Category: cronaca

Sanitopoli in Abruzzo. Del Turco assolto dall’accusa di associazione a delinquere

del-turco-ottaviano.jpgL’ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, e gli altri imputati sono stati assolti dal reato di associazione a delinquere  “perché il fatto non sussiste”. L’assoluzione è stata decisa dalla Corte d’Appello di Perugia, nell’ambito del processo bis sulla cosiddetta sanitopoli abruzzese. I giudici umbri hanno rideterminato la condanna di Del Turco in 3 anni e 11 mesi.  La condanna in primo grado Del Turco era stato condannato in primo grado dal tribunale collegiale di Pescara a 9 anni e 6 mesi, mentre in appello i giudici aquilani avevano ridotto la pena a 4 anni e due mesi. La scorso dicembre poi la Cassazione aveva confermato la condanna di Del Turco per induzione indebita, relativamente a delle mazzette pari a 850mila euro all’ex presidente della Regione Abruzzo in tre volte, tra il 2006 e il 2007, dall’ex titolare della clinica Villa Pini di Chieti, Vincenzo Angelini, ma aveva annullato con rinvio la condanna d’appello riguardante l’accusa più pesante, quella di associazione a delinquere. Ridotta la pena accessoria La Corte d’Appello di Perugia ha anche sostituito la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici con l’interdizione per cinque anni. Inoltre, ha disposto per l’ex governatore il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per la durata della pena principale inflitta. I risarcimenti Del Turco e l’ex capogruppo in Regione della Margherita Camillo Cesarone sono stati condannati, in solido tra loro, al risarcimento del danno non patrimoniale in favore della Regione Abruzzo, quantificato in 700mila euro: il 70 per cento è a carico del primo e il resto del secondo. L’ex presidente della Regione, insieme a Cesarone e all’ex assessore regionale alla Sanità, Bernardo Mazzocca, dovrà inoltre risarcire i danni patiti da Vincenzo Angelini in relazione ai capi per i quali è stata riconosciuta la loro responsabilità penale, che saranno quantificati in un altro giudizio. Revocate invece per Del Turco e Mazzocca le ulteriori statuizioni civili emesse a loro carico e a favore della Asl, delle Case di cura e dell’Aiop. La vicenda La Sanitopoli abruzzese prese il via dalle accuse dell’ex titolare della clinica Villa Pini di Chieti, Vincenzo Maria Angelini. Per questa vicenda Del Turco fu arrestato il 14 luglio 2008 assieme ad altre nove persone, tra cui assessori e consiglieri regionali. L’ex governatore fu detenuto in carcere a Sulmona per 28 giorni, poi trascorse altri due mesi agli arresti domiciliari. Qualche giorno dopo l’arresto, il 17 luglio 2008, Del Turco si dimise dalla carica di presidente della Regione e, con una lettera, si autosospese dal Pd, di cui era stato uno dei saggi fondatori e membro della direzione nazionale.  La difesa chiederà la revisione del processo  La difesa di Ottaviano Del Turco si prepara a chiedere la revisione del processo nel quale l’ex presidente della Regione Abruzzo è stato condannato per induzione indebita, ossia per la vecchia concussione per induzione modificata dalla Legge Severino, al termine dell’inchiesta sulla cosiddetta Sanitopoli. Lo ha detto all’ANSA il suo difensore, l’avvocato Giandomenico Caiazza, al termine dell’udienza davanti alla Corte d’appello di Perugia che ha assolto l’ex governatore dall’accusa di associazione per delinquere.

Aereo caduto in mare: è iniziato l’ultimo volo del capitano Gabriele Orlandi

Il feretro lascia l’ospedale di Latina

La salma del militare ha lasciato Latina alla volta di Pratica di Mare e poi di Cesena per i funerali. Lutto cittadino a Terracina

Autorità militari e civili, oltre ai vertici dell’aeronautica militare. In tanti erano presenti questa mattina per dare l’ultimo saluto al capitano Gabriele Orlandi la cui salma, poco fa, ha lasciato la camera mortuaria dell’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. Adesso la bara viaggerà verso Pratica di Mare, dove il corpo del pilota dell’Eurofighet precipitato in mare mentre stava eseguendo una manovra durante l’air show che si stava svolgendo domenica scorsa a Terracina, verrà accolto per un picchetto d’onore prima di arrivare a Cesena, città natale del capitano, dove verranno svolte le esequie alla presenza della famiglia del militare presso il Duomo della città. In contemporanea oggi a Terracina verrà osservato un giorno di lutto cittadino.

Aereo caduto in mare: ritrovata la scatola nera, più vicini alla soluzione del mistero

 3 ore fa

E’ stata ritrovata la scatola nera e l’apparecchio crash recorder dell’Eurofighter precipitato domenica pomeriggio a Terracina, nell’incidente aereo ha perso la vita il capitano Gabriele Orlandi. Le ricerche sono andate avanti per giorni per individuare il dispositivo elettronico che ha registrato i dati e il volo del caccia militare. Proprio dai due apparecchi che sono stati sequestrati potrebbe arrivare la risposta sulle cause della tragedia. Intanto sono state ascoltate 10 persone, tra cui alcuni militari, per ricostruire la dinamica della tragedia. Gli inquirenti hanno ascoltato anche quella che in gergo si chiama <La Biga> il militare che era in contatto radio fino all’ultimo con Gabriele Orlandi.

Aereo caduto a Terracina: dieci persone sotto torchio, fra questi anche “La biga”

 Ieri alle 22:32

Sono dieci le persone che sono state ascoltate dagli inquirenti per fare luce sulla tragedia aerea avvenuta domenica scorsa a Terracina, in cui ha perso la vita il capitano dell’Aeronautica Militare Gabriele Orlandi, 36 anni, originario di Cesena e che era ai comandi del caccia Eurofighter. Tra le persone ascoltate a sommarie informazioni anche quella che in gergo si chiama «La biga», che da terra era in contatto con il pilota. È questa l’unica indiscrezione che trapela. Non sono emersi particolari dal punto di vista investigativo interessanti e questo sembra rendere ancora più fitto il mistero sulla causa della tragedia avvenuta davanti agli occhi di migliaia e migliaia di persone. Il pubblico ministero Gregorio Capasso, titolare del fascicolo e che ha aperto un’inchiesta contestando il disastro aereo colposo, non si sbilancia ma è chiaro che tutto dipenderà dal ritrovamento della scatola nera. Nessuno al momento è iscritto nel registro degli indagati. Il magistrato inquirente ha delegato gli agenti del commissariato di Terracina e la Capitaneria di Porto di ascoltare chi possa offrire qualche elemento utile all’inchiesta.

Nella periferia polveriera di Guidonia. “Qui non c’è convivenza ora può scapparci il morto”

Viaggio tra i ragazzi dell’Albuccione, gli scontri quotidiani con i rom tra roghi e degrado “Quando c’erano i mejo, ‘ste cose non succedevano. Ma ora so’ morti di droga o in carcere”

“Guardi che alla guerriglia ti ci portano le istituzioni e, prima o poi, se nessuno ci ascolta qui ci scappa il morto. Garantito “. Davide, capelli corti e tatuaggi ovunque, è uno dei tanti ragazzi che abita nei palazzi – metà comunali metà dell’Inps – di via dell’Albuccione. Edifici gialli, scrostati, luridi, con le panchine azzoppate, roccaforte del quartiere di Guidonia considerato la periferia estrema “quella praticamente dimenticata dall’uomo e da Dio”, insiste Davide, sollevando le risa dei coetanei attorno a lui. Gli stessi che, martedì notte, hanno partecipato alla sassaiola contro i rom dell’insediamento censito, ma abusivo di fronte casa loro. “Noi già siamo considerati scarti, se qui ci mandano gli scarti di Roma (il riferimento è ai nomadi, ndr) finisce che tra poveri, lasciati soli, vince er più prepotente. È normale, è la legge della strada, dico bene?”. Dimenticati dal mondo. Così si sentono i ragazzi dell’Albuccione. Ed è in quel preciso istante in cui l’abbandono si fa sempre più insistente, costante, prolungato nel tempo che scatta la legge della strada, la giustizia fai da te, le regole capovolte. “È normale che per un pacchetto di sigarette, non dico una catenina d’oro, un pacchetto di sigarette, la sera quando vai a buttare l’immondizia ti devi trovare con un coltello sotto al collo messo da questi?”. “Questi” sono sempre i bosniaci e i rom che popolano l’insediamento di fronte, insistendo su un terreno della Asl a cui i residenti hanno scritto decine di lettere negli anni, L’ultima 8 mesi fa. “Lei capisce che è lo Stato che ci fa diventare razzisti? – dice Laura Meddi, una giovane donna dai lineamenti induriti dalla rabbia -. Io mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di vedere i miei figli giocare in un parco nuovo di zecca distrutto dagli “zingari”. Oppure vedere che il sedere dei bambini sporco viene lavato alle fontanelle dove noi beviamo. O respirare aria malsana perché ogni santa sera fanno i roghi, perché bruciano il rame. Ma si può vivere così e amare il prossimo? Si può vivere vedendo che nessuno ci protegge e per loro invece va tutto bene?”. Una guerra tra poveri dove la miseria, la sporcizia, lo spaccio e l’indifferenza sono i parametri quotidiani con cui l’Albuccione convive e si misura. “La vuole sapere la cosa che più mi fa schifo? – si infila nella conversazione Mario, un ventenne tutto muscoli e malcelata dolcezza – Stai tutto il giorno col nervoso e con la rabbia perché nessuno ti si fila. Se chiami polizia o carabinieri c’arrestano a noi magari pè ‘na canna. E questi che ci sfidano facendo come gli pare, girando ubriachi in macchina che a momenti due sere fa investono mi madre e mi sorella, niente: non gli succede mai niente. Allora sai che c’è? Che se un giorno mi prende il matto, perché io questa rabbia non me la posso tenere dentro per sempre, ne ammazzo uno e mi faccio il carcere. Ma almeno c’è uno stronzo in meno che viene a comandare qui, a fare il malandrino in casa mia. Italiano o straniero che sia, non fa differenza. La prepotenza non la sopporto”. Disperazione, rassegnazione e distacco dallo Stato. Perché la verità “è che te ce fanno diventà cattivo. Lo Stato te ce porta. Qui, quando c’erano i mejo, ‘ste cose non succedevano. Ma ora i mejo o sono morti  di droga o stanno in carcere”. I migliori, quelli che riuscivano con le regole della strada, a mantenere la barra dritta nel quartiere, sono i pregiudicati. L’Antistato che in quel pezzo di mondo a parte, ai margini di Guidonia e ai bordi di Roma, si faceva rispettare “magari con una coltellata “. Perché quando lo Stato non c’è è l’esempio negativo a diventare idolo e modello. All’Albuccione, suo malgrado, è diventato così.

Roma, sgominata banda occupazioni abusive al Tufello: estorsioni, droga e tentati omicidi. Sei arresti

Estorsione, tentato omicidio, spaccio di droga: il vero volto delle occupazioni abusive al Tufello. Nelle prime ore della mattinata, gli agenti del commissariato Fidene Serpentara, unitamente al personale della polizia locale Gruppo Nomentano, hanno dato esecuzione a 6 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 3 in carcere e 3 agli arresti domiciliari, emesse dal gip del tribunale di Roma, su richiesta del pm Laura Condemi, nei confronti di altrettante persone, per rispondere dei reati di tentato omicidio, porto e detenzione di armi da sparo, estorsione, nonché acquisto ai fini di cessione a terzi di sostanze stupefacenti, quali cocaina ed eroina.

I fatti hanno origine da un tentato omicidio, avvenuto il 18 febbraio scorso a Roma lungo la via Nomentana, scaturito da una lite per la contesa di un appartamento di edilizia residenziale pubblica di proprietà dell’Ater, tra gli assegnatari legittimi e gli occupanti abusivi. In particolare gli indagati, approfittando della temporanea assenza dei legittimi assegnatari, occupavano gli immobili dell’Ater in via Giovanni Conti, nel quartiere Tufello. Con brutali minacce e violenza impedivano l’ingresso ai legittimi assegnatari, fino all’utilizzo delle armi da fuoco, come successo nell’episodio culminato con il tentato omicidio di un uomo, aggravato dalla presenza di due bambini all’interno dell’autovettura centrata dai colpi sparati dagli aggressori.

L’indagine ha consentito di ricostruire la forza intimidatoria di un gruppo criminale, organizzato quale vero e proprio clan familiare che, oltre a gestire il racket delle occupazioni abusive era dedito alla commissione di un variegato numero di reati, tra i quali estorsioni e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il lungo e complesso lavoro ha consentito di individuare, all’interno del gruppo familiare guidato da Gianluca D’Ascenzo, ben noto agli investigatori e già condannato per omicidio doloso, oltre che per rapina e violazione della normativa sugli stupefacenti, i vari compiti svolti da ognuno dei responsabili.

Le conversazioni intercettate hanno fornito piena prova di quanto appena affermato. Sono in corso approfondimenti investigativi per valutare la posizione di altre persone che in vario modo fiancheggiavano e sostenevano le attività illecite del clan suindicato.

Banda della Magliana, arrestato il figlio del cassiere Nicoletti

Massimo Nicoletti, figlio di Enrico, lo storico cassiere e riciclatore della Banda della Magliana, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’indagine della procura di Roma nei confronti di quattro soggetti accusati di trasferimento fraudolento di beni per eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. I finanzieri del Gico di Roma, nell’ambito dell’operazione denominata “Barba”, hanno anche sequestrato due società e le quote capitale di una terza, per un valore di oltre cinque milioni.

Massimo Nicoletti – conosciuto negli ambienti criminali romani con il soprannome di «Barba» (di qui il nome dell’operazione delle Fiamme Gialle) – è gravato da precedenti di polizia per traffico di droga, usura, estorsione, oltre ad essere stato colpito da una misura di prevenzione personale e patrimoniale. Le indagini, iniziate nel dicembre 2015, sono state sviluppate attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, pedinamenti, appostamenti e meticolosi accertamenti economicopatrimoniali, consentendo di individuare il circuito relazionale di Nicoletti il quale – ancorché in maniera occulta, attesi i trascorsi giudiziari – è emerso come dominus di rilevanti investimenti nel mercato immobiliare dell’hinterland romano.

Tra le varie iniziative imprenditoriali spicca la realizzazione di un importante complesso residenziale, composto da 42 immobili di pregio, con un investimento iniziale pari a circa 3 milioni di euro di sospetta provenienza. Due le società di capitali utilizzate per la realizzazione di tali investimenti, la Koros S.r.l e la Dama Investment S.r.l., entrambe con sede a Roma: la prima, utilizzata per acquistare il complesso immobiliare e portare a completamento i lavori di costruzione delle abitazioni; la seconda, incaricata dell’alienazione delle abitazioni agli acquirenti finali. Le società, oggi sequestrate, erano di fatto gestite da Nicoletti in quanto i formali soci e amministratori erano meri «prestanome» che, per di più, operavano anche a favore di altri due noti pregiudicati gravati da precedenti di polizia per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, furto, rapina, violenza e truffe. I due, destinatari di Ordinanza di Custodia Cautelare e tuttora oggetto di ricerche anche all’estero, «schermavano» al pari di Nicoletti, i loro rilevanti apporti di capitale, di origine ignota, intestando le partecipazioni societarie a congiunti e soggetti contigui – anch’essi, pertanto, qualificabili come prestanome – allo scopo di eludere la normativa antimafia ovvero favorire operazioni di riciclaggio.

In questo contesto, si inseriva la figura dell’imprenditore romano Mario Mattei, anch’egli destinatario di ordinanza custodiale, in affari con «Barba» ed incaricato della gestione dei rapporti con gli occulti finanziatori delle lucrose speculazioni immobiliari. Più in particolare, Mattei agiva come factotum di Nicoletti: incaricato solo formalmente dell’amministrazione della Dama INvestment Srl., era privo di qualsivoglia autonomia decisionale e, di fatto, «asservito» al Nicoletti, cui riferiva tutte le vicende gestionali della società. Nel corso delle indagini emergeva come, anche a causa della profonda crisi del settore immobiliare, i compartecipi/finanziatori occulti di Nicoletti, avendo deciso di desistere dagli investimenti iniziali, pretendessero la restituzione delle provviste finanziarie conferite: pretese non onorabili perché i relativi capitali erano stati «drenati» da Nicoletti. Ne scaturivano minacce nei confronti di Mattei, che veniva pure selvaggiamente picchiato, tanto da essere costretto a far allontanare i propri familiari dall’abitazione. Destinatari della misura cautelare sono 4 soggetti, tra i quali i menzionati Nicoletti e Mattei.

È stato, inoltre, eseguito il sequestro preventivo: – del capitale sociale, delle quote societarie e dell’intero compendio aziendale della Dama Investment 2011 S.r.l., con sede a Roma, esercente l’attività di «compravendita di beni immobili effettuata su beni propri»; – del capitale sociale, delle quote societarie e dell’intero compendio aziendale della Koros S.r.l., con sede a Roma, esercente l’attività di «costruzione di edifici residenziali e non residenziali»; – della quota di partecipazione pari al 32% del capitale sociale della E.L. Immobiliare 2007 S.r.l., con sede a Rocca Priora (RM), esercente l’attività di «costruzione, acquisto, vendita e locazione di beni immobili di proprietà» per un valore complessivo pari ad oltre 5 milioni di euro. Tra i beni in sequestro spicca il rilevante patrimonio immobiliare facente capo alla KorosS.r.l., composto – come detto – da 42 beni immobili (13 villini e 29 box), a Roma in località Vermicino. Sono stati impiegati sul campo più di 80 Finanzieri, che hanno effettuato numerose perquisizioni

Fantauzzi: «Volevo gambizzare Bevilacqua, non ucciderlo»

«Volevo solo gambizzare Bevilacqua e l’altra persona che era con lui, ma purtroppo è partito un colpo ed è successo quello che è successo. L’offesa non era partita da Antonio, ma dalla persona che si trovava con lui nel locale, e non era rivolta a me, ma alla persona che si trovava insieme a me al momento dell’omicidio». Così Massimo Fantauzzi, secondo quanto riferito dal suo legale, Pasquale Provenzano, nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip indicato per rogatoria.

Fantauzzi è in isolamento in un carcere fuori regione. È reo confesso dell’omicidio di Antonio Bevilacqua, 21enne di origine rom, ucciso con un colpo di fucile al volto, nella notte tra 15 e 16 settembre, all’interno di un pub di Montesilvano ( Pescara). Nel precisare che l’interrogatorio è durato una decina di minuti, l’avvocato ha detto che il suo assistito «ha mostrato l’assoluta volontà di collaborare e ha chiesto di poter parlare al più presto con il pm della Procura di Pescara, Paolo Pompa, per chiarire ulteriori dettagli». Sempre il legale, ha aggiunto che Fantauzzi è apparso «molto provato» e che al giudice ha detto che l’unica persona che si trovava con lui nei momenti che hanno preceduto l’omicidio è stato l’amico presente al momento del litigio, quello cui – secondo quanto riferito sempre da Fantauzzi nell’interrogatorio e riportato dall’avvocato – era indirizzato l’epiteto «infame» e che dopo – sempre secondo il racconto – è uscito con lui dal locale, l’ha accompagnato a casa (dove Fantauzzi ha preso l’arma) per poi riuscire insieme e raggiungere di nuovo il locale, ma separatamente: Fantauzzi in moto, l’altro a bordo di un’auto. Solo Fantauzzi è rientrato nel locale ed ha sparato e, secondo quanto detto al giudice, il piano iniziale di una duplice gambizzazione si sarebbe
trasformato in un omicidio per un colpo accidentale.

Incendio in un bar ad Aprilia, panico nel palazzo del sindaco

di Raffaella Patricelli
Nottata da dimenticare per i residenti di uno stabile di via Di Vittorio ad Aprilia, lo stesso dove vive il sindaco Antonio Terra. Un incendio che ha interessato il bar Vintage ha tenuto imprigionati i residenti dei 24 appartenenti per ore a causa di una densa colonna di fumo che ha invaso l’interno del palazzo. Il rogo ha distrutto il bar e fatto crollare una parete all’interno del condominio. “È stato terribile – ha commentato il sindaco – sono state ore di paura, un grazie ai vigili del fuoco che sono giunti da Aprilia e Latina”.

 Secondo i primi riscontri l’incendio sarebbe stato provocato da un corto circuito.
Mercoledì 27

APPALTI PILOTATI E MAZZETTE IN ABRUZZO, 7 ARRESTI TRA POLITICI E IMPRENDITORI

Volanti della polizia

L’AQUILA – Un sistema per manovrare appalti pubblici con circa 15 aziende specializzate che venivano fatte partecipare a gare già compromesse grazie ad accordi corruttivi con amministratori locali e pubblici funzionari e che, con offerte al ribasso, indirizzavano la gara verso l’impresa prescelta per l’occasione, determinando un vero e proprio cartello in grado di decidere l’esito delle commesse.

A far saltare il banco le indagini della procura della Repubblica di Avezzano (L’Aquila) affidate alla Polizia di Stato che oggi ha eseguito nelle province di L’Aquila, Teramo, Chieti e Pescara un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per 7 persone.

Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Avezzano, Francesca Proietti, nei confronti di 7 persone, tra amministratori locali, pubblici funzionari e imprenditori che, secondo le accuse, farebbero parte del sistema illecito, da cui è scaturito il nome dell’operazione “Master list”, finalizzato a influenzare gli appalti pubblici in diversi comuni della provincia aquilana.

I provvedimenti del gip riguardano l’amministratore delegato del Consorzio acquedottistico marsicano (Cam), Giuseppe Venturini, vice sindaco con delega ai Lavori pubblici di Canistro (L’Aquila), Paolo Di Pietro, il sindaco di Casacanditella (Chieti), Giuseppe D’Angelo, l’imprenditore di Montorio al Vomano (Teramo), Emiliano Pompa, l’imprenditore Antonio Ruggeri di Avezzano, Antonio Ranieri dell’Aquila, responsabile unico del procedimento al Comune di Campotosto (L’Aquila), e l’imprenditore Sergio Giancaterino di Penne (Pescara).

I reati ipotizzati a vario titolo sono quelli di corruzione, turbata libertà degli incanti , falso e rivelazione di segreto d’ufficio.

Nel corso delle attività investigative sono stati registrati plurimi episodi di corruzione attraverso la dazione di denaro in contanti oppure sotto forma di consulenze, la sponsorizzazione di una società di calcio dilettantistica, dei subappalti a ditte di familiari degli indagati, l’acquisto di biglietti di lotterie patronali, il noleggio di tendoni per una festa e perfino contributi in beneficenza.

A innescare e dare il nome all’inchiesta è stata, tra le altre cose, una lista di ditte che, per l’accusa si dovevano spartire numerosi appalti sia in provincia dell’Aquila che nel resto della regione, scritte in un’agenda sequestrata nell’ambito della perquisizione effettuata ai danni di Giancaterino.

Per questo elemento, altri documenti e il materiale dei precedenti filoni, secondo la procura e le squadre Mobili delle questure dell’Aquila e Pescara, i 7 arrestati ai domiciliari di oggi sarebbero “inseriti in un collaudato sistema illecito”.

Il meccanismo più utilizzato, stando alle carte dell’accusa, da parte degli amministratori, tecnici e funzionari coinvolti, era quello di risppndere alle gare con le ditte d’accordo con chi avrebbe dovuto vincere tra di loro stabilendo insieme il massimo ribasso.

Naturalmente, l’obiettivo sarebbe stato quello di partecipare agli appalti e di far ruotare i vincitori.

L’INTERCETTAZIONE: ”15 DITTE E 10 SONO LE NOSTRE”

“Facciamo come l’altra volta… 15 ditte, e 10 sono le nostre”. È in questa intercettazione telefonica del 2015 tra il vice sindaco di Canistro (L’Aquila), Paolo Di Pietro, che parla nella sua auto, e l’imprenditore Sergio Giancaterino, la descrizione, in estrema sintesi, del sistema illecito per controllare gli appalti pubblici portato alla luce dall’operazione “master list” della procura della Repubblica di Avezzano (L’Aquila) con 7 arresti ai domiciliari tra amministratori pubblici, funzionari e imprenditori.

Come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari Francesca Proietti, l’indagine si è sviluppata su due procedimenti separati: il primo presso la procura avezzanese, “frutto di una serie di propalazioni accusatorie di un imprenditore, vittima di un ‘sistema tangentizio’ da parte di alcuni politici marsicani”. L’altro, inviato alla procura aquilana per competenza territoriale, nato da intercettazioni telefoniche e ambientali.

Le gare coinvolte nell’inchiesta sono 8. Per quanto riguarda il Comune di Canistro (L’Aquila), sono quelle relative alla sistemazione e ampliamento del cimitero comunale, al risanamento e consolidamento del cimitero della frazione di Canistro Superiore e alla sistemazione del municipio canistrese.

Per quanto riguarda Campotosto (L’Aquila), gli appalti riguardano la manutenzione dell’area di campeggio Capparella della struttura adibita a centro velico denominata Casa dei Pescatori, l’implementazione di servizi per la realizzazione della rete idrica nella stessa area, la chiusura della discarica in località Rapperduso.

Per quanto riguarda l’Unione dei Comuni delle Colline Teatine, di cui è capofila il Comune di Casacanditella, l’inchiesta ha indagato i lavori di riassetto territoriale dell’area a rischio idrogeologico della località Colle Grande del Comune di San Martino sulla Marrucina.

Per quanto riguarda il Consorzio acquedottistico marsicano (Cam), infine, la gara per la manutenzione del depuratore di Capistrello (L’Aquila). (alb.or.)

UN ANNO DI INDAGINI

Gli investigatori, attraverso una vasta attività di intercettazioni telefoniche e ambientali durate un anno, hanno individuato quello che nel corso di una conferenza stampa in Procura, ad Avezzano, hanno definito “un cartello d’imprese” facente capo a un imprenditore di Pescara, Sergio Giancaterino, e ad un intermediario di Avezzano, Antonio Ruggeri, che avrebbero individuato una serie di ditte alle quali affidare i lavori, tutte segnate in un’agenda, una sorta di libro mastro, sequestrata dagli inquirenti.

Nell’ambito di una perquisizione in casa di uno degli indagati, la Polizia ha trovato ben nascosta anche una pen drive con una lista di ditte che, secondo l’accusa, avrebbero preso parte al disegno criminoso.

Secondo procura e investigatori, il metodo usato dagli indagati era quello di creare “nero utile al pagamento delle persone che poi avrebbero corrotto”.

Nel corso delle indagini, inoltre, gli inquirenti hanno scoperto che gli arrestati usavano un’auto come ufficio nella quale si svolgevano riunioni e si decidevano le strategie da usare.

Nell’ambito dell’inchiesta, iniziata nel 2015, sono coinvolte anche altre sei persone che nei prossimi giorni saranno ascoltate dagli investigatori.

All’esito degli interrogatori si deciderà se e come procedere nei loro confronti.

VENTURINI SI DIMETTE DAL CAM

C’è l’amministratore delegato del Consorzio acquedottistico marsicano, Giuseppe Venturini, tra i sette arrestati, tutti ai domiciliari, nell’ambito dell’operazione “Master list” su presunti appalti e gare truccate in Abruzzo, coordinata dalla Procura della Repubblica di Avezzano (L’Aquila).

Venturini si è dimesso stamani dal suo incarico.

Il Cam è una società pubblica del ciclo idrico integrato, molto influente sul territorio che nel corso degli anni ha accumulato debiti milionari.

Venturini ha sostituito lo storico presidente, Gianfranco Tedeschi, sindaco di Cerchio (L’Aquila) esponente del Pd coinvolto in una precedente indagine della procura di Avezzano per presunte mazzette e turbativa d’asta in alcuni appalti nella Marsica.

I provvedimenti emessi dal gip del Tribunale di Avezzano, Francesca Proietti, su richiesta dei sostituti procuratori Roberto Savelli e Maurizio Maria Cerrato, riguardano amministratori, tecnici e imprenditori.

Le misure cautelari sono state eseguite dalla squadra mobile di L’Aquila guidata dal dirigente Tommaso Niglio.

 

Rifiuti Roma, firmato il contratto con Colari fino al 2018. Cantone e Raggi: ripristinata legalità

Firmato il contratto ponte di 18 mesi tra Ama SpA e l’amministratore straordinario del Consorzio Co.La.Ri. e della E.Giovi srl, per la gestione del servizio di trattamento meccanico biologico (Tmb) dei rifiuti indifferenziati prodotti da Roma. La decisione, anticipata dal Messaggero, è stata presa al termine di un incontro svoltosi nella sede della Prefettura di Roma alla presenza del Presidente dell’Anac con la partecipazione, tra gli altri, della sindaca di Roma Capitale, del Segretario generale della Regione Lazio e dei competenti assessori regionale e comunale.

«Tale accordo – si spiega in una nota della Prefettura – giunto all’esito di un percorso condiviso tra tutti gli attori istituzionali coinvolti, riconduce in una cornice di regolarità contrattuale un rapporto ‘di fattò protrattosi negli anni, assicurando la continuità del servizio pubblico in vista dell’espletamento della procedura di gara europea».

«È un momento importante per il ripristino della legalità. Non solo perché finora a Roma non esisteva alcun accordo scritto che regolasse lo smaltimento rifiuti, ma soprattutto perché al termine del periodo previsto il servizio verrà finalmente assegnato, in maniera trasparente, tramite una gara pubblica. Esprimo dunque tutta la mia personale soddisfazione per il risultato raggiunto», ha commentato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

«Oggi è una giornata storica per Roma. Per la prima volta il Comune è riuscito a far firmare un contratto alle aziende di Manlio Cerroni. E questo ha dell’incredibile perché fino ad ora per gestire il trattamento dei rifiuti nella Capitale ci sono state solo strette di mano. Mai una gara o un appalto». Così in una nota la Sindaca di Roma Virginia Raggi in merito al contratto firmato questa mattina in Prefettura tra Ama e Colari, il consorzio, ora commissariato perché raggiunto da un’interdittiva antimafia, che gestisce gli impianti di Tmb di Malagrotta.

«Grazie ad un lavoro in sinergia con la Prefettura e l’Autorità nazionale Anticorruzione portiamo a casa un risultato storico: finalmente ripristiniamo la legalità nella nostra città», dice Raggi.

Guidonia, furgone rom spericolato semina il panico in strada: esplode la guerriglia tra nomadi e residenti

Notte di guerriglia a Guidonia, vicino a Roma. Protagonisti degli scontri un centinaio di residenti e alcuni nomadi, che vivono in un insediamento abusivo nella frazione di Albuccione.
Secondo il racconto di alcuni testimoni tutto sarebbe nato da una discussione avvenuta tra alcuni ragazzi e un gruppo di nomadi che abitano nel campo rom dell’Albuccione. Ieri sera alcuni giovani stavano passeggiando verso una discoteca, quando un rom alla guida di un furgone ha rischiato di investirli. A quel punto il gruppo è andato a chiedere spiegazione al campo rom. Da lì è nata un’accessa discussione: le urla hanno attirato alcuni residenti che sono scesi in strada.

Il nomade alla guida del furgone, per provocazione, avrebbe cominciato a guidare in maniera ancora più spericolata andando a zig zag e camminando sopra i marciapiedi. Una reazione questa che avrebbe scatentato una vera e propria guerriglia con gli abitanti del quartiere. I residenti di Albuccione si sono ritrovati in strada e hanno bloccato le vie di accesso dove si trova il campo. Sono volati sassi.  Un romano di 31 anni è rimasto ferito durante le sassaiole.
Sul posto carabinieri e polizia.

Abitanti e nomadi si sono fronteggiati per ore. Ad intervenire i carabinieri di Guidonia, i poliziotti del commissariato di Tivoli e del Reparto Mobile. Durante la guerriglia ha preso fuoco, probabilmente per cause dolose, anche un vicino box auto occupato abitualmente da nomadi. Intercettato dai carabinieri poco dopo anche il nomade alla guida del furgone. Bloccato su via Tiburtina è stato trovato in possesso di un’accetta, un manganello telescopico, e un tirapugni che sono stati sequestrati dai militari. L’uomo è stato denunciato per porto di oggetti atti ad offendere. A recarsi sul posto per ristabilire la calma anche il sindaco di Guidonia.