Category: cronaca

Roma, scontri per casa popolare assegnata a famiglia italo-eritrea: arrestati 4 neofascisti

Foto di repertorio
Scontri e tensione al Trullo, sud-ovest di Roma, dove alcuni attivisti di Forza Nuova hanno tentato di bloccare l’assegnazione di una casa popolare ad una famiglia italo-eritrea, in difesa di una donna che da un anno occupa abusivamente uno degli appartamenti di via Giovanni Porzio. «Andate via, qui non entrate», le grida. Poi la calca, gli spintoni e gli scontri con la polizia. Vola di tutto, con tre agenti feriti e quattro neofascisti arrestati nel bilancio di fine giornata.

Una trentina di persone, tra cui attivisti di Forza Nuova, si è radunata all’esterno dell’alloggio dell’Ater occupato abusivamente da una donna con il figlio minore per protestare e ostacolare le operazioni di sgombero dell’appartamento da parte della polizia locale e di consegna alla famiglia assegnataria. Ne è nato un fitto lancio di sassi e altri oggetti contro le forze dell’ordine per sbarrare l’ingresso alla nuova famiglia. La tensione è salita fino a sfociare in scontri.

Tre agenti sono rimasti feriti perché colpiti in testa da alcuni sampietrini mentre in cinque sono stati arrestati con l’accusa di lesioni, resistenza e percosse a pubblico ufficiale. Tra loro anche il responsabile romano del movimento Gianluca Castellino, già arrestato un paio di anni fa perché trovato in possesso di una bustina con dentro cocaina e assolto due giorni dopo dall’accusa di detenzione e spaccio. Sono al vaglio degli inquirenti le immagini della polizia scientifica per individuare altri responsabili degli scontri.

Sulla vicenda è intervenuta la sindaca Virginia Raggi che ha sottolineato: «Roma non farà mai nessun passo indietro davanti alla violenza neofascista: è inaccettabile e siamo vicini alla famiglia aggredita e agli agenti feriti». Mentre Forza Nuova ha chiesto «l’immediata liberazione dei patrioti italiani colpevoli solo di aver reagito a una vergognosa azione antipopolare».

Non è la prima volta che nella Capitale l’assegnazione di alloggi popolari a immigrati sfocia in ‘rivolte’ guidate da movimenti di destra. I casi più recenti risalgono al 6 dicembre scorso, a San Basilio, durante la consegna di una casa a una famiglia di origine marocchina; e a fine gennaio, quando un blitz di Forza Nuova, Roma ai Romani e Casapound impedì a una famiglia di immigrati di ottenere un alloggio popolare al Trullo. E sempre più spesso esponenti di movimenti di destra animano iniziative nella periferia romana che poi sfociano in disordini: come gli scontri fuori l’aula municipale a Tiburtino III a pochi giorni del ferimento di un un eritreo fuori dal Centro di accoglienza per immigrati.

Roma, ecco la strada della vergogna: ricoperta di rifiuti, sembra una discarica

Estrema periferia sud-ovest di Roma, all’incirca cinque chilometri fuori dal Gra: un’auto percorre quella che un tempo era una strada di campagna e ora è un interminabile susseguirsi di immondizia. Via di Ponte Malnome è stata ribattezzata dai residenti della zona “la strada della vergogna” e il video spiega bene il perché: è una discarica a cielo aperto, dove viene scaricato abusivamente di tutto, anche in pieno giorno

Puglia, cemento prodotto con i rifiuti pericolosi di Ilva ed Enel: sigilli alle aziende, 31 indagati

Tonnellate di materiale della Cementir sarebbero state prodotte utilizzando scarti non raffinati di carbone e acciaio. L’inchiesta leccese ha fatto scattare il sequestro anche all’Ilva e alla centrale di Cerano

LECCE – Rifiuti pericolosi utilizzati per produrre cemento. Finiscono sotto sequestro – con parziale facoltà d’uso – la centrale Enel Federico II di Cerano a Tuturano, alle porte di Brindisi, la Cementir Italia spa di Taranto e i parchi loppa d’altoforno dell’Ilva, sempre a Taranto. L’operazione ‘Araba fenice’ della guardia di finanza di Taranto è stato coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Lecce, che ha iscritto nel registro degli indagati 31 persone per i reati di traffico illecito di rifiuti e attività di gestione di rifiuti non autorizzata, contestando alle tre società anche illeciti amministrativi. Il gip ha disposto il sequestro degli stabilimenti con parziale facoltà d’uso per 60 giorni e il sequestro per equivalente dell’ingiusto profitto dell’Enel per una cifra pari a mezzo miliardo di euro.

· LA DISCARICA SCOPERTA CINQUE ANNI FA
A fare scattare le indagini fu il sequestro di due aree dello stabilimento Cementir di Taranto adibite a discarica di rifiuti industriali, gran parte dei quali originati dall’adiacente stabilimento siderurgico Ilva, effettuato cinque anni fa dalle Fiamme gialle. Da allora una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, lo studio approfondito di documenti, l’incrocio di dati e una perizia tecnica hanno consentito di ipotizzare che le materie prime utilizzate da Cementir per la produzione di cemento non fossero a norma. Dall’acquirente si è risaliti ai produttori: Enel e Ilva, che avrebbero violato la legge in maniera diversa.

Taranto, cemento prodotto con gli scarti di Enel e Ilva: i cumuli dei rifiuti

· “CENERI CONTAMINATE DA SOSTANZE PERICOLOSE”
Per quanto riguarda la centrale Federico II – hanno spiegato gli investigatori coordinati dal procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone De Castris – le ceneri leggere (cosiddette ‘volanti’) vendute alla Cementir sarebbero state prodotte utilizzando non soltanto carbone – come da classificazione – ma anche gasolio e ocd. L’uso di tali combustibili, secondo il consulente della Dda salentina, avrebbe portato alla formazione di ceneri “contaminate da sostanze pericolose, derivanti sia dall’impiego di combustibili diversi dal carbone sia dai processi di denitrificazione a base di ammoniaca”.

· I VANTAGGI PER ENEL
Secondo gli inquirenti, la gestione promiscua del materiale avrebbe consentito a Enel di risparmiare sui costi relativi alla separazione delle ceneri e al corretto smaltimento dei rifiuti per un totale di circa 2 milioni 553mila tonnellate. A rendere il fatto ancora più grave, stando alle contestazioni riportate nel decreto di sequestro, il fatto che “presso la centrale sono presenti impianti che avrebbero consentito lo stoccaggio e la separazione delle ceneri e che tuttavia non sono mai stati utilizzati”. Enel Produzione fa sapere attraverso una nota che “i provvedimentiriguardano l’uso delle ceneri nell’ambito di processi produttivi secondari” e “confida che nel corso delle indagini potrà dimostrare la correttezza dei propri processi produttivi”. Il provvedimento di sequestro – viene inoltre specificato – “non pregiudica la corretta operatività della centrale, nel rispetto di prescrizioni coerenti con il modello operativo di Enel Produzione”.

· I NOMI DEGLI INDAGATI
Trentuno persone e tre società sono indagati nell’inchiesta coordinata dai pm Alessio Coccioli e Lanfranco Marazia sotto la guida del procuratore de Castris. L’inchiesta riguarda tutti i manager dei tre stabilimenti (Federico II Enel, Ilva e Cementir) che si sono succeduti alla guida dal 2011 a oggi: fra loro ci sono anche i commissari nominati dal governo per la gestione dell’Ilva. Per l’Ilva sono indagati Nicola RivaBruno Ferrante ed Enrico Bondi, quali legali rappresentanti dell’Ilva spa; Piero Gnudi come legale rappresentante e poi commissario straordinario; Corrado Carruba ed Enrico Laghi perché commissari straordinari dal gennaio 2015 a oggi; Luigi CapogrossoSalvatore De FeliceAdolfo  Buffo, Antonio LuppoliRuggiero Cola in quanto direttori dello stabilimento da gennaio 2010 a oggi; Marco Andelmi e Tommaso Capozza quali capi area parchi dello stabilimento.

Ecco i nomi in quota Enel: Giovanni ManciniPaolo PallottiEnrico Viale e Giuseppe Molina nella qualità di legali rappresentanti della centrale Enel Federico II; Luciano Mirko Pistillo, procuratore speciale nonché responsabile della filiera Italy Coal; Antonino AscioneFrancesco Bertoli e Fausto Bassiin quanto responsabili dell’Unità di business di Brindisi; Fabio MarcenaroFabio De FilippoCarlo Aiello quali responsabili funzione esercizio ambiente e sicurezza dell’Unità di business. Gli indagati Cementir, infine, sono Mario Ciliberto, legale rappresentante dal 2011 a oggi; Giuseppe Troiani e Leonardo Caminiti, direttori centrali degli approvvigionamenti; Mauro RanalliLeonardo LaudicinaPaolo Graziani e Vincenzo Lisi, direttori dello stabilimento Cementir. I reati contestati sono traffico illecito di rifiuti e attività di gestione di rifiuti non autorizzata.

· LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE
Da tale evidenza deriverebbe la “piena coscienza” di alcuni dirigenti Enel della pericolosità delle ceneri, testimoniata anche da alcune intercettazioni telefoniche, in cui i manager farebbero riferimento alla necessità di confondere gli inquirenti presentando loro dati alterati e non veritieri e di evitare di comunicare con l’Arpa, l’Agenzia regionale protezione ambiente. Con tale sistema, contesta la Dda di Lecce, Enel non soltanto avrebbe risparmiato sui costi di smaltimento delle ceneri pericolose, ma avrebbe addirittura guadagnato con la vendita di quei materiali a Cementir, che li avrebbe impiegati per produrre cemento altrettanto pericoloso. Cementir in una nota rivendica la correttezza del proprio operato ed esprime piena fiducia nel lavoro della magistratura, auspicando una rapida soluzione della vicenda”. E ancora, “rileva di avere acquistato regolarmente ceneri da carbone per lo stabilimento di Taranto, il cui impiego, peraltro del tutto marginale, è cessato del tutto all’inizio del 2016. Per quanto riguarda la loppa, il suo utilizzo nella produzione del cemento è ammesso e disciplinato da un’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) cui Cementir Italia si è sempre attenuta”.

· LE ACCUSA ALL’ILVA
Storia simile per quanto riguarda l’Ilva, che avrebbe venduto a Cementir loppa d’altoforno, scaglie di ghisa, materiale lapideo, profilati ferrosi, pietrisco e loppa di sopravaglio, che “ne inficiano la capacità di impiego allo stato tal quale nell’ambito del ciclo produttivo del cemento”, è scritto nel decreto. A causa della presenza di quei materiali, la loppa, per poter essere utilizzata nel processo produttivo del cemento, avrebbe dovuto essere sottoposta a vagliatura (finalizzata alla rimozione dei rifiuti eterogenei e dei frammenti di dimensioni più consistenti) e  deferrizzazione (finalizzata alla rimozione dei residui metallici – profilati di ferro , crostoni nonché gocce, polveri e frammenti di ghisa, la cosiddetta ‘ghisetta’). Tali processi – secondo la perizia effettuata dal consulente dei pm – sarebbero stati svolti in maniera parziale e insufficiente sia dal produttore Ilva sia dall’acquirente Cementir.

 I RISCHI PER LA SALUTE
“Ora ci saranno indagini di Arpa e ministero della Salute, ma mi sento di dire al momento che non ci sono problemi per la salute pubblica”, ha detto il procuratore de Castris.”Secondo la consulenza tecnica disposta, le ceneri provenienti dalla combustione di idrocarburi sono state qualificate dal nostro consulente tecnico come rifiuti pericolosi contenenti metalli come vanadio, mercurio e nichel e ammoniaca”.

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PESCARA – RAPINE IN FARMACIE PESCARA, ARRESTATO TERZO AUTORE

PESCARA – La squadra Mobile di Pescara ha arrestato oggi Sergio Di Girolamo, 32enne del posto, pregiudicato, per la rapina alla farmacia Di Giamberardino commessa il 9 agosto scorso.L’uomo, insieme ad Alessandro De Rosa, arrestato alla fine del mese scorso insieme al 52enne Vincenzo Camplone, ha rapinato la farmacia di via del Santuario, facendosi consegnare l’incasso di 560 euro sotto la minaccia di una lima per legno. De Rosa, con il volto travisato, era poi fuggito a piedi. Oltre che dalla confessione resa da uno dei complici, Di Girolamo è stato individuato anche in relazione al contenuto di alcune intercettazioni. L’ordinanza di arresto è stata firmata dal gip del tribunale di Pescara, Elio Bongrazio, su richiesta del sostituto procuratore Silvia Santoro.

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PESCARA – OMICIDIO JENNIFER: INCARICO A PERITI SU SALUTE MENTALE TROILO

Davide Troilo e Jennifer Sterlecchini

 PESCARA – Incarico ai periti, oggi nel Tribunale di Pescara, per accertare lo stato di salute mentale di Davide Troilo, l’uomo di 33 anni accusato dell’omicidio volontario, pluriaggravato dalle coltellate inferte, della sua ex fidanzata Jennifer Sterlecchini, di 26 anni.

L’omicidio, a Pescara, risale al 2 dicembre del 2016. Oggi, il gup Nicola Colantonio ha inoltre fissato al 24 gennaio la prossima udienza, in cui sarà illustrata la relazione dei periti e avrà inizio la discussione. Presente in aula lo stesso Troilo, che ha tenuto la testa bassa per tutta la durata dell’udienza, senza mai incrociare lo sguardo della madre e del fratello della vittima. All’esterno dell’aula anche la nonna di Jennifer. Il giudice ha dato l’incarico al professor Massimo Di Giannantonio, ordinario di Psichiatria all’università d’Annunzio di Chieti-Pescara, e al consultente del pm Rosalba Trabalzini, pschiatra, psicologo e neurologo, di “accertare quale fosse lo stato di salute mentale dell’imputato quando ha compiuto il delitto, se vi siano situazioni di tipo psicopatologico che abbiano reso pieno o ridotto il possesso delle sue facoltà mentali, se vi sia una dimensione di pericolosità sociale e se sussista la possibilità e la capacità dell’imputato di stare nel processo”.

L’inizio delle operazioni peritali, che si svolgeranno all’interno del carcere di San Donato a Pescara, è fissato per il prossimo 10 ottobre. Gli esperti avranno 70 giorni di tempo per consegnare le relazioni.

All’udienza, oltre all’imputato, assistito dall’avvocato Giancarlo De Marco, hanno partecipato i legali di parte civile Rossella Gasbarri Roberto Serino, in rappresentanza della madre e del fratello di Jennifer, e gli avvocati che rappresentano Regione Abruzzo, Comune di Pescara e associazione Ananke.

Estorsione informatica in Bitcoin, 7 fermi in provincia Frosinone

20170928_video_10551039.jpg_982521881.jpgRoma, (askanews) – Spargevano un virus per bloccare i pc di utenti in tutta Italia, i quali per sbloccarlo erano costretti a pagare un riscatto in bitcoin, del controvalore di circa 400 euro: dopo sei mesi di indagini, i militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno fermato in provincia di Frosinone 7 persone, indagate per i reati di associazione per delinquere finalizzata all estorsione, alla frode informatica ed all autoriciclaggio. Due membri dell’organizzazione sono finiti in carcere, gli altri cinque hanno l’obbligo di firma.

I soldi venivano accreditati su carte di credito ricaricabili intestate a soggetti prestanome e comunque nella disponibilità del vertice dell organizzazione. Su questa carte di credito è transitato almeno 1 milione di euro.

Nell’operazione denominata “Virtual Money” è stato sequestrato inoltre il capitale sociale, il complesso aziendale di una società e di tutte le disponibilità finanziarie giacenti sui conti correnti riconducibili all’organizzazione.

 

Roma, casa popolare a una famiglia italo-eritrea: scontri al Trullo tra polizia e Forza Nuova. Cinque arresti

Tafferugli in uno degli stabili di via Giovanni Porzio: tra i fermati c’è anche il leader del movimento di estrema destra ‘Roma ai romani’, Giuliano Castellino. Feriti tre poliziotti. colpiti alla testa da sampietrini

Scontri tra polizia e militanti Forza Nuova nella Capitale. I tafferugli sono iniziati durante la protesta dei militanti di estrema per la consegna di un’abitazione popolare a una famiglia di origine eritrea al Trullo, in uno degli stabili di via Giovanni Porzio, 55. Cinque persone sono state arrestate al termine degli scontri per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Tra loro c’è anche il leader del movimento di estrema destra Roma ai romani, Giuliano Castellino. Nel corso dei disordini tre appartenenti alle forze dell’ordine sono rimasti feriti perché colpite alla testa da sampietrini.

Roma, la famiglia assegnataria lascia il quartiere tra gli insulti dei residenti

Secondo una prima ricostruzione durante le operazioni di sgombero dei precedenti occupanti, un gruppo di circa 30 persone si è radunato per protestare davanti alla casa popolare dell’Ater, nel quartiere del Trullo, alla periferia di Roma. I manifestanti avrebbero impedito l’ingresso dei nuovi assegnatari lanciando oggetti contro le forze dell’ordine presenti. La famiglia assegnataria, composta da madre, padre e un bambino piccolo, dopo gli scontri è andata via dal quartiere. Sono al vaglio degli inquirenti le immagini della polizia scientifica per individuare altre responsabilità.

Non è la prima volta a Roma che si verificano scontri ed episodi di intolleranza per l’assegnazione di case popolari agli stranieri. A giugno un uomo di origine bengalese, ancorché con cittadinanza italiana, è stato aggredito con calci e pugni a Tor Bella Monaca da alcuni ragazzi italiani ai quali stava chiedendo informazioni per raggiungere l’abitazione popolare assegnatagli dal Comune. “Qui non c’è posto per te. Lascia stare le case popolari”, avrebbero detto i ragazzi strappandogli le carte che aveva in mano prima di aggredirlo brutalmente.

Roma, ragazza sfrattata: ”Io occupante con un bimbo piccolo, non credo in assegnazioni case popolari”

Terracina, tragico schianto sulla Migliara 56: muore una ragazza

Tragico incidente sulla Migliara 56 a Terracina. Un furgone di una ditta di Aricca che produce e vende porchetta e una Fiat 600 si sono scontrati violentemente per cause ancora in fase di accertamento. Nell’impatto ha perso la vita una ragazza che era alla guida dell’utilitaria. I soccorsi sono stati vani. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco della squadra di Terracina che hanno estratto la giovane dalle lamiere per consentire i soccorsi e successivamente hanno provveduto a  mettere in sicurezza la strada.

Roma, sgominata banda occupazioni abusive al Tufello: estorsioni, droga e tentati omicidi. Sei arresti

Estorsione, tentato omicidio, spaccio di droga: il vero volto delle occupazioni abusive al Tufello. Nelle prime ore della mattinata, gli agenti del commissariato Fidene Serpentara, unitamente al personale della polizia locale Gruppo Nomentano, hanno dato esecuzione a 6 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 3 in carcere e 3 agli arresti domiciliari, emesse dal gip del tribunale di Roma, su richiesta del pm Laura Condemi, nei confronti di altrettante persone, per rispondere dei reati di tentato omicidio, porto e detenzione di armi da sparo, estorsione, nonché acquisto ai fini di cessione a terzi di sostanze stupefacenti, quali cocaina ed eroina.

I fatti hanno origine da un tentato omicidio, avvenuto il 18 febbraio scorso a Roma lungo la via Nomentana, scaturito da una lite per la contesa di un appartamento di edilizia residenziale pubblica di proprietà dell’Ater, tra gli assegnatari legittimi e gli occupanti abusivi. In particolare gli indagati, approfittando della temporanea assenza dei legittimi assegnatari, occupavano gli immobili dell’Ater in via Giovanni Conti, nel quartiere Tufello. Con brutali minacce e violenza impedivano l’ingresso ai legittimi assegnatari, fino all’utilizzo delle armi da fuoco, come successo nell’episodio culminato con il tentato omicidio di un uomo, aggravato dalla presenza di due bambini all’interno dell’autovettura centrata dai colpi sparati dagli aggressori.

L’indagine ha consentito di ricostruire la forza intimidatoria di un gruppo criminale, organizzato quale vero e proprio clan familiare che, oltre a gestire il racket delle occupazioni abusive era dedito alla commissione di un variegato numero di reati, tra i quali estorsioni e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Il lungo e complesso lavoro ha consentito di individuare, all’interno del gruppo familiare guidato da Gianluca D’Ascenzo, ben noto agli investigatori e già condannato per omicidio doloso, oltre che per rapina e violazione della normativa sugli stupefacenti, i vari compiti svolti da ognuno dei responsabili.

Le conversazioni intercettate hanno fornito piena prova di quanto appena affermato. Sono in corso approfondimenti investigativi per valutare la posizione di altre persone che in vario modo fiancheggiavano e sostenevano le attività illecite del clan suindicato.

Roma, il delitto di Talenti: l’omicidio Di Veroli, un mistero lungo 23 anni

Nel 1994 il cadavere della donna fu trovato in un armadio nella sua casa. Indizi e sospetti sull’amante, fotografo e vicino ai Servizi, poi assolto insieme alla moglie

Una stanza chiusa, un armadio sigillato, un cadavere nascosto. È un giallo claustrofobico, un delitto senza colpevole quello di via Domenico Oliva 8, Talenti. Una truce storia di nera che porta il nome di Antonella Di Veroli, 47 anni, commercialista single, un’inquietante somiglianza con Camilla Shand, una donna schiva, riservata, gentile, assassinata con due colpi di pistola alla testa e un sacchetto di nylon chiuso sul viso domenica 11 aprile 1994. Da chi? Perché?

Due domande che restano senza risposta nonostante un processo concluso con due assoluzioni definitive e un inutile tentativo di riaprire il caso a 17 anni di distanza che si concluderà con un nulla di fatto. Eppure gli investigatori, a suo tempo, erano sicuri di aver imboccato la pista giusta. Tanto sicuri che, presumibilmente, avevano tralasciato tutte le altre. Sono le telefonate a vuoto, come accade spesso, a mettere in allarme i familiari. I cellulari, nel 1994, ancora non esistevano, erano aggeggi grossi come ricetrasmittenti che si portavano a tracolla e quasi nessuno usava, visto che ricevevano in pochissime zone. Preistoria.

Le chiamate all’utenza fissa di Antonella finiscono sulla segreteria telefonica. La donna non risponde e non richiama. Strano. Verso le 20, la sorella arriva a casa della commercialista ma non trova Antonella e alla fine se ne va. Un’ora e mezzo più tardi, sulla scena si presentano l’ex compagno e socio in affari Umberto Nardi Nocchi assieme al figlio e a un amico, ispettore di polizia. Si, in casa è successo qualcosa: nell’appartamento c’è un gran disordine, in contrasto col carattere metodico e preciso di Antonella. Scarpe sparpagliate sul pavimento, un tubetto di colla su un mobile, due scatole di sonniferi in camera da letto, un orologio che non è stato riposto nel solito cassetto e vestiti buttati alla come capita. Di Antonella nessuna traccia.

Nardi Nocchi torna a via Domenico Oliva a mezzanotte, sperando di trovare la sua ex compagna: niente da fare. La mattina dopo, la sorella e il cognato della commercialista si mettono i guanti di gomma per non contaminare la scena e decidono di rovistare l’appartamento da cima a fondo. Frugano tra abiti, pellicce, gioielli: a prima vista non manca nulla. Finalmente, dopo aver passato al setaccio tutte le stanze, arrivano all’armadio della camera da letto. Una delle ante non si apre: qualcuno l’ha trasformata in un contenitore ermetico usando il mastice. Alla fine, dopo molti sforzi, riescono ad aprirla e restano agghiacciati: sotto un mucchio di abiti accatastati alla rinfusa spunta un piede di donna.

La vittima indossa un pigiama di cotone e, come si scoprirà dagli esami tossicologici, ha preso i sonniferi prima di essere uccisa. Nessuna traccia di rapporti sessuali. Sulla testa ha due piccoli fori di proiettile, sparati con una pistola calibro 6,35, presumibilmente una di quelle Beretta che andavano di moda negli anni 50 per la difesa personale e che, incredibilmente, non l’hanno uccisa. Il primo, alla tempia, non ha perforato la scatola cranica, il secondo si è scheggiato sull’osso frontale senza trapassarlo. L’assassino ha usato un cuscino come silenziatore, appoggiandolo sulla faccia della vittima prima di fare fuoco e una vicina racconterà di aver sentito, verso le 22, un tonfo sordo seguito da passi precipitosi. Antonella Di Veroli è morta per asfissia, soffocata dal sacchetto di nylon.

Il killer l’ha trascinata per le caviglie, l’ha chiusa nell’armadio e ha sigillato tutto per rallentare la scoperta del cadavere. L’unica cosa certa è che non si tratta di uno sprovveduto, ma di qualcuno che conosce bene le procedure investigative e sa quanto sono importanti le prime ore. Insomma, uno del mestiere. Nel mirino degli inquirenti, all’inizio, finiscono due persone: Umberto Nardi Nocchi, l’ex socio, e il fotografo Vittorio Biffani che sembra il colpevole ideale. Ha 47 anni, un Nos, Nulla osta di sicurezza che viene rilasciato dai servizi segreti agli agenti sotto copertura, e ha avuto una tempestosa relazione d’amore con Antonella. Non basta: la donna gli ha prestato 42 milioni e la somma non è mai stata restituita. A completare il quadro c’è un guanto di paraffina positivo, anche se si scoprirà che si tratta di un errore: il fotografo non ha tracce di polvere da sparo sulle mani.

Biffani viene rinviato a giudizio e processato assieme alla moglie, accusata di aver minacciato e tentato di estorcere denaro all’ex amante del marito con una serie di telefonate falsificate e registrate da usare come arma di ricatto. Tesi suggestiva ma basata sulla fuffa. Il dibattimento inizia nel 95 e dura due anni. Assoluzione piena per la coppia, ribadita in appello e sancita definitivamente dalla Cassazione. Il 4 luglio del 2003 Vittorio Biffani muore d’infarto. Un altro capitolo del lungo elenco romano di omicidi mai risolti.