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Caccia alle streghe: le corporazioni-stato, al servizio dell’ideologia progressista, censurano quel che sa di “destra”

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Sulla vicenda Trump-Twitter (ma anche Facebook-Instagram, Snapchat, TikTok) si delineano essenzialmente tre posizioni relativiste o giustificazioniste. La prima: non è un problema di censura ma di ordine pubblico; la seconda: si tratta di un caso eccezionale, da cui non si può estrapolare una lezione generale; la terza: non possiamo metterci a sindacare i criteri con cui un operatore privato decide di escludere o ammettere i suoi utenti e la selettività del criterio non inficia le ragioni di fondo (le ultime due sono strettamente collegate, vedremo fra poco perché). Forse ce ne sono anche altre ma queste mi sembrano le più frequenti e rilevanti.

Per quanto sembri incredibile, c’è chi continua a pensare che il fatto che Zuckerberg o Dorsey tolgano la parola al presidente in carica degli Stati Uniti (loro non eletti da nessuno, lui sì) sia un problema che riguarda solo le parti in causa. Purtroppo le cose sono un po’ più complicate di così.

Chi si richiama a ragioni di ordine pubblico dopo l’assalto al Campidoglio dimentica che la guerra di Twitter (per comodità mi riferisco solo a questa piattaforma) al presidente non comincia il 6 gennaio 2021. La sospensione dell’account è solo l’atto finale di una serie di avvertimenti e procedure di infrazione che hanno costellato la maggior parte delle esternazioni presidenziali negli ultimi mesi. Quando Twitter, che – ricordiamolo – è ancora ufficialmente uno spazio pubblico di diffusione di contenuti e non un editore degli stessi, decide che esiste un “rischio di incitazione alla violenza” e per questo chiude il canale presidenziale, rinuncia implicitamente alla garanzia della sezione 230 del Communications Decency Act che la esonera da responsabilità per i contenuti di soggetti terzi.

Il criterio di Twitter diventa allora politico e va valutato come tale: se, come sostengono i difensori della censura presidenziale, la piattaforma aveva il diritto di “proteggersi” dalle conseguenze di un presunto tentativo insurrezionale orchestrato attraverso le sue pagine, sarà difficile non ritenere la piattaforma responsabile di tutti i contenuti potenzialmente nocivi che non vengano rimossi. Il richiamo all’ordine pubblico si rivela quindi una trappola, non solo per l’utenza ma anche per la stessa piattaforma, a meno di non voler ritenere che solo alcuni tipi di esternazioni siano suscettibili di alterarlo e non altri.

Il che ci porta direttamente al secondo e al terzo punto: ideologia e discrezionalità. Aleksei Navalny, in un thread semplice ma pedagogico sul caso Trump, ha fatto sapere di considerare la decisione di sospendere l’account il risultato di “emozioni e preferenze politiche personali”, aggiungendo che, fatta salva la differenza fra censura di Stato e scelte di soggetti privati, esistono “molti esempi in Russia e in Cina di società private che sono diventate le migliori alleate dell’apparato statale in materia di censura”. È significativo, al riguardo, che proprio mentre infuriava la polemica, il South China Morning Post di Hong Kong informasse dell’aggiornamento delle procedure previste dal Partito Comunista Cinese per il controllo di Internet e la “lotta alle fake news”. Sostituite fake news con hate speech e il concetto risulterà subito più chiaro.

No, quello di Trump non è un caso eccezionale, ma solo il più clamoroso di una tendenza presente da tempo nei mezzi di comunicazione tradizionali, all’interno del mondo accademico e ormai predominante a livello di opinione pubblica occidentale, di cui Silicon Valley si è fatta braccio  esecutivo: una lettura della realtà conforme ai criteri di un supposto progressismo che indica non solo quel che si può dire e quel che è conveniente tacere ma soprattutto chi può esprimersi in un certo modo e chi non è autorizzato a farlo.

Non si tratta ovviamente di permettere a terroristi o bande armate di proclamare l’insurrezione attraverso la rete – siamo perfettamente in grado di percepire la differenza fra libertà di espressione e apologia della violenza – ma delle conseguenze a cascata di proibire certi tipi di discorsi e di salvarne altri: mentre tutto quello che sa di “destra” diventa automaticamente passibile di riprovazione, assimilabile all’eversione sotto le etichette ormai inflazionate di “fascismo” e “hate speech”, dominano il discorso pubblico quasi indisturbati apologeti di regimi anti-democratici e anti-occidentali, fanatismi religiosi di Stato e terzomondismi bolivariani approvati dall’establishment.

Non vale affermare che il compito delle democrazie liberali è quello di salvaguardare gli strumenti che favoriscono la libertà d’espressione dall’interferenza dell’autocrate di turno se contemporaneamente viene permesso agli autocrati di turno di usare Twitter praticamente senza interferenze. Non è benaltrismo far notare che, mentre si ci si dimostra implacabili con le intemperanze verbali di un presidente Usa chiaramente finito dal punto di vista politico, non si reagisce di fronte a un capo di Stato nel pieno esercizio delle proprie funzioni che nega l’Olocausto o incita alla distruzione di Israele, o a una rappresentanza diplomatica di una superpotenza dittatoriale che esalta le politiche di sterilizzazione forzata della popolazione uigura. È proprio su questi aspetti, invece, che si gioca la credibilità di chi pretende di agire in difesa dei valori democratici, assumendosi senza esserne stato richiesto un incarico così gravoso e controverso come quello di limitare la libertà d’espressione a seconda delle circostanze.

Ammesso e non concesso che si possa e si debba bandire dal dibattito pubblico l’hate speech, resta il fondamentale e probabilmente irrisolvibile problema della sua definizione: chi decide cosa sia discorso d’odio e in base a quali criteri? Jack Dorsey, Mark Zuckerberg, un gruppo di moderatori che filtrano le conversazioni dall’altra parte del pianeta o i solerti compilatori delle liste di proscrizione contro l’estrema destra? In base a quale principio il contestare la regolarità di un’elezione diventa automaticamente fake news mentre il definire i votanti di Trump come bifolchi esponenti di una sottocultura da debellare è solo la libera espressione di un’opinione politica?

Questioni troppo grandi per essere lasciate all’arbitrio e all’improvvisazione di corporazioni-stato al servizio dell’ideologia dominante o in grado di condizionarla. Questioni che, in assenza di risposte convincenti, non possono che confermare la sgradevole sensazione che il contenitore onnicomprensivo dell’hate speech altro non sia, a questo punto della storia, che l’ultima e più sofisticata formula di soppressione delle opinioni non omologate, un’etichetta che chi mantiene l’iniziativa si riserva di applicare a piacimento a chiunque pensi in modo differente. Questioni, infine, che suggerirebbero di astenersi prudentemente dal promuovere o dall’approvare qualsiasi limitazione della libertà di espressione che non sia contemplata dalla legislazione vigente che, anche nelle democrazie liberali, si incarica già di isolare determinate fattispecie di reato (apologia del terrorismo, sedizione, incitazione alla rivolta,  minacce e così via secondo i rispettivi codici penali e le rispettive costituzioni) in base al salutare e fondamentale principio secondo cui tutto ciò che non è espressamente sanzionato dev’essere consentito.

In fondo quel che più sconcerta di tutta questa vicenda è la facilità con cui anche chi non esita a definirsi democratico e liberale ha accettato di delegare la ridefinizione di concetti essenziali della nostra tradizione politica a chi non ha né la capacità, né la legittimazione, e alla fine forse neppure l’interesse a farlo.

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