Gasparri

The Story of Regeni - la pagina di Facebook
La pagina Facebook di The Story of Regeni

Il 22 aprile su YouTube viene creato un canale dal nome The story of Regeni. Due giorni dopo vengono pubblicati due trailer in arabo, uno sottotitolato in inglese e l’altro in italiano. Quasi contemporaneamente viene creata anche una pagina su Facebook e vengono fatte diverse inserzioni pubblicitarie su alcuni altri video di YouTube. Lo scopo è promuovere un filmato, descritto come “il primo documentario che ricostruisce i movimenti strani di Giulio Regeni al Cairo”. E prosegue il testo (trascritto tale e quale): Chi incontrava Regini (sic!) nella strade principali e in quelle laterali?!! Che cosa chiedeva a loro? Perché frequentava regolarmente i bar al centro, al Capolinea di Qolali e nella zona di Ahmed Helmy?!”

Gli errori grammaticali e il nome sbagliato di Regeni non sono gli unici elementi stridenti. Il video è in lingua araba e i toni sembrano essere fortemente cospirazionisti. Le ricostruzioni di fiction hanno tuttavia una certa qualità, almeno per quanto riguarda fotografia e regia. Altri elementi sono molto più raffazzonati, dalla grafica delle locandine a grossolani errori. Per esempio il nome di Regeni è sbagliato, addirittura sulla homepage della pagina Facebook. Non è inoltre specificata alcuna casa di produzione e non c’è nessun altro riferimento sugli autori, il che per il lancio di un documentario è decisamente insolito.

Non si sa nemmeno quando sia stato girato e – è bene precisarlo subito – non apporta nuovi elementi di indagine, ma si limita a utilizzare fatti già noti per manipolarne la lettura e screditare la figura di Giulio Regeni. Non passa inosservata, invece, la data di uscita: 28 aprile. Il giorno prima della data fissata per l’udienza preliminare nel processo chiesto per i quattro agenti della National Security del Cairo che la magistratura ritiene coinvolti nella morte del ricercatore italiano: il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tre nuovi testimoni accusano i quattro di essere i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Regeni.

Un video di propaganda?

The Story of Regeni - un'immagine del trailer
The Story of Regeni – un’immagine del trailer

Sarebbe una notizia se qualcuno avesse realizzato un’inchiesta documentaristica in lingua araba sulle torture e l’uccisione di Giulio Regeni, ricercatore italiano di 28 anni sparito il 25 gennaio 2016 al Cairo, dove si trovava per motivi di ricerca, e rinvenuto morto lungo la strada dalla capitale ad Alessandria, pieno di segni di vessazioni e torture, nove giorni dopo. Invece si tratta del prodotto di un account che non aveva mai pubblicato niente in precedenza, e che di fatto fa propaganda in chiave cospirazionista per svincolare il governo egiziano dalle responsabilità nella vicenda Regeni, come si può comprendere guardando l’intero video, che dura una cinquantina di minuti. Come per il trailer, ne sono state pubblicate due versioni, una con i sottotitoli in inglese e l’altra in italiano (claudicante). Il documentario alterna momenti di finzione (per ricostruire alcuni passaggi della vicenda) a interviste e ha il chiaro obiettivo di mettere in discussione la figura di Giulio e l’indagine della Procura di Roma.

Dopo alcune scene di fiction in cui compare un attore che impersona Giulio Regeni, per certi versi molto somigliante, ecco la prima intervista. Sorprendentemente compare un italiano: “Fulvio Gremaldi” (sic!), presentato come “corrispondente della tv italiana”. Fulvio Grimaldi (questo il nome corretto) ha una lunga e per certi versi problematica carriera giornalistica e ora cura un blog politico. Nel primo intervento sostiene in sostanza che l’università di Cambridge che Regeni frequentava ha tra gli scopi quello di formare agenti dei servizi segreti (una tesi da lui già presentata sul canale complottista Byoblu). Dopodiché compare Mohamed Abdallah, rappresentante dei venditori ambulanti. Si tratta dell’uomo che denunciò Regeni alle autorità egiziane. Abdallah dice di aver sospettato dell’italiano fin da subito. Impressione confermata nel video anche dal portiere del palazzo dove alloggiava Regeni, Hosni Elsayed

Le accuse sui Fratelli musulmani

The Story of Regeni - alcune locandine
Alcune locandine di The Story of Regeni

La narrazione prosegue su questo tono, fino ad arrivare alla tutor di Giulio a Cambridge, la docente Maha Abdelrahman, presentata dal video come una persona legata ai Fratelli musulmani, il gruppo politico-religioso che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha messo al bando. A dar man forte a questa tesi l’intervista a un secondo interlocutore italiano: Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, supportato da altre congetture di questo tipo da parte dello stesso Grimaldi.  

Nel video compare una vecchia conoscenza della politica italiana: Maurizio Gasparri, ex ministro delle Comunicazioni e ora senatore di Forza Italia, che sorprendentemente si affretta anch’egli a indicare nei Fratelli musulmani i veri colpevoli. A gettare ulteriori sospetti su Regeni pensa poi nuovamente Grimaldi, che sostiene che il ricercatore avesse lavorato per una società di spionaggio industriale multinazionale: Oxford Analytica (che non c’entra nulla con la Cambridge Analytica resa nota dallo scandalo Facebook), una società di analisi geopolitica con la quale Regeni aveva collaborato nel 2016. E che con lo spionaggio non ha niente a che fare.

Altro fango

The Story of Regeni - l'account su YouTube
The Story of Regeni – l’account su YouTube

Proseguendo nel video Wesam Ismail, che viene presentato come un avvocato, sostiene che le autorità di sicurezza egiziane non consideravano Regeni pericoloso. Poi il sindacalista degli ambulanti Mohamed Abdallah dichiara che Regeni gli offrì dei soldi. Viene fatto vedere uno spezzone del video – reso pubblico anche in Italia – dal quale invece si apprende che Regeni si rifiuta esplicitamente di dare soldi ad Abdallah, che gli chiede filmandolo con una microcamera fornita dalle autorità a cui aveva denunciato il ricercatore, perché quei soldi servivano per le sue ricerche e non erano nella sua disponibilità. Nonostante questo passaggio sia chiaro a tutti, il video passa sopra questa evidente contraddizione tra le parole del leader degli ambulanti e ciò che il video, agli atti dell’indagine, testimonia e dà spazio a un’altra teoria del complotto, avanzata da Grimaldi, che fa riferimento a un’offerta di diecimila euro per un misterioso progetto sovversivo contro il governo di al-Sisi, del tutto infondata. 

Tra gli intervistati c’è anche il generale Farouk Elmakrahy, presentato come ex assistente del ministro dell’Interno egiziano, che ribadisce che l’Egitto non riteneva pericoloso Regeni. Tuttavia il filmato, alla ricerca di elementi per screditare Giulio, si intesta un’analisi sull’apparente illogicità del percorso che avrebbe compiuto la sera della scomparsa per incontrare il suo connazionale Gennaro Gervasio, come a sottintendere che aver scelto la strada più lunga starebbe a dimostrare che c’era qualcosa di sospetto in lui. Ovviamente, senza portare – ancora una volta – alcuna prova o documento a riguardo.

Viene poi stigmatizzato il comportamento dei genitori di Giulio Regeni, che arrivati al Cairo, dopo essere stati allertati dalla scomparsa del figlio, avrebbero sottratto alla Procura egiziana gli effetti personali di Giulio.

L’Italia non collabora

Il nome di Giulio Regeni appare più volte storpiato
Il nome di Giulio Regeni appare più volte storpiato

Il sottotesto del documentario è che l’uccisione e il rinvenimento del cadavere di Giulio Regeni avessero come obiettivo quello di destabilizzare i rapporti tra Italia ed Egitto, qualcosa di contrario agli interessi del Cairo. La teoria è sostenuta anche da Tricarico e Grimaldi. E l’Italia, dal canto suo, non avrebbe collaborato adeguatamente con le indagini egiziane. Al contrario, fuor di propaganda la realtà dei fatti dice che è stato l’Egitto a intralciare l’attività investigativa italiana e il percorso per dare giustizia al ricercatore e alla sua famiglia. Per esempio, per mesi non ha dato risposta alla richiesta di rogatoria per gli indagati e il tema dell’elezione del domicilio sarà al centro dell’udienza preliminare.

Sul punto dei rapporti Italia-Egitto è lo stesso Gasparri a calcare la mano: il senatore mette in dubbio la credibilità della Procura di Roma ricollegandosi al caso Luca Palamara (il magistrato coinvolto nello scandalo delle nomine nelle procure e del tutto scollegato dall’omicidio Regeni). Ashraf Rashid, ex ambasciatore egiziano in Italia, spiega che la morte di Regeni è stata cavalcata in Italia per fomentare discordie interne. Il documentario sostiene che ci sia stato “nervosismo” in Italia sulla vicenda, ma Gasparri indica il colpevole, “da giornalista” quale reputa di essere: è colpa dei mezzi di comunicazione, oltre che delle autorità investigative se non è stata fatta sufficiente chiarezza. 

Poco dopo Tricarico ribadisce uno dei nodi fondamentali del filmato: “ha sentito dire” – ma non da chi, quando e con elementi a supporto – che tutta l’operazione sia stata finanziata da una fondazione collegata ai Fratelli musulmani. Infine, dopo aver biasimato l’attività investigativa italiana a fronte dell’ottimo lavoro di quella egiziana, il documentario insiste sul fatto che, a causa della vicenda Regeni, l’Italia rischia di rovinare i buoni rapporti con l’Egitto. Rivendicati, per quanto riguarda forniture e collaborazioni militari, dall’ultima voce italiana intervistata Elisabetta Trenta, ex ministra della Difesa nel governo Conte I. A Wired Trenta ha dichiarato, sorpresa, di essere stata contattata per realizzare un documentario di tutt’altro tipo sulla vicenda.

Al momento della pubblicazione di questo articolo, non ci sono stati riscontri sul video né sono emerse informazioni ulteriori per attribuirne la paternità, anche se è chiaro l’intento di sostenere la linea del Cairo e di gettare fango sulla figura del ricercatore. A quanto apprende Wired, né i legali né la famiglia Regeni erano stati informati dell’uscita di questo video.

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Reggio Calabria, ok dalla Commissione Bilancio alla mozione per ad aumentare la quota del Recovery Fund in favore del Sud. Maggioranza e Minoranze votano compatte

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Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Reggio Calabria, ok dalla Commissione Bilancio alla mozione per ad aumentare la quota del Recovery Fund in favore del Sud. Maggioranza e Minoranze votano compatte. Si astiene la sola Iatì. Il presidente Neri: “Battaglia di tutti. Dimostrata grande maturità politica”

Passa a maggioranza, con la sola astensione della consigliera Filomena Iatì, la mozione presentata in commissione Bilancio del comune di Reggio Calabria, dal presidente Armando Neri che invita il Governo ad una più equa distribuzione delle risorse inserite nel programma del Recovery fund. Maggioranza ed opposizione, infatti, hanno esplicitato la necessità di rivedere le quote di ripartizione ritenute insufficienti e penalizzanti per il Meridione d’Italia.

“Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – è spiegato nella mozione – costituisce un’occasione imprescindibile per rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno, colmando il gap storico che lo relega in una condizione di arretratezza socioeconomia rispetto alle altre aree del Paese e di tutta Europa, e determinando anche un’importante opportunità per la crescita e lo sviluppo dell’intero Paese nel contesto internazionale. Attualmente, il piano impostato dal Governo, in questi giorni oggetto di confronto nelle aule della Camera e del Senato, pur con alcune significative novità positive, non risulta in linea con le indicazioni dell’Unione Europea, che ha stanziato il Recovery Fund sulla base di tre fattori: la popolazione, la media della disoccupazione degli ultimi cinque anni e il basso Pil pro capite”.

“Sulla base di questi criteri – si aggiunge – la cifra che dovrebbe spettare al Mezzogiorno si aggirerebbe fra il 66 e il 68%. Percentuali che risultano in linea con le aspettative espresse dai sindaci del Sud, riuniti in una piattaforma denominata “Recovery Sud”, ed enunciati anche dallo stesso Ministero per il Sud e la Coesione che in più occasioni ha affermato che al Mezzogiorno spetta una percentuale superiore al 60% delle risorse previste dal Recovery Fund. La stessa Svimez, tra i più autorevoli riferimenti per le politiche dello sviluppo nel Mezzogiorno, ribadisce l’esigenza di orientare le risorse aggiuntive del Piano all’obiettivo della coesione territoriale tra nord e sud del Paese, tra aree più avanzate e regioni caratterizzate da un regime di arretratezza socioeconomica, soprattutto per quanto riguarda le dotazioni infrastrutturali e sociali e per le politiche volte a migliorare la qualità e il livello dei beni e dei servizi pubblici essenziali”.

Ed ancora: “Al Sud si concentrano infatti i ritardi più rilevanti in termini di offerta di servizi pubblici essenziali e allo stesso tempo le più rilevanti opportunità in termini di contributo alla transizione del Paese verso un’economia più sostenibile. Se cresce il Sud, cresce l’Italia. Ma se non si destinano al Sud risorse adeguate a superare questi ritardi e ad attivare tali potenzialità, il Piano non raggiungerà il suo obiettivo di ricostruire un processo di crescita più equo e più stabile”.

“A tal riguardo – specifica il documento – Svimez ha anche elaborato una simulazione dei possibili effetti sulla crescita del Pil derivante dall’impiego delle risorse mobilitate dagli interventi previsti dal Pnrr. Dalle stime risulta che una distribuzione territoriale delle risorse più favorevole al Mezzogiorno, ed in linea con l’obiettivo europeo della coesione territoriale, avrebbe l’effetto di incrementare significativamente la crescita del Pil meridionale, dall’8,1% all’11,6%, per impatto incrementale cumulato tra il 2021 e il 2026, determinando anche una maggiore crescita complessiva dell’economia nazionale di circa un punto percentuale. In queste settimane tanti Comuni del Sud Italia, hanno espresso anche formalmente una proposta nei confronti del Governo affinché i fondi previsti dal Recovery siano indirizzati nella direzione auspicata dall’Unione Europea e da Svimez”.

“I sindaci e gli amministratori del Sud, costretti a governare Comuni con scarsissime risorse, insufficienti a erogare servizi sociali per una domanda di protezione sempre crescente o a curare la manutenzione di chilometri e chilometri di strade – prosegue – non riescono a comprendere perché il Governo abbia scelto invece di limitare al 40% la quota destinata al Sud.  Tale ripartizione ci appare un grave torto alle comunità dei cittadini del Mezzogiorno, comunità che annoverano al loro interno aziende industriali, agricole, zootecniche e artigiane di grande qualità, nonché giovani, professionisti, operatori del turismo e della cultura che rappresentano straordinarie eccellenze sul piano produttivo e potrebbero essere ancora più performanti se avessero le stesse opportunità, in termini infrastrutturali, di altre regioni d’Italia e d’Europa”.

“Per tale ragione – conclude la mozione – invitiamo il Governo a rivedere la ripartizione dei fondi, allineandola ai parametri auspicati dall’Unione Europea e contestualmente chiediamo a tutti i Deputati e ai Senatori eletti nelle regioni del Sud di sottoscrivere la nostra proposta, rappresentandola in sede parlamentare durante la discussione del provvedimento”. Nel corso della discussione, il consigliere Minicuci ha fatto presente che, secondo un recente studio, “per ogni euro speso al Sud ben 0,40 centesimi finiscono al Nord” e che il Governo, piuttosto, “deve abbandonare il criterio della spesa storica definendo, in maniera netta, i Livelli essenziali delle prestazioni”. Al temine della riunione, il presidente Armando Neri ha ringraziato i consiglieri di maggioranza e minoranza per “la maturità dimostrata nell’incardinare una battaglia che non conosce colore politico, ma che rivendica il diritto del Sud e della Città di Reggio in particolare a poter avere pari diritti e dignità del resto del Paese”.


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