cronaca

Bo Burnham racconta, urla e canta la sua pandemia con uno show difficile da catalogare

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Nel suo speciale Inside su Netflix, il comico e regista ha realizzato una riflessione inedita ed estremamente creativa sulla reclusione pandemica, riuscendo al contempo a ritrarre in modo spietato un’intera generazione che si dispera e autoassolve allo stesso tempo

Nel 2016, mentre girava gli Stati Uniti con il suo precedente spettacolo Make Happy, il comico e regista Bo Burnham decise di ritirarsi dalle scene per via dei numerosi attacchi di panico che precedevano o addirittura accompagnavano le sue esibizioni. Nel frattempo ha diretto un film nel 2018 (Eight Grade: Terza media, su una ragazzina che deve appunto fare i conti con l’ansia) e più di recente ha partecipato alla pellicola premiata agli Oscar Una donna promettente. E l’anno scorso, proprio quando si sentiva pronto per tornare a calcare il palco, è successo qualcosa che ha sconvolto non solo i suoi piani, ma quelli di tutto il mondo: il Coronavirus. Ora che il peggio sembra (sottolineiamo sembra) alle spalle, il suo nuovo special arrivato su Netflix, Inside, appare come una conseguenze ma anche una catarsi della pandemia che abbiamo vissuto.

Impossibilitato a tornare a esibirsi di fronte a un pubblico, Burnham ha sublimato il tempo in cui è stato costretto come tutti a stare in casa girando tutto da solo questo speciale di quasi due ore che dovrebbe comico ma in realtà supera i generi e crea qualcosa che possiamo tranquillamente definite inedito. Per un anno il filmmaker ha gestito le riprese, le luci, gli allestimenti e, com’era tipico già dei suoi spettacoli del passato, ha unito monologhi espressivi a momenti musicali dominati da sonorità synth pop e versi ironici e taglienti. Il risultato è una specie di stranissimo visual album in cui gli sketch si succedono uno dietro l’altro senza necessità di transizioni troppo sfumate, in una specie di flusso di coscienza che mette in campo allo stesso modo l’assurdità ma anche la tragedia di quello che abbiamo vissuto negli ultimi 18 mesi.

Spero che questo speciale possa fare per voi quello che ha fatto per me negli ultimi mesi“, dice con estremo candore Burnham, che si ritrae quasi sempre mezzo nudo, in mutande, coi vestiti stropicciati e i capelli e la barba che crescono inesorabilmente selvaggi a fare da orologio letteralmente biologico: “Distrarmi dall’idea di spararmi un colpo in testa“. Anche se subito dopo il comico sottolinea che le sue intenzioni non sono davvero suicide, è impossibile slegare le sue uscite più ironiche a una dimensione di profondo sconforto morale: la canzone più ritmata dell’album sonoro che accompagna lo speciale s’intitola Shit e parla appunto, del sentirsi una merda, mentre altre come Look Who’s Inside Again e Problematic riflettono su come la reclusione imposta dalla pandemia non abbia fatto che acuire certi desideri di isolamento o sentimenti di inadeguatezza.

La genialità di Inside, però, è generare una tensione continua nello spettatore che vede sovvertite tutte le sue aspettative, trovandosi a ridere nei passaggi più angoscianti e a ridursi alla costernazione di fronte ai setting apparentemente più gioiosi e spensierati. Burnham si dimostra praticamente abile, infatti, nel creare soluzioni visive di assoluta originalità, utilizzando mezzi più o meno di fortuna, come palle stroboscopiche, pile d’emergenza, led dimmerabili e altre diavolerie. Tutto l’impianto estetico di questa produzione grida “fatto in casa“, ma non bisogna dimenticare una consapevolezza citazionistica che va dalle crocifissioni più drammatiche ai video pop anni Ottanta.

Se alcuni sketch volgono più all’assurdismo centrando però alcune critiche diremmo di costume sulle idiosincrasie contemporanee (dai boomer di FaceTime With My Mom, ai vezzi social di White Woman Instagram fino alla sessualità virtuale di Sexting), altri scavano più in profondità nei vari dibattiti lasciati aperti in anno di esasperazione e polarizzazione: “Salvare il mondo con la comicità“, dice a un certo punto con amarezza autoironica, per poi aggiungere che, in un mondo dominato dalla cultura woke,c’è solo una cosa che potrei fare… venendo al contempo pagato ed essere al centro dell’attenzione“, e cioè fare battute. Da giovane ragazzo bianco (e criticato in passato per aver usato nei suoi spettacoli termini dispregiativi nei confronti di neri e omosessuali), Burnham incarna con consapevolezza le contraddizioni di chi si espone al mondo d’oggi, ammettendo di dover stare zitto ma al contempo anche di non volerlo farle: “Dovrei chiudere il becco / Sono annoiato / Non lo voglio fare“.

L’effetto soverchiante di Inside è che in fondo riassume tutte le idiosincrasie di una generazione cresciuta e galvanizzata nelle infinite possibilità espressive di internet ma da queste anche ridotta a una specie di sfinente anelito produttivo (vedasi pezzi come Unpaid Intern o 30:Di solito andavo a letto con un sogno / e mi svegliavo con un sorriso / Ma ora compirò 30 anni“), un ciclo continuo di produzione di contenuti e brillantezza dal quale non ci si riesce ad emancipare (“Il mondo è costruito sul sangue! E lo sterminio! E lo sfruttamento!“). Le riflessioni più amare e illuminanti vengono dallo sketch Internet, dipinto come un universo al contempo utopico e distopico in cui tutto è a disposizione e il cui mantra ossessivo è: “L’apatia è una tragedia e la noia un crimine“. Colpisce come la reclusione pandemica nella quale è nata questo speciale alla fine diviene una specie di grande metafora di un meccanismo inceppato in cui eravamo incastrati, senza via di fuga, anche in precedenza. A rappresentazione di ciò, un loop di reaction video in cui il protagonista rimane intrappolato solo per cercare di giustificare le sue pretese intellettuali.

Quella a cui ci mette di fronte Burnham con questo lavoro è sicuramente una consapevolezza inedita e violenta, lo specchio abbacinante di una generazione fin troppo autoreferenziale e attrezzata culturalmente per non rendersi conto di essere spacciata. Ma allora perché questo Bo Burnham: Inside piace così tanto? Innanzitutto perché le musichette orecchiabili fanno digerire anche la verità indigesta. Ma c’è di più. Da una parte, forse, perché alimenta quel narcisismo della disperazione che è altra caratteristica fondante dei 30-40enni di oggi (lo stesso insistere del filmmaker sui fuori onda più vulnerabili hanno più l’effetto di una sincerità voluta e compiaciuta più che di una sincerità genuina a tutti i costi).

Dall’altra perché in qualche modo ci autoassolve: “Look, I made you some content“, più i tempi si fanno cupi, insensati, improbabili, più la reazione primaria, quasi di sopravvivenza, è quella di creare, di fare contenuti, di postare, di farsi vedere. Inside è al contempo un disperato grido di aiuto (“Quando sarò del tutto irrilevante e completamente al verde chiamami e raccontami una barzelletta“) e un risultato purissimo di autoconservazione. Soprattutto, è un prodotto pieno zeppo di idee e creatività, le cose che scarseggiano sempre più e di cui invece abbiamo dannatamente bisogno.

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