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Caso Raciti, Spaziale E Micale Condannati Al Risarcimento Di 15 Milioni

A stabilirlo è il Tribunale civile di Catania: i due condannati per la morte dell’ispettore Filippo Raciti dovranno risarcire lo Stato con una somma a sei zeri. Il legale al Dubbio: «È una sentenza priva di senso, incomprensibile»

La terza sezione civile del Tribunale di Catania ha condannato la scorsa settimana Antonino Speziale e Daniele Natale Micale al pagamento in solido, nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero degli Interni, di ben 15.063.339,66 Euro. Avete capito bene: 15 milioni di euro, 30 miliardi delle vecchie lire!

Ma facciamo un passo indietro e ricordiamo chi sono Speziale e Micale. Era il 2 febbraio 2007: fuori dallo stadio “Massimino” di Catania, nel giorno del derby contro il Palermo, si scatenò l’inferno. Lo scontro tra ultras e forze dell’ordine provocò una vittima: l’ispettore Filippo Raciti. A ucciderlo con un colpo di un sotto-lavello, secondo tre sentenze della magistratura, è l’allora diciassettenne Speziale che verrà condannato da un Tribunale minorile a 8 anni e 8 mesi per omicidio preterintenzionale. Con lui verrà condannato anche Micale, ma a 11 anni. Invece secondo la difesa dell’ex ultras catanese Speziale, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Lipera, Raciti sarebbe rimasto schiacciato dal Discovery della polizia in fase di retromarcia per sfuggire alle pietre e alle bombe carta dei tifosi. Una tesi, quella del fuoco amico, mai presa in considerazione dalla magistratura nonostante la presenza di “lacune indiziarie”, come scritto dalla Cassazione, che annullò l’ordinanza di custodia cautelare.

Speziale ora è un giovane uomo libero e la sua difesa sta lavorando alla revisione del  processo. Ma torniamo alla sentenza del Tribunale civile dello scorso 13 maggio: essa va ben oltre la richiesta di risarcimento danni avanzata dall’Avvocatura dello Stato per conto della Presidenza del consiglio e del ministero dell’Interno che era stata molto inferiore per ciascuno dei due condannati: 305 mila euro per quelli patrimoniali, per «le erogazioni» finanziarie agli eredi, e 50 mila per quelli non patrimoniali legati «all’immagine negativa». Nell’esposto l’Avvocatura dello Stato sottolineava come il ministero dell’Interno avesse «patito un evidente pregiudizio di natura patrimoniale consistito nelle indennità e nelle erogazioni corrisposte alla vedova e agli orfani del dipendente deceduto».

Si tratta nello specifico: di una speciale elargizione per un importo di Euro 220.704,34, tre assegni vitalizi di Euro 500,00 mensili, l’assegno vitalizio mensile non reversibile di Euro 1.033,00 in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi, un contributo una tantum per le spese funerarie di Euro 1.560,00,  l’equo indennizzo di Euro 39.552,00, l’indennità di buona uscita, il trattamento pensionistico di reversibilità. Inoltre, «la presidenza del Consiglio dei ministri e il Viminale hanno altresì subito danni di natura non patrimoniali consistiti nella grandissima eco internazionale che ha avuto la vicenda». Circostanza confermata dal giudice civile laddove scrive: «Nel caso in oggetto, in sede penale, sono stati prodotti articoli di giornale sulla vicenda, cui anche in questa sede si fa riferimento, dai quali emerge il rilievo internazionale degli eventi occorsi». A ciò aggiunge anche si è trattato di  «fatti che sicuramente hanno leso l’immagine dello Stato come apparato atto a reprimere e prevenire scontri e tafferugli».

Per l’avvocato Lipera, sentito dal Dubbio, «è una sentenza priva di senso, incomprensibile. Sono sconvolto. Io non ho mai sentito parlare di una cifra così esorbitante: per un morto per incidente stradale, o nei casi di uomini dello Stato uccisi dai terroristi, non ho mai sentito di simili risarcimenti. E poi questo “danno all’immagine” dello Stato: sono considerazioni che a parer mio non stanno  né in cielo né in terra». Sul fatto che il risarcimento sia molto maggiore di quello richiesto dall’Avvocatura dello Stato risponde: «È un grosso errore, faremo appello per una questione anche di principio».

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