Categoria: attualità

Roma, stangata sui bus turistici: ticket fino a 36 mila euro

Stop agli abbonamenti annui da 3 mila euro, sarà possibile varcare le Mura con carnet che vanno da 50 a 300 accessi

I bus turistici fuori dal centro storico. E per quegli operatori che vorranno continuare a lavorare in città pur scontando l’handicap di doversi tenere alla larga dai monumenti ecco la mazzata. Il piano al vaglio dell’assessora ai Trasporti Linda Meleo prevede un radicale cambio di prospettiva per i torpedoni privati: via gli abbonamenti da 3mila euro annui in favore di carnet da 50, 100, 200 o 300 ingressi in città a tariffe assai più salate. Un esempio per tirare le somme sul prezzario della giunta grillina: chi vorrà acquistare il pacchetto più corposo, quello da 300 ticket, e portare di fatto a cadenza quotidiana il proprio pullman nella capitale dovrà spendere non meno di 36mila euro a mezzo.

Una cifra che vale, però, soltanto per chi è in possesso di un bus di ultima generazione con motore euro 6. Più il veicolo sarà obsoleto, dunque, più il costo per singolo ingresso salirà. La novità, studiata da una parte per decongestionare le strade di Roma e dall’altra per rimpinguare le disastrate casse del Campidoglio, è stata presentata giovedì ai sindacati e agli imprenditori. La titolare della Mobilità capitolina ha esposto il piano e poi ha lasciato la riunione. “Non ci ha lasciato nemmeno una bozza del provvedimento su cui stanno lavorando – racconta Andrea Genovese di Emet, una delle sigle che rappresenta gli operatori bus – e ora ci aspettiamo quantomeno un confronto più approfondito su questo piano”.

Le nuove tariffe, se il Comune pentastellato deciderà di accelerare sul piano anti-pullman, dovrebbero entrare in vigore dal primo gennaio 2018. Così i diretti interessati hanno già iniziato a farsi i conti in tasca: “L’aumento – continua il sindacalista – supera di gran lunga il 1000 per cento. Il Comune cosa si aspetta che faremo? Siamo rimasti a bocca aperta. In questo modo le imprese a inizio anno saranno chiamate a un esborso mai visto prima”. Tra i titolari delle imprese di trasporto privato la tensione è palpabile. Pronta a esplodere: per ora i margini di trattativa appaiono ridottissimi e, se non si troverà un nuovo accordo con il Campidoglio grillino, non sono escluse manifestazioni e proteste al rientro dalle ferie estive. Ovviamente in strada, con decine e decine di pullman pronti a bloccare il traffico.

Dall’altra parte della barricata c’è e ci sarà l’assessora Linda Meleo. Il piano è ancora in fase di scrittura, i dettagli (compresi quelli sull’intero tarrifario) arriveranno nelle prossime settimane. Ma è certo, assicurano da Palazzo Senatorio, che nel nuovo regolamento saranno previste agevolazioni per chi è in possesso di flotte green. “La nostra bozza di proposta – conferma la delegata della sindaca

Virginia Raggi ai trasporti – prevede l’eliminazione dell’abbonamento annuale e l’introduzione di carnet. Ovviamente con scontistiche speciali. Con il vecchio regolamento dei bus turistici “chi prima arrivava, prima veniva servito”. C’era un problema legato quindi alla concorrenza tra operatori. La maggiore criticità dell’abbonamento annual e risiedeva nel fatto che non si basava su criteri comparativi, ma sul criterio di ricezione della domanda “.

Twitter, cade il muro dei 140 caratteri: i cinguettii potranno arrivare a 280

Twitter, cade il muro dei 140 caratteri: i cinguettii potranno arrivare a 280

(apIl social network annuncia ufficialmente un test internazionale dicendosi certo dell’implementazione su scala globale

FINISCE ufficialmente l’epoca dei 140 caratteri su Twitter. Stavolta per davvero. Sono anni che lo si va ripetendo, raccontando piccoli cambiamenti marginali che hanno reso i cinguettii un po’ più larghi, per esempio evitando di conteggiare i contenuti multimediali, i link o le menzioni degli utenti con cui si conversa online. Adesso è partito un test che tanto test non sembra e che raddoppierà la lunghezza massima dei tweet: da 140 a 280 caratteri nella modalità espansa. Se il tweet supera la soglia di visibilità il resto della frase viene nascosto e lo si può visualizzare cliccandoci sopra, allargando cioè il contenuto.

“Riassumere i pensieri in un tweet, ci siamo passati tutti, è una fatica – spiegano da San Francisco – è bene sottolineare, però, che non è ovunque un problema. Ad esempio, quando una persona twitta in inglese o in italiano, si imbatte velocemente nel limite dei 140 caratteri e deve modificare il tweet in modo che si adatti perfettamente. Qualche volta, deve cancellare qualche parola che trasmette un significato o un’emozione importante, o non cinguettare affatto. Ma quando un ragazzo giapponese twitta nella sua lingua, non ha lo stesso problema: finisce di condividere il suo pensiero e ha ancora spazio a disposizione”.

La prendono alla larga, insomma, facendone (correttamente) un problema linguistico e alfabetico: “In lingue come il giapponese, il coreano e il cinese è possibile comunicare il doppio delle informazioni in un solo carattere, a differenza di molte altre lingue come l’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il portoghese o il francese”. Per questo, arrivano i tweet XL. Il muro dei 140, pur rimanendo privilegiato sotto l’aspetto della visibilità, non sarà più invalicabile: ciò che supera quella soglia verrà nascosto e sarà visualizzabile cliccandoci sopra.

Per ora si tratta di un test (la società non ha dichiarato in quali lingue sarà effettuato, anche se alla fine saranno coinvolte tutte quelle in cui è disponibile tranne gli idiomi asiatici citati prima) ma i toni sembrano entusiasti. E lasciano ai nostalgici poche speranze di una retromarcia. D’altronde di esperimenti sembra che Twitter ne abbia già svolti parecchi. In fondo sul crinale delle 140 battute ci danza da anni: “Stiamo cercando di estendere il limite da 140 a 280 caratteri, per quelle lingue meno ‘concise’ (che sono tutte tranne il giapponese, cinese, e coreano) – aggiungono dalla California – anche se per il momento si tratta di un test in atto solo per alcune lingue, vogliamo essere trasparenti sul perché siamo entusiasti di questo esperimento”. La ragione? Quella lunghezza massima, segno distintivo della piattaforma, in realtà frustrerebbe gli utenti. Spingendoli a rinunciare e penalizzando l’engagement di una piattaforma che da anni sta lottando per tornare a crescere in termini di accountattivi (al momento sono 328 milioni) e per convincere i mercati (nel 2016 la società ha perso 450 milioni di dollari).

“Solo una piccola percentuale di tweet inviati in giapponese è di 140 caratteri, lo 0,4% – raccontano dal quartier generale di Frisco – in inglese, invece, una percentuale molto più elevata di tweet è di 140 caratteri (9%). La maggior parte dei cinguettii giapponesi sono di 15 caratteri, a differenza di quelli inglesi che ne hanno 34”. Un insieme di numeri che secondo la piattaforma dimostrerebbe come il limite dei caratteri sia uno dei principali motivi di fastidio per le persone che twittano in inglese, e in altre lingue, ma non per quelle che twittano in giapponese. Allargando lo sguardo a tutti i mercati gli esperimenti di Twitter hanno anche evidenziato che quando le persone non sono costrette a comprimere i propri pensieri in 140 caratteri e ne hanno ancora a disposizione, sorpresa, twittano di più. E questo, con buona pace dei puristi, è proprio quello che serve a una società in difficoltà.

Non si tratta dunque della funzione “tweet storm” di cui si era parlato qualche giorno fa ma proprio di un allungamento del cinguettio. Sul cui impatto positivo la società si dice molto sicura anche se, come sempre, intende sperimentarlo con un ristretto gruppo di utenti “prima di

lanciarlo definitivamente”. La strada, insomma, appare segnata. Niente paura, però. Twitter rimarrà sinonimo di brevità: “I tweet vanno dritti al punto con le nformazioni o i pensieri che contano. Questo è ciò che non cambieremo mai”

Arabia Saudita, storico decreto del re: le donne potranno guidare

Cade un tabù a Riad: il re Salman ha finalmente concesso alle donne il permesso di guidare, anche se non da subito, nell’unico paese dove era loro proibito. Le prime patenti dovrebbero essere rilasciate dal prossimo giugno.

RIAD – Cade un tabù storico e mondiale in Arabia Saudita. Un decreto del re Salman ha finalmente concesso alle donne il permesso di guidare, anche se non da subito. L’annuncio è arrivato dai media di Stato di Riad e, in contemporanea a un evento a Washington legato alla casa saudita. L’ambasciatore di Riad negli Stati Uniti ha commentato in serata: “E’ il momento giusto per questo cambiamento perché in Arabia Saudita abbiamo una società giovane e dinamica. Le donne non avranno bisogno del loro ‘guardiano’ per prendere la patente”. Si dissolve così l’incredibile divieto anche nell’ultimo paese dove era vigente, simbolo di oppressione nei confronti delle donne.

Finora i teologi wahabiti (il ramo radicale del sunnismo che vige in Arabia Saudita) si erano espressi contro il via libera delle donne alla guida, dando spiegazioni spesso surreali: un diritto che, secondo i religiosi, sarebbe stato “inappropriato”, “un problema per gli uomini” o comunque “pericoloso per la stabilità del Regno”. Pochi giorni fa uno sceicco piuttosto importante nel paese aveva giustificato il divieto perché, ha detto nello sconcerto mondiale, “le donne hanno un quarto di cervello degli uomini”.

‘No woman no drive’, il remake a sostegno delle donne saudite

Dal 1991 (dopo la Guerra del Golfo) e nel corso degli anni ci sono state diverse manifestazioni di donne che, sfidando la legge e gli arresti, si sono riunite ognuna alla guida della propria auto. La rivolta è proseguita anche sui social network dove sono spesso comparsi video e foto di donne al volante.

Arabia Saudita, video virale contro i divieti: le donne guidano, ballano e fanno clic

Pochi giorni fa però c’era stato un segnale di apertura importante: era stato permesso per la prima volta ad alcune donne di entrare in uno stadio. E’ stato solo l’ultimo provvedimento dell’apertura graduale, ma costante, del Regno Saudita, principalmente economica ma anche sulla concessione di alcuni diritti, in contemporanea con l’ascesa sempre più dirompente del giovane principe Mohammed bin Salman, 32 anni.

La decisione ha in buona parte motivazioni economiche, come del resto ha confermato lo stesso ambasciatore saudita a Washington: il governo di Riad sta cambiando e modernizzando la sua locomotiva economica, anche a causa del prezzo basso del petrolio. L’economia, dunque, sarà più inclusiva e dunque potrebbe essere importante coinvolgere anche le donne a pieno titolo per sostenere la crescita di un Paese sempre meno dipendente dall'”oro nero”.

IL REGNO SVELATO – LO SPECIALE SUPER 8

Il decreto di re Salman prevede che sia costituito entro 30 giorni un panel ministeriale per dare attuazione alla decisione rivoluzionaria. Le prime patenti, secondo il programma del Regno, dovrebbero essere rilasciate nel giugno del 2018.

Cosa ci dice quel vecchio mistero

Un libro racconta l’uccisione di Giorgiana Masi, quarant’anni fa. Tragedia di un’Italia lontana, ma lezione ancora da studiare

Cosa ci dice quel vecchio mistero

Ci sono libri che con semplicità descrivono così bene un momento storico da riuscire a essere una guida per interpretare i momenti di crisi, sempre.

Concetto Vecchio ha scritto “Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano” che è un vademecum sul nostro Paese perché spiega dinamiche di potere che dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi sono cambiate poco. Hanno perso sostanza negli anni, questo è innegabile, ma quelle categorie e le relative contrapposizioni sono spettri nei quali ancora, di tanto in tanto, ci imbattiamo. La tragedia della morte di Giorgiana Masi è una tragedia privata, politica e nazionale. Sul piano privato, e quindi familiare, racconta cosa abbia significato per i genitori di Giorgiana perdere una figlia all’improvviso, senza riuscire a farsene una ragione. Sul piano politico ha mostrato la rigidità degli apparati dello Stato che, dopo aver creato condizioni estreme, non sono stati pronti ad affrontarne le estreme conseguenze. E una tragedia nazionale perché siamo tutti Giorgiana Masi, ma non tanto per dire. Lo siamo tutti davvero. Molti di noi hanno partecipato a manifestazioni di piazza credendo di non correre alcun pericolo. Il morto in piazza è ingestibile, è un prezzo troppo alto e mette a rischio l’assetto democratico di un Paese. Perché porta con sé menzogne e sfiducia nelle istituzioni.

Giorgiana muore a Roma il 12 maggio del 1977. Aveva diciotto anni e a ucciderla è un colpo di pistola che a oggi non sappiamo chi abbia esploso, esattamente con quale arma e da dove. Un mistero italiano. Giorgiana aveva tentato di partecipare alla manifestazione organizzata in piazza Navona dai Radicali, per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio. Ma la manifestazione era stata vietata dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Non vi racconterò il libro di Concetto Vecchio perché spero che possiate leggerlo, ma vi dirò, invece, cosa mi è rimasto di questa indagine fatta 40 anni dopo, grazie agli atti giudiziari messi a disposizione da Luca Boneschi, che nel processo ha rappresentato la famiglia Masi e in fondo anche tutti noi.

Sono rimaste le ragioni e i torti di un momento politico delicatissimo in cui una manifestazione pacifica sarebbe stata la vera rivoluzione. Il divieto di manifestare opposto da Cossiga a Pannella quel 12 maggio veniva da lontano, Concetto Vecchio ne spiega la genesi senza giustificarne il ricorso. Ma è importante capire di quale Italia stiamo parlando. È importante fare la conta dei morti e dei feriti nelle manifestazioni di piazza, tra i manifestanti e le forze dell’ordine. È importante ricordare i morti in azioni di singoli o di gruppi ai danni di altri. È importante anche per rassicurare chi pensa di star vivendo oggi nel peggiore dei mondi possibili: non è così, non in Italia.

È importante studiare i percorsi politici per comprendere come ciò che accade sia la sommatoria di una serie di forze non tutte intellegibili. Concetto Vecchio dedica alcune pagine, interessantissime, alla figura di Cossiga: «Fa tutto velocemente, conta su una memoria prodigiosa, è pienamente concentrato sul suo dovere. Ma questa ascesa forsennata esige i suoi tributi. Viene tormentato dalla ciclotimia, a stati di grande euforia seguono periodi di lunga depressione. Fiaccato dall’astenia, è inseguito da malattie immaginarie, fobie». E allora appare chiaro, anzi direi lampante, che gli eventi storici e le decisioni politiche che li determinano, non sono prodotti solo da calcolo, ma anche da ciò che è imponderabile: dal privatissimo, chiamiamolo così. E mica è facile capire quando questo sta accadendo… è anzi impossibile. Marco Pannella, che ha usato finanche il suo corpo come terreno per la lotta politica, non ha mai fatto politica per tornaconto personale; anche chi è stato in disaccordo con lui, questo lo ha sempre riconosciuto. E tremano i polsi, ma tremano davvero, al pensiero che spesso a determinare tragedie non siano strategie studiate, ma calcolo personale quando non l’impossibilità di guardare oltre.

Enzo Striano, in un libro che considero un capolavoro, “I giochi degli eroi”, riporta, modificandola leggermente, questa frase di Nietzsche: «La sventura più grande nel destino degli uomini è quando i potenti della terra non sono anche i primi sulla terra. Allora tutto diventa falso, mostruoso, difforme».

Ci ho passato l’estate su questa frase e mi sono convinto che il tempo dei primi è solo utopia.

L’eterno Novecento di Milton Gendel

 

  • Milton Gendel, Piazza del Popolo, Roma 1952. Fondazione Primoli, Fondo Gendel, Roma Milton Gendel, Piazza del Popolo, Roma 1952. Fondazione Primoli, Fondo Gendel, Roma
Roma e la sua monumentale, assolata bellezza. Il Sud Italia con i volti dei contadini, la natura, le storie raccontate dalle pietre dei paesi e dai muretti a secco delle campagne. Il bel mondo dell’arte italiano: gli artisti, i galleristi, le grandi collezioniste. E anche, allargando lo sguardo oltre il nostro Paese, il mondo artistico Usa e in particolare di New York, dove crebbe e studiò, alla Columbia, con Meyer Shapiro. L’archivio del newyorkese Milton Gendel – classe 1918, storico dell’arte, fotografo e per lungo tempo corrispondente di Art News per l’Italia – è un contenitore di storie, mondi, avventure esistenziali e artistiche che copre la quasi totalità del Novecento. Ed è dallo scavo in quel materiale ricchissimo che nasce il volume Milton Gendel. Uno scatto lungo un secolo. Gli anni tra New York e Roma. 1940-1962 di Barbara Drudi (edito da Quodlibet e Fondazione Passaré) che ripercorre gli incontri più significativi di quel periodo. Da fotografo e da amico, ritrasse, cogliendoli nella loro dimensione quotidiana, molti personaggi noti, da Peggy Guggenheim alla regina Elisabetta. Il libro sarà presentato a Roma, il 13 ottobre alle ore 18.00, presso la Fondazione Primoli di Roma che conserva, tra gli altri, il Fondo Gendel.
DI LARA CRINÒ

Navigazione per la galleria fotografica

‘Chiedevamo protezione, ora siamo schiavi’

Dalla Toscana alla Sicilia, molti Centri d’accoglienza sono diventati un serbatoio di manodopera a basso costo. Lì vanno a rifornirsi caporali e imprenditori senza scrupoli. Per l’opinione pubblica, però, i migranti sono ancora “parassiti che mangiano e dormono”

'Chiedevamo protezione, ora siamo schiavi'

Un ragazzo del Gambia è seduto su una vecchia sedia girevole. Siamo in mezzo a una baraccopoli nei pressi di Mazara del Vallo, tra casette di cartone e lamiera. “Un giorno avrò la mia chance”, dice. Aspetta una risposta alla richiesta d’asilo e qualcuno che lo chiami a giornata per raccogliere olive.
Come lui, centinaia di migranti ospiti dei centri d’accoglienza lavorano nelle campagne da Nord a Sud. In Toscana per la vendemmia del Chianti, in Calabria per le patate della Sila, in ogni angolo della Sicilia per raccogliere pomodori, arance e olive. Almeno tre inchieste della magistratura raccontano di migranti arrivati in Italia per chiedere protezione e finiti in schiavitù. Decine di testimonianze lasciano intravedere un fenomeno molto ampio. Cresciuto proprio mentre l’opinione pubblica si accaniva sui parassiti che “mangiano e dormono negli hotel a cinque stelle”.

I “Cas” (Centri di accoglienza straordinari) sono strutture d’emergenza, gestiti da privati ma autorizzati e controllati dalle prefetture, quindi dal governo. Il Cas può essere un piccolo albergo, un centro anziani riadattato o un casolare nel nulla. I tempi di permanenza – decisi dalla burocrazia statale – vanno dai sei mesi ai quattro anni.. Il migrante presenta richiesta d’asilo e aspetta. Ma nel frattempo cosa fa?

Quelli dei Cas
“Benvenuti nella città del sale e dell’accoglienza”. All’ingresso di Trapani i cartelli stradali ricordano il business del passato e quello del presente. In provincia ci sono una trentina di Cas. In un territorio prevalentemente agricolo, i migranti in attesa sono una manna dal cielo per l’agricoltura in crisi. Ad Alcamo, durante la vendemmia, molti dormono in una piazza del centro. Accampati con sacchi a pelo, cucinano sull’asfalto mentre accanto i vecchietti del paese giocano a carte. Al mattino si metteranno in fila per essere caricati sui furgoncini.

In Sicilia si è prodotta una stratificazione. Tunisini coi capelli grigi, da venti anni in Italia, si affiancano a giovani subsahariani sbarcati da pochi mesi. “Sono quelli dei Cas”, li indicano. Quei giovani che non parlano italiano sono concorrenti temibili. “Tanto lo Stato ti dà da mangiare e dormire”, dicono i padroni dei campi. E pagano il meno possibile.
Cinquanta euro ai tunisini, 25 ai romeni, da 15 a 7 per gli ospiti dei Cas. A Vittoria, provincia di Ragusa, il salario di un bracciante a giornata è precipitato. Nelle campagne, al tramonto, decine di africani in bicicletta tornano dalle serre ai centri di accoglienza. In tasca hanno una manciata di monete, il misero compenso di dieci ore di lavoro.
Il caporalato da queste parti non c’era. Da poco si sono formate le prime reti. Tre mesi fa la polizia arrestava alcuni imprenditori. L’accusa? Utilizzavano operai gravemente sfruttati: 19 richiedenti asilo, due tunisini e cinque romeni. Questi ultimi vivevano in casolari fatiscenti nei pressi dell’azienda, gli altri tornavano a dormire nei Cas. Si tratta di una delle prime applicazioni dalla legge anti-caporalato, che punisce il grave sfruttamento sul lavoro.

Come in gabbia
Le testimonianze su casi analoghi rimbalzano da un angolo all’altro della Sicilia. L’associazione Borderline Sicilia si occupa di monitorare l’accoglienza. Racconta per esempio di un centro anziani a Canicattì che ha aggiunto alla ragione sociale l’ospitalità dei profughi. “Alle 4,30 del mattino si va nel punto di raccolta e si aspetta il contadino che passa con il suo camioncino e sceglie fra adulti italiani, africani e rumeni. Ma anche tanti minori, che non si perdono nella depressione dell’inattività, ritrovandosi a farsi sfruttare per qualche euro in tasca”.
Nel centro sarebbero presenti persone che stanno lì “posteggiate” da tre anni, neomaggiorenni fuoriusciti dalle comunità per minori, migranti in transito per altri centri.
Non va meglio nel Cara di Mineo, nei pressi di Catania: una mega-struttura che al momento ospita poco meno di 3mila persone. Il centro è un’isola in un mare di aranceti. La stagione agrumicola sta per iniziare. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo.
“Ho comprato una bicicletta per 25 euro. Ogni giorno, aspettiamo le otto. È l’orario di apertura, prima non si può. Stiamo dietro i cancelli, come in gabbia”, si legge nel rapporto FilieraSporca 2016. “Poi le porte si aprono e cerchiamo qualcuno per la giornata”.

Pecore e patate
Come si comportano i responsabili dei centri di accoglienza quando vedono strani movimenti intorno ai loro ospiti? Alcuni aiutano a denunciare. La maggior parte fa finta di niente. Qualcuno si trasforma in caporale.
È il caso di due Cas nella Sila cosentina. Tutto inizia con la denuncia di un migrante, percosso e minacciato solo perché rallenta la raccolta. La magistratura interviene contro quattordici persone accusate di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Era l’operazione “Accoglienza” dello scorso maggio, prima applicazione assoluta della legge anticaporalato.
Un episodio svela la certezza di impunità nella zona. Durante la notifica del provvedimento, uno degli agricoltori continuava a impartire ordini agli africani, lamentandosi con i carabinieri per il tempo che perdeva (“le fragole si rovinano”).
Ma i migranti erano sfruttati due volte: nei campi e come mezzo per ottenere finanziamenti. I famosi “35 euro” finivano tutti in tasca ai gestori, che rendicontavano attività di “integrazione” mai svolte. Invece i rifugiati senegalesi, nigeriani e somali lasciavano i centri alle sei del mattino per lavorare nei campi di patate o per fare i pastori. Il compenso? Poco più di un euro l’ora.

Il vino del Chianti
L’inchiesta si chiama “Numbar Dar” (“Capo villaggio”) e risale alla vendemmia di un anno fa. Dimostra che il problema non è solo del Sud o di territori in crisi.
Tra fattorie storiche nate negli anni ’20, vigneti e colline le aziende del Chianti ricorrevano alla manodopera a basso costo dei centri di accoglienza. Il caporale pachistano, i consulenti di Prato – quelli che falsificavano le buste paga – e i titolari delle aziende vinicole erano i cardini del sistema. Circa 160 migranti sono rimasti incastrati nel sistema. Lavoravano fino a dodici ore al giorno per quattro euro l’ora e venivano spesso picchiati.
Nelle giornate di picco della raccolta dell’uva, i viaggi da Prato a Tavarnelle Val di Pesa erano due al giorno. I caporali privilegiavano i connazionali pakistani: solo a loro era concesso del cibo e un po’ di acqua. Se occorrevano altre braccia, venivano chiamati a lavorare a giornata anche richiedenti asilo africani, vittime di maggiori soprusi. I “negri” non avevano il diritto di bere né di avere scarpe: lavoravano a piedi nudi nei campi.
In tutta Italia, ci sono centri di accoglienza gestiti con professionalità e personale che ci crede. Ma negli ultimi anni le lentezze burocratiche hanno creato una situazione drammatica. I documenti in Questura, l’esame alla commissione asilo e il ricorso al Tribunale possono richiedere anni. Nel frattempo le famiglie in Africa pressano per ricevere soldi. Così i migranti trovano in Europa un incubo simile a quello che avevano lasciato.

Campidoglio punta su auto elettriche. Avviso per trasformazione del parco del Comune di Roma

ROMA – «Concessione in comodato d’uso gratuito di autovetture elettriche per l’espletamento delle attività istituzionali». È il contenuto di un avviso pubblico pubblicato sull’albo pretorio del Campidoglio. Il dipartimento per la Razionalizzazione della Spesa – Centrale unica beni e servizi di recente ha pubblicato un bando per «ricercare soggetti disponibili a concedere a titolo di comodato d’uso gratuito autovetture ad alimentazione elettrica per le finalità connesse alle proprie attività istituzionali in previsione negli anni a venire di una trasformazione parziale del parco veicolare in elettrico.

Le vetture proposte dovranno avere un’autonomia superiore a 120 km con una ricarica». Nelle premesse del documento c’è l’annuncio che con la collaborazione di Enea a Acea l’obiettivo del Comune a 5 Stelle porterà «nel breve periodo a 300 le colonnine di ricarica» in città. «Questo è un altro passo in avanti verso la mobilità sostenibile – dice l’assessore alla Mobilità Linda Meleo -. L’Amministrazione si sta impegnando a portare avanti il nuovo piano della mobilità elettrica, che presto sarà deliberato e nel frattempo partiamo dalle buone pratiche, incentivando il modello elettrico anche in previsione della trasformazione del parco veicolare».

Vaccini, Consiglio di Stato: «Sì all’obbligo nelle scuole dell’infanzia»

Il Consiglio di Stato ha dato il suo parere sulla normativa che prevede l’obbligo dei vaccini nelle scuole dell’infanzia. Rispondendo a un quesito posto dal Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che aveva proposto una moratoria per l’anno in corso, l’organo giudiziario-amministrativo ha specificato che la legge è già applicabile: «Già a decorrere dall’anno scolastico in corso, trova applicazione la regola secondo cui, per accedere ai servizi educativi per l’infanzia e alle scuole dell’infanzia, occorre presentare la documentazione che provi l’avvenuta vaccinazione».

Frosinone, Piloni abbandonati e auto in sosta nonostante i divieti e i rischi

di Alessandro Redirossi
Un serpentone di auto in sosta, a fianco di una miriade di cartelli recanti i divieti di sosta per pericolo di caduta cornicioni. È quanto accade in via De Gasperi, ai piedi del desolante spettacolo degli storici Piloni del centro storico. Lo scorso giugno, dopo le segnalazioni di alcuni cittadini riguardanti alcune crepe, si è registrato un sopralluogo dei Vigili del Fuoco, che hanno comunicato all’amministrazione comunale il rischio di «possibile caduta» di cornicioni. Il 14 giugno scorso il Comune ha così emesso un’ordinanza con cui è stato disposto il divieto di parcheggiare nell’area sottostante i Piloni, pena rimozione delle vetture. Ma in questi mesi gli automobilisti hanno continuato a parcheggiare in quella zona, nonostante i vistosi cartelli che citano l’ordinanza e recano addirittura la scritta “pericolo frana”. Insomma la sosta continua come se nulla fosse, con una dilagante incuranza rispetto ai cartelli e i nastri bianchi e rossi che costeggiano la strada. I cittadini sembrano preferire il rischio di caduta dei cornicioni (e quello di vedere il proprio veicolo rimosso) alla sosta a pagamento in tutta sicurezza dall’altro lato della strada. Nel frattempo i Piloni, che potrebbero essere una risorsa per la città e il suo centro storico, rimangono prigionieri di una lunga agonia senza via d’uscita. Sotto le arcate regna incontrastato il degrado. E in questi anni, nell’abbandono più totale, è nata anche la vegetazione sotto gli archi. Che ormai sembrano incorniciare una giungla.  A rincarare la dose i recenti problemi alla pubblica illuminazione nelle vicine scalette per Corso della Repubblica, come segnalato dai residenti nelle ultime settimane.

Quello dei Piloni è uno scempio che si era deciso perlomeno di nascondere, nell’attesa indefinita per i lavori di riqualificazione. Due anni fa, il 14 ottobre 2015, la Giunta Ottaviani approvava il progetto per il “camouflage” dei Piloni. Prevedeva, con il contributo degli allievi del liceo artistico, l’installazione di 17 grandi tele dipinte, «che velano il degrado delle arcate». Per una spesa di 3500 euro. Ma il progetto non ha mai preso vita. Nel frattempo restano incerti i tempi per la riqualificazione dei Piloni. A inizio anno l’assessore ai Lavori Pubblici Fabio Tagliaferri aveva ammesso il sostanziale fallimento dei tentativi di dialogo con il privato promotore del project financing per riqualificare l’area. Aprendo alla possibile risoluzione del contratto fra Comune e società di progetto “I Piloni” firmato nel 2005 (ereditato dalle amministrazioni Marzi e Marini). Ad aprile la Giunta Ottaviani, vista la situazione di immobilismo sul cantiere, ha dato mandato al settore Governace e all’avvocatura comunale per una risoluzione dei project di Piloni e Multipiano, attraverso una transazione. Ipotizzando in futuro una nuova procedura di project financing Comune-privati  per riqualificare sia i Pilioni che per rilanciare il vicino Multipiano. Con mercatini, artigianato, promozione di prodotti a km 0. Ma a che punto siamo sui Piloni? «La palla è ora in mano all’avvocatura per studiare la risoluzione del contratto – dice l’assessore Fabio Tagliaferri – Vogliamo arrivare alla risoluzione contrattuale ma bisogna fare degli approfondimenti per non esporre l’Ente a rischi e liberarci dai vincoli che abbiamo». Ma quali tempi si possono ipotizzare? «Al momento non si possono fare ipotesi. Sarebbe da chiedere alle precedenti amministrazioni perché si è scelta la strada di quel project, se poi non è stato possibile andare avanti».

Rieti, “Lo sport entra nelle carceri”, domani a Vazia grazie al Coni

Il carcere di Vazia
RIETI – Portare sul territorio del Lazio una serie di iniziative con al centro la promozione sportiva per tutti e l’inclusione sociale. E’ quanto si propone il protocollo “Coni e Regione, compagni di sport”, cui si lega il progetto “Lo sport entra nelle carceri”, coordinato dal Coni  Lazio e condiviso dalla Regione attraverso l’Assessorato allo sport e alle politiche sociali.

Domani, mercoledì 27 settembre, a partire dalle 9, nella Casa Circondariale di Rieti si svolgerà la festa a consuntivo delle discipline attivate nei mesi scorsi in collaborazione con le Federazioni di pallacanestro, pallavolo e scacchi, che hanno coinvolto circa 100 detenuti. E’ prevista anche una partita di calcio.

Rieti è il secondo step, dopo la Casa di reclusione di Rebibbia, di un elenco che comprende anche gli istituti penitenziari di Latina, Viterbo e infine ancora Rebibbia, con la sezione femminile. L’intento è di creare un rapporto con le amministrazioni carcerarie favorendo il crescere delle iniziative e degli scambi, che si potranno tradurre di volta in volta nella fornitura di materiale sportivo, consulenze e supporto nell’organizzazione di ulteriori momenti di sport.

L’attività fisica è infatti riconosciuta quale mezzo riabilitativo e può essere finalizzata al benessere psico-fisico di chi vive in condizioni di restrizione personale. La speranza è di ampliare così l’offerta sportiva e formativa, in maniera che aumentando le occasioni di socializzazione, possa crescere anche l’autostima e il rispetto delle regole comuni.