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IL VICE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE ”SORDO ANCHE NEI CONFRONTI DI FORZA ITALIA”; ”PUNTANO SOLO A UN POSTO AL SOLE A ROMA” TERAMO: BRUCCHI, BORDATE A CHIODI E GATTI ”COMMISSARIAMENTO PORTA IL LORO NOME”

 

TERAMO – “Il commissariamento ha un nome e un cognome. Al partito sin da luglio ho chiesto di intervenire per evitare questo epilogo ma Gatti è stato sordo anche nei confronti del partito. Glielo ha chiesto Pagano, che ringrazio molto, nella mia stanza, e glielo hanno chiesto i vertici nazionali, ma lui è voluto andare avanti sulla sua strada”.

Così l’ormai ex sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, di Forza Italia, mandato a casa dalle dimissioni di 18 consiglieri comunali, 11 dell’opposizione e 7 di Futuro In e della lista civica Al Centro per Teramo, che fanno capo, rispettivamente, ai consiglieri regionali Paolo Gatti, del suo stesso partito, e Mauro Di Dalmazio di Abruzzo Futuro.

“Adesso la cosa più grave che sta accadendo è che ognuno cerca di defilarsi, classico di chi ha l’abitudine di deresponsabilizzarsi”, dice ad AbruzzoWeb, senza risparmiare bordate anche al suo predecessore, l’ex presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi.

“Da quando ha perso le elezioni regionali non si è più visto”, accusa Brucchi, “tranne due occasioni pubbliche in cui ha attaccato l’amministrazione, per il resto non è pervenuto”.

La cena che l’ex governatore promosse nel 2015 “per far recuperare coesione alla coalizione” di cui ha ricordato a questo giornale, “aveva più il sapore dell’apparenza che della sostanza, chi ha avuto ruoli importanti avrebbe dovuto fare molto di più. I primi ad abbandonare sono stati proprio quelli di Al centro per Teramo, lista che fa riferimento a lui. Quello che dice ha il sapore amaro”.

“Gatti dice che l’amministrazione ha vissuto una crisi permanente? Se questo fosse vero lui ha contribuito – dice l’ex sindaco – anzi è stato il principale attore di questa consiliatura, ha recitato un ruolo di primo piano nei vari rimpasti nelle varie Giunte, basta vedere l’ultima con l’allargamento a nove, quando mi chiese di mettere il nono assessore nonostante il suo gruppo fosse contrario”.

Continuando a puntare l’indice contro Chiodi e Gatti, Brucchi afferma che “entrambi puntano ad avere un posto al sole a Roma, mentre io chiedevo di continuare ad amministrare la città”.

“Devo ringraziare Forza Italia che sia a livello comunale, sia regionale e nazionale si è impegnata a scongiurare questo tradimento, in cui un consigliere regionale di Forza Italia manda a casa l’unico sindaco di una città capoluogo, la scelta di Gatti è stata scientemente preparata a tavolino!”, sbotta l’ormai ex primo cittadino.

Determinato a non abbandonare la politica: “Continuo a farla e in Forza Italia, partito che non ho preso come un autobus come accaduto per qualche rappresentante che oggi si professa forzista, io non ho mai aderito ad altri gruppi. Resto a disposizione della mia città e del partito di cui sono vice coordinatore regionale”.

“Con i vertici nazionali avevo avuto un contatto a luglio, quando mi sono dimesso, e tutti, Gatti compreso, mi hanno chiesto di ritirare le dimissioni per scongiurare il commissariamento considerato inopportuno, oggi invece diventa opportuno!”.

A Chiodi, che dalle pagine di questo giornale si è detto disponibile a riunire e ricostruire la coalizione e che, insieme a Gatti, ritiene il centrodestra ancora vincente, Brucchi risponde che “non ho tutte le certezze che hanno loro”.

“Guardandoci dietro abbiamo solo macerie. Chi non era disposto ad andare a casa difficilmente sarà disposto a fare accordi con chi ci ha mandato a casa”, chiosa l’ex sindaco.

Decisione di Trump su Gerusalemme capitale ‘a giorni’. Macron preoccupato, Erdogan alza la voce

US President Donald J. Trump returns to White House

Sulla questione dello spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, il presidente Donald Trump “è stato chiaro sin dall’inizio, non è questione di se, ma di quando”. Lo ha detto il vice portavoce della Casa Bianca, Hogan Gidley, aggiungendo che “una decisione” verrà resa nota “nei prossimi giorni”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha espresso ieri sera la sua “preoccupazione” al capo della Casa Bianca, Donald Trump, “sulla possibilità che gli Stati Uniti riconoscano unilateralmente Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele”. Lo ha reso noto un comunicato dell’Eliseo, precisando che Macron ha ricordato che la questione dello “status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito il capo della Casa Bianca, Donald Trump, che l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta “una linea rossa per i musulmani” e che potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con Israele. Erdogan è intervenuto davanti al gruppo parlamentare del suo partito Akp ad Ankara.

Mattarella ricorda le vittime della Thyssenkrupp. ‘Una ferita che non può rimarginarsi’

10 ANNI DALLA THYSSEN: MAMME VITTIME, IL DOLORE NON PASSA MAI

Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l’intera società. E dieci anni fa, nella notte del 5 dicembre 2007, sette operai morirono nell’incendio nell’acciaieria della Thyssenkrupp a Torino. Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi: è giusto ricordare i loro nomi perché è una ferita che non può rimarginarsi accettare che si possa morire sul lavoro e per il lavoro“. Lo afferma il Capo dello Stato Sergio Mattarella in una nota.

“Il lavoro – prosegue il Presidente della Repubblica – costituisce il cardine del patto di cittadinanza su cui si fonda la nostra Repubblica ed è un diritto del lavoratore e un dovere della società che vengano rispettate ed applicate le norme sulla sicurezza. In questi dieci anni nella prevenzione degli incidenti e nel supporto agli infortunati sul lavoro sono stati fatti passi avanti, ma resta ancora molto da fare per far sì che la sicurezza venga considerata essa stessa un volano che contribuisce allo sviluppo”. “Ai familiari delle vittime e a coloro che in ogni altra tragedia sul lavoro hanno perso un collega, un amico, un familiare, rivolgo un solidale e affettuoso saluto”, conclude Mattarella.

Sanità Lazio, Zingaretti sull’inferno liste: “Stiamo riducendo i tempi”

l governatore: “Sei prestazioni su dieci erogate entro i limiti”. Ma rimane il divario tra le varie Asl

 Mentre stiamo scrivendo 23 persone attendono che arrivi il loro turno al pronto soccorso del Bambin Gesù, 25 al Policlinico Casilino, 18 al Sant’Eugenio, 12 al Sant’Andrea. Il dato, fotografato dalla Regione Lazio, racconta in tempo reale la grande incognita dell’attesa che – sotto modi e forme differenti – coinvolge tre milioni di cittadini romani.
Come denunciato ieri da Repubblica, la capitale deve ancora colmare il suo ritardo e questo nonostante l’impegno dell’attuale giunta Zingaretti che, dopo aver fatto uscire il Lazio dal commissariamento sanitario, ha previsto una serie di riforme proprio per abbattere i tempi di attesa.

Ed è proprio la Regione che offre un parametro utile a misurare l’efficienza delle diverse Asl cittadine. Andando a prendere ad esempio la Tac del capo, solo la Asl Roma D con 28 giorni di attesa rientra nei tempi previsti. Per fare lo stesso esame nella A ci vogliono 69 giorni, che diventano 187 nella F e addirittura 288 nella B. Passando ad un’ecografia dell’addome inferiore, la Asl Roma G ci mette 128 giorni, mentre la B e la F richiedono oltre 300 giorni.
Da qui la necessità della riforma, essenziale per imbrigliare l’attività delle Asl, approvata dalla Regione Lazio nell’aprile scorso attraverso il piano regionale 2017- 2018, che prevede l’adozione di nuove regole nel breve periodo, oltre a un investimento di 10 milioni di euro.

Un piano che – come ribadito dal presidente Nicola Zingaretti – ha già garantito risultati importanti. “Nel Lazio – ha sottolineato – il dato complessivo sulle prestazioni erogate dentro i tempi massimi è passato dal 50,1% del 2015 al 64,67% del periodo gennaio/ giugno 2017. C’è ancora molto da fare, ma i dati migliorano”.

Seguendo le indicazioni del piano, la prima attività delle Asl è stata quella di recall: sono state infatti richiamate circa 100mila persone per fissare nuovamente la data dell’esame entro i 10 giorni. Il dato significativo, in questo caso, è che meno del 20% dei pazienti raggiunti ha accettato di anticipare il proprio esame. La strada è indicata, ma il percorso è lungo, complice l’enorme domanda di prestazioni sanitarie che viene da una città come Roma. Al 15 dicembre 2016 erano 66.000 le persone in lista d’attesa per un’ecografia, con tempi medi di 95 giorni per la quasi totalità degli esami, ma superiori a 180 giorni per il 21%. Per dare l’idea della portata del fenomeno, ogni settimana una Asl come la A lavora 1.500 prenotazioni di esami ecografici, mantenendo in stand-by 17mila prenotazioni; e 1.000 vengono processate dalla Roma B.

Osservando

i numeri senza l’impaccio delle strumentalizzazioni politiche, il problema è quello di un mercato dove, complice l’invecchiamento della popolazione, domanda e offerta appaiono drammaticamente sbilanciate. Se questo è vero, un sistema come quello laziale, ridotto all’osso dopo anni di sprechi e ruberie e faticosamente riformato, quanto è in grado di sostenere il bisogno crescente di prestazioni sanitarie che viene dalla più grande città italiana?

Thyssen, Mattarella: “Una ferita che non si rimargina, ancora molto da fare su sicurezza

Il Quirinale a dieci anni dalla tragedia nella sede torinese dell’azienda tedesca in cui morirono sette operai: “Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile”

ROMA – “Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l’intera società. Nella notte del 5 dicembre 2007, sette operai morirono nell’incendio nell’acciaieria della Thyssenkrupp a Torino e questa è una ferita che non può rimarginarsi”. Sono trascorsi dieci anni e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda la tragedia avvenuta nella sede torinese dell’azienda tedesca.

Boldrini: “Nulla è cambiato dopo la tragedia”

Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi: è giusto ricordare i loro nomi perché non si può accettare che si possa morire sul lavoro e per il lavoro – sottolinea il capo dello Stato -. Il lavoro costituisce il cardine del patto di cittadinanza su cui si fonda la nostra Repubblica ed è un diritto del lavoratore e un dovere della società che vengano rispettate ed applicate le norme sulla sicurezza. In questi dieci anni nella prevenzione degli incidenti e nel supporto agli infortunati sul lavoro sono stati fatti passi avanti, ma resta ancora molto da fare per far sì che la sicurezza venga considerata essa stessa un volano che contribuisce allo sviluppo. Ai familiari delle vittime e a coloro che in ogni altra tragedia sul lavoro hanno perso un collega, un amico, un familiare, rivolgo un solidale e affettuoso saluto”.

Lo scorso ottobre la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine sulla giustizia dopo la tragedia: ha bocciato i ricorsi dei dirigenti dell’azienda, dichiarandoli inammissibili, presentati dall’amministratore delegato della Thyssen Harald Espenhahn (condannato a 9 anni e 8 mesi), dai dirigenti Gerald Priegnitz, Marco Pucci (entrambi condannati a 6 anni e 10 mesi) e Daniele Moroni (condannato a 7 anni e 6 mesi) contro il verdetto di condanna definitivo che la Suprema Corte – quarta sezione penale – pronunciò il 13 maggio 2016. Per i parenti soddisfazione a metà: 

 

Bitcoin: i gemelli Winklevoss (quelli di Facebook) sono i primi miliardari

i ha resi celebri il film “The social network”. La loro storia è strettamente legata a Facebook, gigante da due miliardi di utenti, di proprietà di Mark Zuckerberg. Loro, i gemelli Tyler e Cameron Winklevoss (oggi 36enni), proprio a Zukerberg hanno conteso la proprietà intellettuale del social network, dando vita ad una controversia giudiziaria culminata in una sentenza del 2011 che li ha visti uscire vincitori con un indennizzo pari a 65 milioni di dollari. Briciole, rispetto al valore di Facebook. Ma comunque tanto denaro.

Grazie a quei soldi, i Winklevoss oggi si ritrovano miliardari. I due fratelli, infatti, nel 2013 decisero di investire 11 di quei 65 milioni in Bitcoin. Una somma considerevole che, all’epoca, era pari all’1% del totale della criptovaluta esistente. Un azzardo. Ma il tempo gli ha dato ragione. La crescita smisurata del valore di Bitcoin li ha resi ricchi: hanno acquistato 100mila criptomonete quando il valore di un Bitcoin era di 120 dollari. Oggi quel valore ha sfondato quota 11mila dollari, con una crescita dell’oltre 10mila per cento. Da qui un capitale complessivo che, oggi, va ben al di là del miliardo di dollari.

La controversia con Facebook
Erano i tempi dell’università, ad Harvard. I gemelli Winklevoss e Zuckerberg erano studenti. I due fratelli avevano il chiodo fisso dei social network. Sognavano una piattaforma in grado di connettere gli studenti dell’università. Ma, per come racconta anche il film di David Fincher, avevano bisogno di qualcuno in grado di realizzare il loro progetto. Ed entrò in scena Mark Zuckerberg. Quello che è successo dopo lo sanno un po’ tutti. Zuckerberg ha costruito un impero. Una holding fra le più capitalizzate al mondo.

Una rivincita a metà
La scommessa sui Bitcoin, con i soldi arrivati da Facebook, ha il sapore della rivincita per i gemelli Winklevoss. Anche se, a giudicare dalle cifre in ballo, la distanza è veramente incolmabile. Oggi Mark Zuckerberg ha un patrimonio stimato in oltre 70miliardi di dollari, ed è CEO di una big company che comprende Facebook, Instagram e WhatsApp, tre delle piattaforme online più utilizzate al mondo. Per i Winklevoss, dunque, una rivincita solo a metà.

Teatro Carlo Felice, niente tredicesima nè stipendio

Il dovuto sarà pagato a gennaio, per il secondo anno consecutivo. La Cgil: “Fatto gravissimo: pronti al conflitto sindacale”

“Secondo Natale senza tredicesima e stipendi: posticipati a gennaio”: come l’anno scorso, la Fondazione Teatro Carlo Felice retribuirà i suoi dipendenti un po’ in ritardo e la Cgil denuncia un’operazione di bilancio che i lavoratori non sono più disposti a sostenere. “Fatto gravissimo”, accusano i sindacati, che invitano il sovrintendente a intervenire, altrimenti si dicono pronti  a intraprendere “la strada della conflittualità”, come annunciano in un comunicato.

“L’anno scorso era successa la stessa cosa e anziché porvi rimedio, come chiesto dal sindacato, si è preferito rispondere in modo superficiale. A fronte di problematiche oggettive, non si può pensare che la soluzione possa essere negare l’evidenza dei fatti, a scapito di lavoratori che, consapevoli delle cattive acque in cui naviga da tempo la Fondazione, stanno più che mai lavorando per risollevare le sorti del teatro”: la Cgil scandisce il canovaccio della protesta, innescata proprio dalla comunicazione del ritardo nel pagamento della retribuzione di dicembre e della tredicesima. E accusa anche la sovrintendenza di nascondere dietro manovre riorganizzative altre operazioni: “Mezze riorganizzazioni che sembrano avere più scopi

punitivi piuttosto che rispondere a reali esigenze del teatro”, stigmatizzano. E provano a trovare la strada, prima di far saltare il banco: “L’auspicio è che si voglia ragionare seriamente sul futuro del Carlo Felice che merita, così come i suoi lavoratori, di più. Se si vorrà perseguire questo scopo si troverà Slc Cgil come sempre disponibile al confronto, diversamente la strada della conflittualità si sta già delineando”.

Meyer, muore a 10 anni affetto da una grave patologia: i genitori presentano un esposto

artando zeppieri newsUn bambino di 10 anni, fiorentino, è morto sabato scorso durante un intervento chirurgico all’ospedale Meyer di Firenze. Il piccolo nei giorni precedenti era stato sottoposto, secondo quanto si apprende, un intervento neurochirurgico. Durante la degenza sarebbe emersa una grave patologia. I genitori avrebbero presentato oggi un esposto in procura per capire le cause del decesso. L’Azienda ospedaliera Meyer avrebbe fin da subito avviato accertamenti e

Emilia Romagna, la Regione non alza le tasse e assume 90 precari

Bonaccini: nel bilancio 35 milioni di euro per il reddito di solidarietà, più fondi ai trasporti (5 milioni) e alla cultura (4 milioni)

Una manovra da quasi 12 miliardi senza aumenti di tasse per il terzo anno consecutivo e un aumento delle risorse per i settori strategici: dalle imprese al lavoro; dalla formazione alla sanità e al welfare; dall’agricoltura alle infrastrutture e alla cultura. E’ il progetto di legge di bilancio della Regione Emilia-Romagna, presentato questa mattina dal presidente, Stefano Bonaccini e dall’assessore Emma Petitti. Presenti anche le risorse per la stabilizzazione entro il 2018 o nei primi mesi del 2019 dei 90 precari storici dell’ente.

In totale sono di 1,4 miliardi le risorse previste per investimenti come a sottolineare la volontà espansiva di questo bilancio per un territorio il cui Pil, nel 2017, si stima crescerà dell’1,7%, migliore performance in Italia. Bonaccini – che si è detto tranquillo per la tenuta della sua maggioranza in vista del passaggi in aula nonostante gli attriti a sinistra sulla legge urbanistica – ha sottolineato come lo spirito della manovra sia quello del Patto per il lavoro.

Per quanto riguarda il welfare, il 2018 sarà il primo anno di piena applicazioni del Reddito di solidarietà per il quale la giunta ha stanziato 35 milioni (sono già 6.100 le domande di accesso a questa forma di sostegno

contro la povertà). Sul trasporto pubblico locale sono cinque milioni in più (56,1 il totale) stanziati per la salvaguardia e il miglioramento della qualità dei servizi offerti sia per il settore auto-filoviario che ferroviario. Infine, continuano a crescere i fondi per la cultura con altri quattro milioni che portano le risorse a 15 milioni. Infine, continuano a crescere i fondi per la cultura con altri quattro milioni che portano le risorse a 15 milioni.

Banca Etruria, Boschi indagato. Il pm di Arezzo a Casini: “Non ho nascosto nulla”

Il procuratore che sta indagando sulla vicenda non ha detto pochi giorni fa, davanti alla Commissione d’Inchiesta, che il padre della ex ministra del governo Renzi è indagato. La replica in una lettera al presidente Casini: “Ho risposto a tutte le domande senza alcuna omissione”. Frecciate M5S ai renziani: “Cosa hanno da dire oggi i soloni che esultavano?”

ROMA – Procura di Arezzo nella tempesta dopo che è emerso che Pierluigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena, è iscritto nel registro degli indagati per la vendita delle obbligazioni subordinate alla clientela retail di Banca Etruria.

Il procuratore Roberto Rossi, che viene accusato da diversi componenti della Commissione d’inchiesta sulle banche di aver omesso parte della verità, ha scritto in queste ore una lettera al presidente della Commissione Pier Ferdinando Casini per spiegare il perché della mancata comunicazione.

Stando a quanto apprende Repubblica, Rossi nella lettera a Casini risponde alle accuse di aver “omesso notizie in merito ad un presunto status di indagato di Pierluigi Boschi”.

Il magistrato di Arezzo dice di ritenere tali addebiti “gravemente offensivi”, e di aver risposto “a tutte le domande che mi sono state formulate senza alcuna reticenza né omissione”. E aggiunge: “Ho chiarito che l’esclusione di Boschi riguardava il processo per bancarotta attualmente in corso, mentre per gli altri procedimenti ho precisato che non essere imputati non significava non essere indagati. Null’altro mi è stato chiesto in merito”.

Rossi nella missiva al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche parla anche del filone di indagine che contesta il falso in prospetto e il ricorso abusivo al credito a carico del Cda di Etruria del 2013, nel quale sedeva Boschi in qualità di consigliere: “Non ho nascosto nulla circa la posizione del consigliere Boschi in relazione alle domande che mi venivano poste. Le domande hanno riguardato i fatti in oggetto e non, in alcun modo, le persone iscritte nel registro degli indagati”.

Il procuratore, rispondendo giovedì scorso alle domande di deputati e senatori nel corso dell’audizione della Commissione d’inchiesta sulle banche, aveva escluso qualunque coinvolgimento di Boschi nelle indagini per bancarotta fraudolenta, nonostante il padre dell’allora ministro del governo Renzi sia stato vicepresidente della banca liquidata nel novembre 2015.

Boschi non ha partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza e che hanno portato al fallimento della banca, e pertanto “non è indagato per il reato di bancarotta”, aveva chiarito a più riprese il pm Rossi. Alle sue dichiarazioni erano seguiti commenti in toni trionfalistici di Matteo Renzi e di molti esponenti del Pd, e scettici da parte di esponenti politici dell’opposizione.

Il pm ha ovviamente detto la verità per quanto riguarda il reato di bancarotta, ma nelle ultime ore, in seguito a un’inchiesta del quotidiano “La Verità”, è emerso invece che c’è un nuovo fascicolo aperto dalla procura di Arezzo sulle vicende della ex Banca Etruria: si tratta di uno spezzone di indagine che riguarda la vendita di obbligazioni subordinate alla clientela retail, l’emissione del 2013. Di questo filone d’inchiesta si era parlato nel corso dell’audizione, ma senza chiarire quali fossero gli indagati.

RadaR, Giannini: “Tutti colpevoli nella macelleria bancaria”

Le obbligazioni subordinate sono titoli estremamente rischiosi per i piccoli risparmiatori, perché il rimborso non è previsto nel caso di fallimento della banca. Tra gli indagati per non aver fornito le necessarie informazioni alla Consob (e duque il reato ipotizzato è “falso in prospetto”) c’è anche Boschi, e alcune settimane fa i magistrati di Arezzo hanno chiesto una proroga delle indagini. L’apertura del fascicolo è scaturita dalle sanzioni comminate dalla stessa Consob agli ex amministratori di Banca Etruria nel settembre scorso, per complessivi 2,76 milioni di euro. E riguarda il periodo 2012-2014, incentrato proprio sulle violazioni riscontrare nei prospetti informativi.

“Ci sembrava strano che la figura di Boschi non fosse in alcun modo più legata alle indagini, dato che il ruolo che aveva avuto nelle attività di Banca Etruria. – dice Letizia Giorgianni, presidente e fondatrice dell’Associazione Vittime del Salvabanche, la principale organizzazione dei risparmiatori travolti dal fallimento di Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca Marche – Noi saremo auditi dalla Commissione giovedì, e parleremo anche di quello che è successo dopo il fallimento della banca, compresa l’ipersvalutazione dei crediti deteriorati che ha danneggiato mltissimo i risparmiatori: se la svalutazione fosse stata più equa, sul modello di quella adottata per Montepaschi, si sarebbero potuti salvare almeno gli obbligazionisti subordinati. Abbiamo presentato un esposto contro Fonspa, la società che sta procedendo al recupero dei crediti”.

In Commissione Banche il senatore Andrea Augello (Idea) ha presentato al presidente Pier Ferdinando Casini una richiesta formale per verificare l’esistenza di un filone d’indagine sulla denuncia della Consob. “Se sarà confermato – ha annunciato Augello domenica nel corso del dibattito conclusivo della due giorni organizzata a Modena da Idea – proporrò alla Commissione di trasmettere l’audizione del dottor Rossi al Consiglio superiore della magistratura affinché ne sanzioni il comportamento reticente e omissivo davanti al Parlamento italiano”.

Un’ipotesi che la Commissione potrebbe anche valutare, fanno sapere fonti vicine all’istituzione, una volta che però si riesamini attentamente la trascrizione della seduta di giovedì 30 novembre. Mentre il vicepresidente della Commissione, Renato Brunetta (Fi), ha annunciato che chiederà una nuova audizione del procuratore.Rossi.

E intanto sul Pd, che solo pochi giorni fa aveva esultato per l’estraneità del padre di Maria Elena Boschi dalle indagini, si abbattono le critiche e le frecciate dell’opposizione, a cominciare dal Movimento Cinque Stelle: “Ce le ricordiamo benissimo le esternazioni da parte dei renziani nei giorni scorsi, subito dopo l’audizione in commissione Banche da parte del procuratore di Arezzo che sembravano scagionare papà Boschi da ogni ulteriore coinvolgimento nella vicenda Banca Etruria. Vogliamo ascoltare cosa hanno da dire oggi gli stessi soloni che ieri esultavano”, dice il deputato Alessio Villarosa, in commissione Finanze.