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Carcere di Modena: inchiesta archiviata, ma restano i dubbi per gli 8 morti

Otto i detenuti morti per la rivolta dell’8 marzo 2020 del carcere Sant’Anna di Modena. Otto morti definitivamente archiviati dal Gip che ha accolto la richiesta dalla procura modenese, dichiarando addirittura inammissibile gli atti d’opposizione dell’Associazione Antigone e del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà.Parliamo di Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah. Alcuni ritrovati morti dentro al carcere per overdose di psicofarmaci e metadone, altri deceduti mentre venivano trasferiti in altre carceri a ore di distanza, altri ancora una volta giunti a destinazione.

Per il Gip la vicenda ha trovato «compiuta ricostruzione nella relazione degli agenti»

Ma secondo il Gip, la vicenda oggetto del procedimento «ha trovato compiuta ricostruzione, nella sua genesi e nel conseguente sviluppo in termini spaziali e temporali, nelle relazioni redatte dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese».

Eppure, a leggere il provvedimento di archiviazione di due pagine e mezzo, non sono stati chiariti una serie di elementi e criticità sollevate nell’atto di opposizione depositato. Basti pensare a Chouchane Hafedh. Una storia amara la sua, visto che al ragazzo tunisino, con l’eventuale ottenimento dei benefici, gli sarebbero mancate due settimane per uscire finalmente dal carcere, un istituto del tutto fallimentare per ragazzi che commettono reati dovuti dalla tossicodipendenza.

Nel carcere di Modena il sovraffollamento era del 147%

La situazione del carcere di Modena era di sovraffollamento particolarmente grave, con una percentuale pari al 147%. Era prevedibile uno sviluppo così violento, quello della rivolta, in presenza di parametri fortemente lontani da quelli ordinari?

Proprio la posizione di garanzia richiesta a tutto il personale presente in Istituto impone che negli istituti penitenziari i medicinali (quali il metadone) siano messi al sicuro e contenuti all’interno di casseforti o armadi blindati.

Si ha il dovere di di non lasciare incustodito l’armadietto dei medicinali

Si ha quindi il dovere di non lasciare incustodito questo tipo di sostanza poiché l’uso scorretto può portare ad una overdose. È stato fatto tutto ciò?L’amministrazione penitenziaria, come suo dovere, ha vigilato affinché il detenuto non compia determinati atti che, soprattutto se tossicodipendente, sono prevedibili in situazioni di rivolta?

Il metadone si trovava all’interno di un armadio blindato, trovato aperto e non scassinato, di cui manca la prova che fosse stato chiuso a chiave quella mattina e la cui chiave si trovava, comunque, all’interno di una presunta cassetta di sicurezza.

Discrepanze temporali nei racconti degli infermieri

Vi sono poi delle discrepanze temporali tra i racconti delle infermiere presenti durante la rivolta di Modena, che davano contezza della chiusura dell’armadio contenente il metadone fino alle 16 circa, e l’intervento del 118, che già dalle 14 e 30 operava su soggetti in preda ad overdose. Non solo.

Sono emerse anche delle incongruenze tra le dichiarazioni dei detenuti e quelle degli agenti di polizia penitenziaria.

Ma tutto ciò, nel provvedimento di archiviazione, non è stato chiarito approfonditamente.«Non è accettabile che una vicenda così grave che ha visto la morte di otto detenuti si chiuda con un provvedimento così motivato».

L’associazione Antigone andrà avanti per fare chiarezza

L’associazione Antigone, per voce dell’avvocata Simona Filippi, commenta così l’archiviazione firmata dal gip di Modena per il caso dei detenuti morti nella rivolta di marzo 2020.

«Stiamo valutando quale sia l’azione più opportuna da prendere ma sicuramente l’associazione andrà avanti affinché – aggiunge l’avvocata Filippi – venga fatta chiarezza sulle ragioni della morte di tutte queste persone».

A esprimere sorpresa e amarezza è anche l’avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di una delle vittime, il tunisino Chouchane Hafedh: «Sono troppe le zone d’ombra che non sono state chiarite in questa triste vicenda e questo non possiamo accettarlo. Pertanto siamo pronti a ricorrere nelle opportune sedi, confidando che prima o poi i familiari di queste giovani vittime avranno le risposte che meritano».

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