cronaca

Camihawke: “E adesso che ho scritto un romanzo, torno a casa, al web”

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Ha messo insieme le recensioni più belle in un raccoglitore che ha chiamato Renato. Ha immaginato il cast di un ipotetico adattamento cinematografico: Marco Giallini nei panni del padre della protagonista. Dopo l’esordio letterario (strepitoso), Camilla Boniardi si concentra sul mezzo che sente più suo e sogna un podcast

Cinquantacinque mila copie in un mese. Se vi pare una cifra irrisoria, sappiate che ci sono fior di premi Strega che ci metterebbero subito la firma. L’esordio letterario di Camilla Boniardi, sui social @Camihawke, content creator (non influencer, vi prego!), Per tutto il resto dei miei sbagli, edito da Mondadori per la collana Novel, sta dimostrando di essere tutto fuorché uno sbaglio. È un gioiellino, un romanzo che sa di autenticità, un elogio dell’imperfezione mai stato più necessario, soprattutto per i giovani. Ed è l’ennesima prova provata che passare da un mezzo all’altro è perfettamente nelle corde dell’autrice. Anzi, è proprio la sua cifra stilistica, che la rende un’elastigirl (ricordate Gli Incredibili, vero?) della comunicazione 4.0. Forse, però, lei preferirebbe essere una specie di Ian Solo dei nuovi e vecchi media, a guardare la maglietta di Star Wars che indossa durante questa intervista a mezzo Skype. Alle pareti del suo studio c’è l’intera cinematografia (o quasi) di Leonardo DiCaprio in un’infilata di locandine degna di Paolo Mereghetti.

(Foto: Alessio Albi)

Nel futuro, meglio una serie o un film tratto da Per tutto il resto dei miei sbagli?

“Sono nata negli anni ’90 e nonostante io sia una grandissima estimatrice delle serie televisive, la mia passione per il cinema è tangibile. Se Leo DiCaprio volesse interpretare il padre della protagonista Marta – sparo alto – o Leandro, potrei anche cimentarmi nella recitazione. Nel caso, invece, di un cast all’italiana, il papà ideale sarebbe Marco Giallini: sarà che il mio di papà gli assomiglia caratterialmente ed è un fan di Rocco Schiavone, e poi è un attore bravissimo, mi fa simpatia”.

Hai già in testa anche un seguito per il romanzo?

“È una domanda che non mi sono ancora posta. Di sicuro, mi piacerebbe ripetere l’esperienza della scrittura e, conoscendomi, penso che opterò per un’altra storia tutta da inventare, per potermi perdere di nuovo nella fantasia”.

La prima volta di fronte alla pagina bianca: ebbrezza o un po’ di blocco?

“Entrambi, euforia e panico: da dove inizio? Come riordino tutte queste

idee? E il tono di voce, qual è quello giusto? Ricordo che la mia editor mi ha suggerito di non sentirmi in obbligo di partire per forza dal principio, piuttosto da un episodio importante, dal mezzo… Non ce l’ho fatta: ho dovuto iniziare dal capitolo uno. Che poi ho stravolto alla fine, quando non mi apparteneva più: del resto, mi ci sono voluti due anni per completare il romanzo e nel frattempo il mio stile è cambiato, si è sciolto”.

La cosa più difficile del mestiere dello scrivere?

“Differenziare le voci dei personaggi, soprattutto nel loro scambio

epistolare, e narrare i fatti al tempo presente: mi viene molto più naturale ricordare, raccontare il passato”.

Eppure, i social ti allenano quotidianamente a condividere le cose mentre accadono…

“Vero, però è un linguaggio molto lontano, che non ha nulla da spartire o da scambiarsi con quello dei libri. Infatti, ho preferito misurarmi con un romanzo proprio perché avevo bisogno di un canale diverso, che sapesse resistere al tempo”.

Certo non deve essere stato facile switchare di continuo da un mezzo all’altro, perché non hai scelto di mettere in pausa i social durante la stesura di Per tutto il resto dei miei sbagli e concentrarti solo su di lui.

“Ci ho pensato parecchie volte: adesso annuncio sui miei profili social che per cinque/sei mesi sparisco. Ma sarebbe stato controproducente: intanto perché ho capito in fretta che non sono il tipo da full immersion, attaccare a scrivere al mattino e andare avanti a oltranza non fa per me, è un loop che mi toglie l’ossigeno. E poi, amo il mio lavoro di web creator, sarebbe stato un sacrificio rinunciare, per esempio, a quelle due/tre ore al giorno che mi prendo per rispondere ai messaggi dei follower: un conto è farlo per una settimana di vacanza, un altro è protrarlo a lungo, mi sarei davvero sentita spaesata”.

Quanto hanno pesato quei messaggi dei follower, le loro storie, nel processo di scrittura?

“Negli anni ho raccolto tantissime testimonianze: mi hanno permesso di comprendere ciò che le persone hanno bisogno di sentirsi di dire da altri. Tipo: non sta scritto da nessuna parte che si debba trovare una strada definitiva e che per trovarla non si possa sbagliare; ancora: non è giusto essere prigionieri e prigioniere dei giudizi che rischiano di annebbiare la propria immagine”.

Tu come hai fatto a liberarti di quei giudizi?

“In realtà non me ne sono mai liberata, però evidentemente arriva il mio sforzo quotidiano per cercare di rimanere a galla. Non sono una monade, assorbo molto: critiche, pareri, opinioni… E non so se arriverà mai il momento in cui sarò in grado di fare spallucce ai condizionamenti altrui. Già oggi cerco di discernere chi parla per il mio bene da chi no, chi mi consiglia perché mi conosce da chi spara la sua frustrazione e basta”.

Fuori le recensioni negative.

“Ho letto ‘eccessivamente tortuoso’, ‘macchinoso’, ‘le riflessioni spezzano troppo e ho dovuto rileggere certe parti perché non ho capito niente’. La peggiore: ‘Un esercizio di stile’. A 16 anni stavo su Tumblr e scrivevo più o meno le stesse cose, erano flussi di pensiero, certo proporzionati all’età; e mi viene da aggiungere: lasciamo gli esercizi di stile a chi li sa davvero fare”.

Per par condicio, fuori quelle positive.

“Le ho stampate e messe in ordine in un raccoglitore a cui ho dato il nome di Renato: quando sono triste per le recensioni negative, che ci stanno perché non si può piacere a tutti, lo apro e rileggo messaggi bellissimi: di come Per tutto il resto dei miei sbagli è entrato nelle vite di chi l’ha scelto, aiutato o ispirato”.

E chi ispira te, nello scrivere?

“A un certo punto la mia editor mi ha detto: ‘Finché non finisci il tuo libro, non aprire più quelli degli altri’. Perché io facevo così: quando mi sentivo poco ispirata, prendevo, per esempio, Lamento di Portnoy di Philip Roth, lo leggevo un po’ e riscrivevo le mie pagine. ‘Camilla, stai calma, non ha senso metterti a confronto con Roth, altrimenti il romanzo non sarà pronto prima del 2049!’. Allora ci ho messo un punto, sono stata lontana dalla libreria e mi sono regalata un po’ di clemenza. Una volta scritta la parola FINE sono stata contenta del mio lavoro; poi ci sono margini di crescita e di miglioramento, però qui e ora sono soddisfatta”.

Quanta dose di autobiografico serve per concludere un buon

romanzo?

“Credo che ci sia sempre, anche nei titoli meno citofonati, negli

insospettabili. Nel mio, magari, è più immediato, perché Marta ha diversi punti in comune con me, a partire dalla facoltà di Giurisprudenza: ma del resto che senso aveva sceglierne una che non conosco e risultare imprecisa? Insomma, è normale che si attinga da un bacino di esperienze e di emozioni e di vissuto personale! Poi, alcune parti sono prettamente autobiografiche, soprattutto quelle dei ricordi di infanzia con le feste di compleanno, la torta preferita, la tenda… Però, Per tutto il resto dei miei sbagli resta un romanzo: non esiste Olivia, non esiste Dario, non esiste nemmeno Leandro per come è

raccontato… esistono persone che li hanno ispirati. La prima, per esempio, rappresenta sia l’insieme delle mie amiche sia una delle tante voci nella mia testa, ovvero sia ciò che ho imparato dagli altri sia ciò che ho imparato da me stessa cercando di superare certi limiti”.

Uno dei messaggi più forti del libro: l’amore è l’antidoto alle

insicurezze. Che cosa rispondi a coloro che ribattono che prima di tutto bisogna lavorare su stessi, trovare la sicurezza in noi e non cercarla negli altri?

“È vero, si tratta di un percorso in solitaria; però, nella mia esperienza ho compreso l’importanza delle persone che ci accompagnano in quel

cammino: loro incidono tantissimo, nel bene e nel male, fanno addirittura la differenza”.

Hai scritto buona parte del libro durante la pandemia: sei riuscita a essere creativa, mentre il coronavirus sospendeva le nostre esistenze?

“Non lo so… Di pancia ti direi che mi sono sentita parecchio in apnea; ho accusato il non poter far nulla, l’essere costretta in casa tutto il giorno. Però, è pur vero che ho scoperto la pittura, il piacere del disegno; ed è successo perché ho avuto il tempo di scoprirlo. Dunque, forse, se ci rifletto meglio, cambio la risposta: è stato comunque un momento creativo”.

E adesso?

“Ora ho voglia di tornare a casa: il web, perché in un certo senso sono stata via un po’ e sento la necessità di dedicarmi di nuovo ai miei video e alle mie cose. Sì, desidero un bagno nella mia comfort zone”.

Il prossimo format con il quale ti piacerebbe misurarti?

“Il podcast, che mi piace parecchio. In genere ascolto quelli che raccontano o ricostruiscono i casi giudiziari, i fatti di cronaca nera, con un taglio giornalistico alla Veleno e alla Polvere. Che non è il mio. Magari, potrei pensare a degli argomenti che mi sono vicini, mettere il timbro dell’intrattenimento, alla Muschio selvaggio. Vediamo. Who knows”.

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