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Colazione Da Fendi Caffé

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In occasione del lancio della nuova collezione, Fendi inaugura Fendi Caffé in collaborazione con la Rinascente. Fino al 7 Giugno sarà possibile vivere un’esperienza di lusso, nata per soddisfare tutti i sensi, tra design ricercato, colori decisi e piatti gourmet, in una location esclusiva vista Duomo.

Il concetto di  Fendi Caffé si ispira a una nuova interpretazione dell’iconico logo FF, che è stato rivisitato attraverso i riferimenti degli anni Settanta e le vibrazioni degli anni Novanta. FF Vertigo, il logo creato dall’artista newyorkese Sarah Coleman, è un motivo ondeggiante ispirato alle vertigini del celebre film di Alfred Hitchcock. Il concetto FF Vertigo invade lo spazio: tavoli, vetrine, tovaglioli e dettagli, compresi cibi e bevande. Il menu include cocktail Fendi personalizzati (Fendi Sour, il Romanito, il Fendi Cosmo e molti altri) serviti con cubetti di ghiaccio FF Vertigo. Il fiore all’occhiello della selezione di caffè è il signaturee cappuccino con logo FF servito in tazze di porcellana decorate con l’iconico motivo a righe Pequin di Fendi disegnato nel 1983.

Il progetto celebra la nuova Fendi Summer Capsule 2021 caratterizzata di un mood gioioso ed edificante che spazia da borse e accessori sofisticati e accattivanti a avvincenti ready-to-wear per donna, uomo e bambino disponibili presso la Rinascente.

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Meloni: «Mi Preparo A Governare La Nazione. Sulle Chiusure Draghi è Più Rigido Di Conte»

Giorgia Meloni, ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più, chiarisce la posizione di Fratelli d’Italia anche sulle candidature alle amministrative

Giorgia Meloni esce allo scoperto e davanti alle telecamere di Mezz’ora in più su Rai3, intervistata da Lucia Annunziata lancia segnali inequivocabili. «C’è bisogno d un partito di destra, di un partito che difenda l’interesse nazionale italiano». Secondo la leader di Fratelli d’Italia «la Lega è più legata alla dimensione territoriale, mentre FdI è legata a una dimensione nazionale. Ad esempio la Lega difese l’indipendenza della Catalogna, ma per me questa cosa non esiste. Esiste lo Stato nazionale, vi sono punti di contatto, ma FdI ha un ancoraggio maggiore» alla visione di uno Stato nazionale. In ogni caso, «ci sono punti di contatto – ha precisato – e credo che governeremo insieme».

Forte dei mumeri che danno Fratelli d’Italia in continua ascesa Giorgia Meloni ha aggiunto a Lucia Annunziata: «Il centrodestra dovrebbe reagire, con un coordinamento, un intergruppo per ragionare insieme. Dall’opposizione Fratelli d’Italia può fare un lavoro prezioso,perchè non è vincolata alla maggioranza». Fratelli d’Italia«prende consenso a 360 gradi perchè dice noiosamente sempre lestesse cose, e nell’attuale panorama politico ha un valore. Se non porto avanti quello che dico, la gente che mi vota a fare? È per questo che c’è una crescita di Fratelli d’Italia. Il principio di coerenza è la base stessa della democrazia. Fratelli d’Italia dà delle certezze che tutti gli altri non danno».

Il giudizio su Mario Draghi e i suo governo è negativo. Per Giorgia Meloni è in «tragica continuità con il governo precedente. Anzi, Draghi è più rigido di Conte sulle chiusure. Non ho nostalgie di Conte, ma mi aspettavo qualcosa di più coraggioso. Non mi aspetto molto dalla sua maggioranza, ma per l’autorevolezza che Draghi ha, pensavo che potessero esservi iniziative più coraggiose».  L’unico merito che riconosce al presidente del Consiglio è sul piano vaccini: «È un punto a favore, ma sul resto Draghi è ostaggio della sinistra. Draghi pende più a sinistra su riaperture, sul cashback, sui ristori».  Sul futuro di Draghi la leader di Fratelli d’Italia aggiunge: «Se andasse al Quirinale si andrebbe a votare, ragionevolmente, immediatamente. Questo è un punto a suo favore» per la carica di presidente dellaR epubblica. Aggiungendo: «Il centrodestra dovrà fare questa valutazione».

E a proposito di centrodestra sul nodo candidature per le prossime amministrative Giorgia Meloni chiarisce:  «Mi aspetto di incontrare Salvini eTajani per chiudere sulle candidature» per la carica di sindaco a Roma e a Milano. «Abbiamo altre opzioni, altri nomi che non dico».

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L’edificio Nel Centro Storico Di Bologna Firmato Iosa Ghini Associati

Nel cuore di Bologna, un edificio storico rinascimentale di cinque piani, risalente al XVII secolo, è stato recentemente ristrutturato dal noto studio di architettura e design Iosa Ghini Associati, il quale si è occupato della progettazione di trentacinque appartamenti in 8 stili diversi: Red Racing, Luxury, Business, Eco Chic, Extreme, Elegante, Eighties&Bolidism, Industrial. All’interno gli arredi sono tutti disegnati dallo studio, ad eccezione di alcuni pezzi iconici dei grandi maestri classici del Made in Italy e del design quali Le Corbusier, Sapper, Jacobsen, Mollino e poi i Castiglioni, Sottsass, Magistretti fino ai contemporanei De Lucchi, Starck e Grcic.

Come racconta Massimo Iosa Ghini stesso, «il Design Club Collection, realizzato per la società immobiliare Design Club Real Estate, è una prima applicazione di un concetto che vorremmo evolvesse in diverse città d’Italia: una serie di appartamenti con un progetto ad hoc per ciascuno». I branded apartments, destinati al mercato dell’affitto a breve e medio termine per aziende e manager, stilisticamente rispecchiano la personalità di chi decidere di vivere questi spazi. 

Appartamento Stile Luxury, Iosa Ghini Associati. Foto di Fabio Mantovani GLI STILI All’ultimo piano dell’edificio gli appartamenti in stile Luxury interpretano in chiave contemporanea i caratteri senza tempo dello stile classico, dotati ciascuno di un’attenzione speciale, camini a legna o terrazzi aperti sui tetti del centro storico e vasche Jacuzzi a pavimento. Eighties&Bolidism riprende lo stile degli anni ‘80 nelle varie sfaccettature, miscelando oggetti di design, come lo sgabello Guizzo della collezione Dinamic prodotto da Moroso, del movimento Memphis e del Bolidismo, ed esaltando i colori e le forme che hanno generato l’estetica post-modern di quegli anni.  

«Lo stile Business caratterizzato da componenti estremamente essenziali che rimandano ad un’estetica bauhausiana di riferimento razionalista; lo stile Industrial ha caratteristiche essenziali, ma è personalizzato da materiali e finiture grezze e funzionali. Decori che evocano ambienti floreali rimandano allo stile Eco Chic, ambienti luminosi e accoglienti grazie all’uso del legno naturale nei complementi di arredo, nelle sedute e nelle lampade come Leva di Leucos o la storica seduta di Carlo Mollino per Zanotta», spiegano da Iosa Ghini Associati.

Appartamento Stile Business, Iosa Ghini Associati. Foto di Fabio MantovaniPAROLA A MASSIMO IOSA GHINI «Abbiamo operato contemporaneamente su due livelli progettuali, architettura e interior. I nostri branded apartments sono un nuovo prodotto di design in cui viene proposto un unico macro-oggetto da abitare, un sistema abitativo completo con elementi di arredo e materiali di alta qualità tipici del Made in Italy. Sono delle residenze sicure e dai consumi virtuosi, in quanto è stata posta una particolare attenzione alla sanificazione degli ambienti e alla gestione energetica: ogni branded apartment presenta impianti a pompa di calore ad alta efficienza e canalizzazione aeraulica indipendente per ogni unità abitativa e ciascun alloggio è dotato di purificatori d’aria con filtri Hepa, carbone attivo e UV oltre all’ausilio del fotovoltaico per i sistemi elettrici. Un progetto duale per mettere insieme i saperi del design e del gusto, alla tecnologia salva ambiente del fare architettonico, mi piace seguire in questo modo il mio mantra di sostenibilità e bellezza».

Appartamento Stile Extreme, Iosa Ghini Associati. Foto di Fabio MantovaniOltre al progetto architettonico, Iosa Ghini Associati ha sviluppato partnership con le migliori aziende italiane che rappresentano il Made in Italy nel mondo, quali GSG per i sanitari, iGuzzini per l’illuminotecnica, Inda per gli accessori bagno e Samo per le cabine doccia, Italcer Group con i suoi brand AVA Ceramica e La Fabbrica per le ceramiche, Tecnografica per carte da parati e il Gruppo Colombini (Contract), col quale ha realizzato il gran parte dell’interior del progetto Design Club. Da questa collaborazione è nato un catalogo di sistemi di cucine, scaffalature, armadiature, letti e divani letti con otto stili diversi che hanno come denominatore comune la qualità architettonica, l’ispirazione al design dei grandi maestri e l’attenzione alla sostenibilità, e che verrà presentato al Salone del Mobile 2021.

Richiedenti Asilo, è Peggiorato L’accesso Al Sistema Abitativo

Posted on 16May

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Richiedenti asilo, è peggiorato l’accesso al sistema abitativo cloudflare-nginx Post navigation In Provenza, un hôtel particulier con alle spalle una «storia di intrecci»Vi racconto la vera lotta sotterranea dei partiti su Draghi Leave a Reply Your email address will not be published. Required fields are marked *

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In Provenza, Un Hôtel Particulier Con Alle Spalle Una «storia Di Intrecci»

Le case a volte contengono un destino che va solo capito e assecondato. Lo hanno imparato bene Anthony Watson e Benoît Rauzy. Prima di creare Atelier Vime, Anthony era uno stylist, Benoît un consulente ambientale, vivevano a Parigi e avevano un sogno: trovare un palazzo da rimettere a nuovo in un villaggio della Provenza. Quello che cercavano era una vecchia dimora storica, una di quelle che in Francia si chiamano hôtel particulier. Quando hanno trovato l’hôtel Drujon, a Vallabrègues, un villaggio di poco più di mille anime tra Arles e Avignone, non potevano credere ai loro occhi.

In cucina, sospensione Gabriel XXL, foto di Amélie Chassary, sedie in rattan Audoux-Minet 1960, antico armadio provenzale e vassoio Atelier Vime Editions per Diptyque. Foto di Gianni BassoParalume dipinto da Wayne Pate, brocca in ceramica di Vallauris, ceramica Terre Mêlée di Uzès. Foto di Gianni Basso«Non avevamo mai visto niente del genere, chi va in cerca di questo tipo di dimore rischia di girare a vuoto per anni senza trovare altro che non sia distrutto o pesantemente danneggiato. Invece questo palazzo disabitato da decenni era perfetto, come se il tempo si fosse fermato, una rarità assoluta in Provenza», racconta Watson, che ha ereditato il cognome dal ramo britannico della famiglia. Anthony e Benoît pensavano che a quel punto la ricerca fosse finita, invece era soltanto l’inizio. «Non sapevamo niente della sua storia, ci siamo innamorati dei colori, dei muri in pietra, del giardino di bougainvillee e ulivi, dello stile provenzale, della sua eleganza umile».

Sospensione Aramis XXL di Atelier Vime Editions. Poltrone in rattan con cuscini Pierre Frey, tappeto Paule Leleu e divano Jules Leleu (tutto anni ’60), lampada Mare Nostrum Atelier Vime/Chez Dédé Roma su scrivania spagnola del 1600. pagine precedenti Vaso Medici Atelier Vime. Foto di Gianni BassoLa storia si è svelata poco a poco, per una progressione di indizi scovati durante la ristrutturazione. Vallabrègues era un tempo il centro della fiorente industria del vimini sulle sponde del Rodano. Quella raccontata dalla celebre fotografia dell’intrecciatore di Robert Doisneau era l’attività vitale dei villaggi, alimentata dall’acqua del Rodano e dai salici della Camargue. L’hôtel Drujon era stato costruito nel 1730 per una famiglia di avvocati ma per quasi un secolo, dal 1878 al 1972, era stato un laboratorio nel quale decine di artigiani creavano cesti, canestri, mobili, decorazioni. «Nella casa abbiamo trovato di tutto, materiali, disegni, vecchi appunti. L’avevamo comprata semplicemente per viverci, ma dopo questa scoperta abbiamo deciso di restituire futuro a quel vecchio laboratorio. La vita ti sorprende in modi che non penseresti mai».

Nel salone d’estate poltrona e tavolo Primavera di Franca Helg (1967), cuscino di Pierre Frey. Tende ricamate italiane del XVIII secolo, sul camino del 1700 specchio e vasi in ceramica. Letto da giorno Direttorio, disegno di Margaret Cossaceanu, 1940. Foto di Gianni BassoIn giardino, poltrone in rattan di Janine Abraham & Dirk Jan Rol e lounge chair Audoux-Minet (tutto anni ’50) rivestita in tessuto Pierre Frey, tavolino del 1940 di René Drouet. Foto di Gianni BassoA Watson e Rauzy non mancavano né conoscenza dell’arte né gusto, essendo cresciuti in famiglie di collezionisti: nella loro casa parigina c’erano disegni di Picasso e Cocteau (quest’ultimo traslocato in Provenza), avevano già sviluppato la loro estetica peculiare, tra il rustico e il Louis XV. L’hôtel Drujon era solo lo scenario perfetto per trasformare quell’estetica in un destino. E così nasce Atelier Vime, una startup che riscopre l’antica arte del vimini, per la quale hanno innescato una piccola rinascita locale.

Nella stanza azzurra, un disegno e dipinti di Jean Cocteau, Mathieu Rosianu e Henri Ottmann. Sul tappeto turco antico, una poltrona del Settecento. In fondo, nel bagno, lavandino originale del 1930. Foto di Gianni BassoHanno girato la Provenza per un anno alla ricerca di artigiani che maneggiassero le tecniche tradizionali e nel frattempo hanno iniziato a studiare e a disegnare, apprendistato di quello che sarebbe diventato il loro nuovo lavoro, trasformandosi da collezionisti a creativi. Oggi Atelier Vime ha una linea originale (alla quale collabora Raphaëlle Hanley, amica e già designer per Louis Vuitton e Yves Saint Laurent), una rete di artigiani, un e-commerce e una lunga serie di collaborazioni, tra cui lo studio romano Chez Dédé. Atelier Vime oggi per Benoît e Anthony è futuro, casa e studio creativo, ai pezzi originali Editions si affiancano quelli vintage scovati nelle loro ricerche in Europa, opere d’autore e anonime, degli anni ’30, ’40 e ’50. Da quando l’hanno riaperto, l’hôtel Drujon è diventato un posto nel quale il tempo è una spirale, con i fili intrecciati come un cesto in vimini.

Sul tavolo di Eero Saarinen del 1960, lente d’ingrandimento dorata di Jean Cocteau per Hermès, sottocoppa italiano e mano in legno dorato, entrambi del XVIII secolo. Foto di Gianni BassoNell’ingresso, vaso Medici dell’Atelier Vime Editons su un tavolo Direttorio. Fontana provenzale in legno e stagno del 1700 vicino a cassapanca in legno del 1600. Arazzo Aubusson del 1700. Foto di Gianni Basso

La Discontinuità Senza Annunci Di Draghi Che Ora Liquida Il “contismo”

Ciò che dovrebbero fare i magistrati – parlare per atti – e invece non fanno scambiandosi messaggi più o meno cifrati, sta dimostrando di volere e saper fare il presidente del Consiglio Mario Draghi. Il quale, anziché inseguire o rintuzzare quanti gli contestano, per esempio, di avere preso il posto di Giuseppe Conte solo per imitarlo, prepara le sue decisioni di cosiddetta discontinuità in silenzio e le annuncia solo quando le adotta.

Parla insomma per atti.

Così egli fece con Domenico Arcuri rimuovendolo da commissario straordinario per l’emergenza pandemica e sostituendolo col generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo e così ha appena fatto rimuovendo il prefetto, generale e non so cos’altro Gennaro Vecchione dal vertice dei servizi segreti – o più precisamente dal Dis, acronimo della direzione delle informazioni e della sicurezza – e sostituendolo con l’ambasciatrice Elisabetta Belloni.

L’idea di provocare “l’ira di Conte” o di dargli “uno schiaffo”, come ha titolato a torto o a ragione qualche giornale, non ha minimamente trattenuto il presidente del Consiglio.

Che si è preoccupato solo di assicurarsi il consenso del capo dello Stato e di informare il presidente del comitato parlamentare per la sicurezza. Né lo ha trattenuto la paura del prevedibilissimo racconto del Fatto Quotidiano, il giornale custode, diciamo così, della buona memoria del precedente governo Conte. Che in prima pagina – senza spararla, debbo riconoscerlo, più di tanto, limitandosi ad un richiamino – ha scritto di “favore ai 2 Matteo”, intesi come Salvini e Renzi, ma propendendo più per una “vittoria della Lega” che di Italia Viva. E, in più, ha lamentato che al Dis “Mancini resta e Vecchione salta”, pur essendogli stato rinnovato l’incarico nello scorso mese di novembre per altri due anni.

Questa storia di Mancini che resta, con le sue funzioni che non sono certamente di un semplice 007, dev’essere risultata particolarmente indigesta a quanti hanno gridato allo scandalo per quel filmato diffuso da Report, su Rai 3, dello stesso Mancini a colloquio con Renzi nel piazzale di un’Autogrill sotto Natale, non certo per consegnarli una scatola di biscotti, come ha cercato di spiegare l’ex presidente del Consiglio. Che ha minimizzato, diciamo così, la circostanza che in quei giorni egli fosse alle prese con l’ancora presidente del Consiglio Conte anche per come gestiva direttamente, senza delegare niente a nessuno, proprio i servizi segreti.

Il fatto è, questa volta al minuscolo lasciando la maiuscola all’omonimo giornale, che il Marco Mancini in così buoni rapporti con Renzi, sfortunatamente ripresi entrambi da un’attrezzata spettatrice di Report costretta ad una sosta dai bisogni fisiologici del padre, non sembra proprio un agente infedele al capo del governo di turno. Eh no, se uno che di servizi s’intende come Carlo Bonini ha appena rimproverato su Repubblica all’ex presidente del Consiglio di avere perduto tempo proprio appresso a Mancini. Così almeno ho capito – e se ho capito male, mi scuso subito con entrambi – leggendo a commento del cambio di guardia appena deciso al Dis che questo è “il momento in cui il Mediterraneo torna ed essere l’epicentro di imprevedibili nuovi rapporti di forza e il nostro Paese è chiamato a recuperare il tempo perduto negli anni in cui, a Palazzo Chigi, si è perso più tempo a dare udienza a Marco Mancini, a dare la caccia alle “infedeltà politiche” negli apparati, piuttosto che ad occuparsi di cosa diavolo avessero in mente Vladimir Putin e Recep Tyyp Erdogan sulla Libia”. E meno male – aggiungo, sempre che abbia capito bene – che il momento è arrivato e Draghi non se l’è lasciato scappare Non ha avuto probabilmente torto Massimo Franco a scrivere sul Corriere della Sera, sempre a commento dell’avvicendamento deciso al vertice dei servizi segreti, che “chi continua a teorizzare la continuità fra l’attuale governo e quello presieduto da Conte da ieri faticherà un po’ di più”. Ma temo che faticheranno non meno quanti ancora nel Pd, più in particolare da Enrico Letta a Goffredo Bettini, continuano a scommettere sulla stabilità, affidabilità e quant’altro dei rapporti col movimento grillino perché finito nelle mani sicure di Conte. Che mi sembrano invece ogni giorno meno sicure, e non solo per le vertenze giudiziarie o d’altro tipo con Davide Casaleggio e la sua associazione. Il cui maggiore o più ambito patrimonio è addirittura l’elenco degli iscritti che Conte non sa più a chi chiedere. O pensa di poter ottenere solo grazie a un’Autorità di garanzia che non ha potuto non prendersi tutto il tempo necessario anche ad essa per venire a capo di quel ginepraio improvvisato dal comico genovese.

Anche nel passaggio delicato ai vertici del Dis il povero Conte è rimasto solo nella sua ira o delusione attribuitegli dai giornali, vista la fretta con la quale il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il reggente del movimento 5 Stelle Vito Crimi hanno espresso il loro compiacimento: il primo anche per la possibilità offertagli di piazzare un fedelissimo al posto di Segretario Generale della Farnesina.

Armando De Il Paradiso Delle Signore : Cosa Ha Fatto Pietro Genuardi Pur Di Ottenere La Parte

Armando Il Paradiso delle Signore – Solonotizie24L’adattamento pomeridiano della serie de Il Paradiso delle Signore ha riservato ai fan una lunga serie di sorprese e anche la presenza di personaggi che sono stati subito accolti e super acclamati dal pubblico, come nel caso di Armando Ferraris interpretato da Pietro Genuardi. Ma cosa ha fatto l’attore pur di aggiudicarsi la parte?

Fin dalla messa in onda de Il Paradiso delle Signore nella fascia serale del programma, la serie ha subito conquistato il pubblico grazie al racconto dell’Italia degli anni 50 nel fiore dello sviluppo economico e quando molte donne stavano cominciando a costruire la loro strada verso l’indipendenza economica. Gli anni in cui è stata ambientata la trama della serie tv, inoltre, sono quelli degli ideali politici e delle rivoluzioni messe in atto dai partiti, come nel successo nel caso di coloro che seguivano appunto il partito comunista molto radicato soprattutto al nord Italia… un mix di pensiero e ideali perfettamente interpretato da Pietro Genuardi nei panni di Armando Ferraris.

Armando Il Paradiso delle Signore – Solonotizie24L’attore, comunque sia, è un volto ben noto al mondo degli sceneggiati avendo preso parte anche alla serie cult di Centovetrine, ma il ruolo di Armando l’ha voluto per sé a tutti i costi!

Pietro Genuardi: la verità sul provino per Armando Molto spesso ci sono ruoli nel mondo della tv, del teatro e del cinema, che sembrano essere cuciti addosso agli artisti ancor prima che questi si mettano in gioco per il provino… in quel caso basta una battura per rendersi conto che l’attore giusto per quel ruolo non può essere che lui, come nel caso di Pietro Genuardi che dopo Centovetrine decide di realizzare il provino per Armando Ferraris, pur non essendo sicuro al 100% che quella potesse essere poi la sua strada.

A raccontare tutto nel dettaglio è stato lo stesso attore che, intervistato da Vero Tv, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Per il ruolo di Armando ho fatto un regolare provino. Per la verità non ero neanche convinto di aver fatto una buona performance ma è risultata vincente una mia intuizione: infatti, ho avuto il coraggio di spingere molto sul dialetto milanese”.

Armando Il Paradiso delle Signore – Solonotizie24LEGGI ANCHE -> Sangiovanni sospetto segno sul collo ad Amici | Tutta colpa di Giulia? LEGGI ANCHE -> Aurora Ramazzotti e Michelle Hunziker invecchiate d’un colpo | Mamma e figlia come sorelle “Il mio Armando…” Fin dal momento in cui Pietro Genuardi è arrivato nella serie nel ruolo di Armando ne Il Paradiso delle Signore il pubblico è rimasto conquistato da questo uomo, all’apparenza duro ma dal cuore tenero che ha fatto di tutto per conquistare il cuore di Agnese diventando quasi un padre per Marcello, e anche per Salvatore sempre in conflitto con il padre che da qualche tempo è tornato nella sua vita.

Armando Il Paradiso delle Signore – Solonotizie24Circa il suo ruolo, Genuardi a Vero TV ha ulteriormente dichiarato: “Il mio Armando è un comunista convinto, gli Amato sono molto legati alla fede e alla religione. La cosa ha funzionato e sta piacendo molto”.

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«La Consulta Non C’entra Con La Melma Descritta Da Palamara»

«La gogna mediatica di chi è sottoposto a un’indagine che gli dura mezza vita è inaccettabile», tuona il presidente della Consulta Giancarlo Coraggio. Che si dice «ottimista» per la riforma della Giustizia in itinere e invita a fermare «i processi inutili fin dall’inizio, perché il processo è la prima pena e questa è una verità indiscutibile». Insomma, capisaldi del garantismo, spesso banalizzati da chi, dall’altra parte, ha una visione esclusivamente punitiva. Affermazioni di principio che il numero uno della Corte costituzionale ha esposto nel corso della conferenza stampa sulla relazione sull’attività della Corte costituzionale nel 2020. Un’occasione anche per diradare le ombre sull’operato delle toghe, travolte da scandali e insinuazioni che hanno ridotto drasticamente la fiducia dei cittadini nella magistratura.

«Ho letto il libro di Palamara e sono rimasto sconvolto: è incredibile vedersi coinvolti in questa melma», dice Coraggio, che cambia drasticamente espressione quando arriva la domanda su quanto svelato dall’ex capo dell’Anm. Ovvero il punto in cui, nel suo libro, afferma che le regole del correntismo che fanno da architrave al “sistema” che ha governato il Csm valgono anche per gli assistenti di studio dei giudici della Consulta. Con la capacità, dunque, di orientare politicamente le loro scelte. Per Coraggio si tratta di un’opzione da respingere con forza, da derubricare a sciocchezza. «Come si può pensare che un giudice si possa far imporre il proprio assistente dal Csm? – si chiede – Il rapporto con gli assistenti è quasi simbiotico per noi. Prima di portare la questione in camera di consiglio, facciamo una sorta di test con gli assistenti, vediamo se regge la tesi, ma è la tesi del giudice, frutto di un dialogo. È impensabile che qualcuno si possa far imporre un assistente che non sia vicino al giudice da un punto di vista culturale ed etico». Il che apre un’altra finestra: il «ruolo politico» dei giudici della Corte costituzionale, che non sono «giudici del tutto normali».

«Non perché ci facciamo condizionare dalla politica o dall’ideologia – spiega Coraggio -, ma perché viene inevitabilmente fuori la politica, specialmente laddove dobbiamo sostituirci al legislatore inadempiente, nel momento in cui facciamo il bilanciamento tra interessi e valori contrastanti». La conferenza stampa del presidente della Consulta è ricca di spunti utili alla riforma della Giustizia, che ora vede come “regista” Marta Cartabia, oggi Guardasigilli e ieri proprio al posto di Coraggio. Che sembra avere le idee chiare sulla strada da seguire. A partire da alcuni principi cardine della Costituzione, messi in discussione da una visione vendicativa della Giustizia.

Il fine pena va sempre garantito

La parola bilanciamento ricorre spesso nel discorso di Coraggio, che non si sottrae alle questioni relative alla recente decisione sull’ergastolo ostativo. La collaborazione, ha recentemente affermato la Corte, non può essere l’unica via per accedere alla liberazione condizionale. Ma spetta al Parlamento individuare le alternative, nonostante l’inerzia spesso dimostrata per altre questioni lasciate in sospeso dalla Consulta. «La Corte ha fatto uno sforzo per bilanciare i valori in gioco – sottolinea Coraggio -. Da una parte garantire la conservazione di un istituto come la collaborazione, fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, dall’altra l’improcrastinabile necessità di riconoscere un fine pena anche per l’ergastolo. È un dovere per la società italiana, perché non ha senso rieducarsi e rimanere in carcere fino alla morte». Insomma, sono gli stessi principi della Costituzione a prevederlo. Ma l’intervento è di sistema, evidenzia Coraggio, e, dunque, bisogna riformare l’ergastolo, il che rende indispensabile l’intervento del legislatore. In attesa di tale rielaborazione, la gestione non può che essere affidata «alla saggezza dei giudici». Le contestazioni alla pronuncia di incostituzionalità sono state tante e anche forti. A partire da chi sostiene che la lotta alle mafie possa essere indebolita, sostenendo, superficialmente, che la libertà condizionale possa essere concessa anche a chi non tronca il proprio legame con le organizzazioni criminali. Ipotesi che Coraggio respinge seccamente. «Se non c’è la prova certa della rottura del vincolo associativo e della fuoriuscita definitiva dell’ergastolano dalla mafia è da escludere in modo categorico che possa uscire e riprendere a circolare lì dove aveva spadroneggiato – spiega -. Però l’ordinanza è chiara: non abbiamo detto che la collaborazione è incostituzionale. Siamo perfettamente coscienti della sua importanza nella lotta alla mafia. Ma non può essere l’unica strada per verificare che c’è stata quella rottura con la criminalità organizzata, che è la condizione indispensabile per l’applicazione di qualsiasi beneficio. Occorre trovare una soluzione che, da una parte, garantisca la permanenza dell’interesse dello stesso ergastolano a collaborare, come strumento di lotta alla mafia fondamentale, e dall’altra è necessaria un’altra istituzione che garantisca la possibilità di un fine pena imposto dalla nostra Costituzione e dalla Corte Edu. Da qui la difficoltà di questo bilanciamento che abbiamo cercato di chiedere al legislatore, cui compete in prima battuta».

Il rientro in Italia degli ex terroristi

Il tempo, nella Giustizia, è un fattore fondamentale. Ed è per questo che il dibattito sollevato circa la richiesta di estradizione degli ex terroristi catturati in Francia nei giorni scorsi è tutt’altro che banale: dopo tanti anni dalla commissione di un fatto, la funzione rieducativa resta immutata? Coraggio parte da un fatto fondamentale: il trattamento di quelle persone va fatto alla luce delle istituzioni italiane. Ed è per questo che presentare il conto, anche a distanza di tanto tempo, è fondamentale: «Non si può pensare di istituzionalizzare il diritto alla fuga e a sottrarsi alla giusta pena che è stata irrorata con un procedimento giusto e corretto», ribadisce. Ma ciò si lega anche ad un altro aspetto: il loro «trattamento» in Italia dovrà essere basato sui principi della Costituzione che non è ispirata alla vendetta, ma è incentrata sulla rieducazione.

Carceri sovraffollate

D’altronde, spiega il presidente, «il nostro Paese ha dato dimostrazione di rispettare lo Stato di diritto nei momenti più tragici». E malgrado la durezza del carcere e del 41 bis, quel rispetto «c’è nei processi, nell’organizzazione giudiziaria, nell’indipendenza dei giudici ma anche nelle carceri». Il cui problema fondamentale, evidenzia, è il sovraffollamento. «Come gestione della pena – aggiunge – mi sento di dire che il nostro sistema, a parte la questione del carcere ostativo che dobbiamo affrontare, si muove dignitosamente nell’ambito dei principi costituzionali».

La gestione dell’epidemia

Uno dei punti critici della gestione pandemia, secondo Coraggio, è stata la frizione tra regioni e Stato. Da qui l’invito ad una maggiore uniformità d’azione. «Ci sono state delle ribellioni, dei protagonismi, particolarmente preoccupanti nel campo della scuola, dove bisognava stare più attenti, ma nel complesso il sistema ha reagito in modo adeguato», sottolinea Coraggio. Che evidenzia la necessità di «un esercizio forte, da parte dello Stato, del potere di coordinamento e di correzione delle inefficienze regionali: un esercizio inadeguato di questo potere non solo comporta rischi di disomogeneità ma può ledere gli stessi livelli essenziali delle prestazioni, sul cui rispetto, anche nel 2020, la Corte si è più volte soffermata. Questo problema di fondo si è riproposto nel contesto attuale, pure caratterizzato dalla competenza esclusiva dello Stato in materia di profilassi internazionale, competenza che avrebbe dovuto garantire quell’unitarietà di azione e di disciplina che la dimensione nazionale dell’emergenza imponeva e tutt’ora impone».

Il rapporto con il legislatore

Nella sua relazione, Coraggio evidenzia anche il problema del rapporto con il legislatore, «che da sempre costituisce un aspetto delicato del sindacato di costituzionalità». La “soluzione” è stata quella di abbandonare i moniti, spesso caduti nel vuoto, e in mancanza di punti di riferimento normativi e in presenza di interventi complessi e articolati, «privilegiare il naturale intervento del legislatore, ricorrendo alla tecnica processuale della incostituzionalità “prospettata”: all’accertamento della contrarietà a Costituzione della norma censurata fa seguito non già la contestuale declaratoria di illegittimità costituzionale, ma il rinvio a una nuova udienza per l’esame del merito, dando tempo così al legislatore di disciplinare la materia». È quanto accaduto, ad esempio, in merito all’ergastolo ostativo e all’aiuto al suicidio, nonché per il carcere ai giornalisti.

La legge contro l’omofobia

Secondo Coraggio, una norma contro i reati d’odio per motivi di orientamento sessuale è necessaria, sull’esempio di quanto già accade in altri Paesi, ricordando il dovere di tutelare le minoranze. E in merito alla parità di genere, che ancora richiede tanta strada da fare, il presidente si lascia andare ad un aneddoto: «Volevano che mia madre smettesse gli studi e si sposasse. Lei ha preteso di laurearsi in chimica pura ed è andata in Eritrea a lavorare in una farmacia. Lì ha incontrato mio padre».

Carmen Russo Ed Enzo Paolo Turchi Denunciati: Bomba Sulla Coppia

Carmen Russo ed il marito Enzo Paolo Turchi sono stati denunciati dagli ex domestici per presunto sfruttamento: la risposta della soubrette.

Attraverso le pagine de Il Fatto Quotidiano è emersa una vicenda legale che vede protagonisti Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi. La coppia è stata accusata dai due precedenti domestici, i quali si occupavano di curare la tenuta dei due vip a Formello, di aver lavorato sette giorni su sette senza che la loro posizione lavorativa venisse mai regolarizzata. L’uomo e la donna avrebbero lavorato sette giorni su sette senza mai ottenere il diritto a ferie e malattie retribuite e senza avere versato alcun contributo.

Dopo la fine del periodo di lavoro – sette mesi e mezzo – i due hanno intentato due differenti cause al Tribunale del Lavoro di Tivoli, attraverso le quali si chiede il riconoscimento dello status di lavoratori dipendenti. I legali della coppia si sono rivolti ad un investigatore privato per mettere insieme messaggi, foto e documenti per poter provare le accuse degli assistiti. Secondo la ricostruzione apparsa sul quotidiano, questi sarebbero stati ospitati in due stanze per tutto il periodo ed avrebbero percepito inizialmente 700 euro al mese e successivamente solo 500. In tutto avrebbero percepito 4.625 euro per 7 mesi e mezzo di lavoro, pari a 17,65 euro al giorno e 2,2 euro ad ora.

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Carmen Russo risponde alle accuse dei domestici: “Era tutto regolare” Raggiunta dal quotidiano e intervistata sulle accuse a proprio carico, Carmen Russo spiega che i due signori in questione hanno davvero lavorato nella loro tenuta dall’estate fino a Natale: “Quei signori? Hanno lavorato dall’estate fino a Natale nella nostra villa ma quando hanno deciso di andar via è finito il rapporto e sono stati liquidati, non è successo nulla”. Insomma la soubrette non nega che ci sia stato un rapporto lavorativo e che i due se ne siano andati dopo 7 mesi di lavoro, ciò che smentisce e che siano stati trattati in maniera non equa e che la loro situazione lavorativa non fosse regolarizzata.

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Quando le viene fatta la domanda sui contratti lavorativi, infatti, Carmen Russo risponde: “Sicuramente ma adesso questo non lo so perché se ne occupava il nostro commercialista, ma era tutto regolare. Io non sono al corrente di nulla, non abbiamo avuto nessuna comunicazione tra l’altro”. Anzi la showgirl si dice sicura che siano alla ricerca di visibilità: “Ma sa cosa? Pensando di avere a che fare con dei personaggi cercano di caricare la situazione, tutto lì”.

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L’assurdo Caso Caso Del Gup “contestato” Per “colpa” Del Padre Avvocato Che Difese Il Cav

Il magistrato sarà chiamato a valutare in sede di udienza preliminare la posizione dei fratelli del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, che potrebbero finire a  processo per concorso esterno in associazione mafiosa

La Camera penale di Napoli è intervenuta sulla polemica che ha coinvolto in questi giorni la giudice Ambra Cerabona.  Il magistrato sarà chiamata a valutare in sede di udienza preliminare la posizione dei fratelli del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, che potrebbero finire a  processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Repubblica fa notare  che la Cerabona è la «figlia di uno storico legale di Berlusconi a Napoli: Michele Cerabona, difensore dell’ex premier in tanti procedimenti e oggi membro laico al Consiglio Superiore della magistratura, nominato ovviamente in quota Forza Italia.

Un profilo di inopportunità su cui, si apprende solo ieri addirittura dall’udienza, era arrivato anche un esposto negli uffici giudiziari […]Come se la giustizia italiana non incrociasse, in questa triste stagione, sufficienti profili di disagio e di auspicabile autocritica, ecco un nuovo potenziale caso di imbarazzo».  Il ragionamento sarebbe grossomodo questo: siccome il padre del giudice ha difeso Silvio Berlusconi e poiché è stato eletto al C.S.M. su proposta di Forza Italia, la figlia non sarebbe compatibile a giudicare il processo citato poiché in esso sono imputati i fratelli di un senatore di FI. La giudice avrebbe chiesto di potersi astenere ma la richiesta è stata respinta. « A noi un sospetto così articolato  – scrive la giunta dei penalisti napoletani, presieduta dall’avvocato Marco Campora – appare incomprensibile stante l’assoluta lontananza ed evanescenza del collegamento, laddove mai è stato neppure ipotizzato che la Dott.ssa Cerabona abbia una sia pur minima conoscenza e/o rapporto con i fratelli Cesaro.

Ed allora, i dubbi insinuanti avanzati nell’occasione sembrano risolversi nel tentativo di condizionare l’attività del giudicante, di comprimere la sua autonomia ed indipendenza di giudizio; di indurlo a dovere fornire la prova positiva (ed intrinsecamente diabolica) di non essere sospetto. Prova che può essere fornita in un solo modo: condannando o rinviando a giudizio gli imputati.  Non si può continuare a ragionare così, minando dalle fondamenta i capisaldi che regolano l’esercizio della funzione giurisdizionale. Tutti i giudici sono, sino a prova contraria, autonomi ed indipendenti. Questa è la regola su cui si fonda il nostro ordinamento, eliminata la quale l’intero sistema è inesorabilmente destinato a crollare». E poi la critica all’esposto anomino: « Sinora, le parti di quel processo – le uniche a ciò legittimate – non hanno inteso avanzare alcuna istanza di ricusazione, evidentemente ritenendo la Dott.ssa Cerabona del tutto idonea a svolgere la funzione di giudicante nel processo.   L’irruzione nelle aule di giustizia di esposti anonimi è invece operazione degradante, vile e molto pericolosa, atteso che l’esposto anonimo è per sua natura un mezzo utilizzato unicamente per depistare, sviare, colpire chi si ritiene nemico. Su questo occorre essere chiari: l’esposto anonimo non ha alcun diritto di cittadinanza in un ordinamento democratico (dunque a tutti i livelli: politico, giudiziario, poliziesco …) e va sempre trattato per quello che è: una gravissima calunnia anonima che ha sempre la finalità di colpire qualcuno, di mestare nel torbido, di avvelenare la democrazia e le istituzioni».

E il finale contro il complottismo: « L’unica colpa – l’unico elemento di sospetto avanzato – della dott.ssa Cerabona è quella di essere figlia di un noto e stimatissimo avvocato. Ora, si può anche stabilire per legge che un giudice, nel luogo in cui esercita la funzione, non debba avere rapporti familiari, affettivi, sentimentali e amicali con soggetti che operano nel medesimo settore (fuor di metafora: con altri giudici, pubblici ministeri, avvocati e cronisti giudiziari). È operazione difficilmente praticabile, ed infatti così – per fortuna – non è. In tutti i Tribunali italiani vi sono giudici sposati tra di loro, con pubblici ministeri e con avvocati. Giudici figli di giudici, di pubblici ministeri o di avvocati. Giudici fratelli di giudici, pubblici ministeri ed avvocati. Giudici amanti di giudici, pubblici ministeri ed avvocati.  È fisiologico, normale e non foriero di alcun sospetto. Ed allora, smettiamola con questo complottismo a senso unico che dimostra la scarsa cultura democratica di alcuni settori del nostro Paese».