Categoria: IL CASO

Quando lo Stato Italiano spende inutilmente 26 Milioni di Euro per poi chiudere senza mai aver utilizzato un ospedale. A chi è convenuto?

Alla fine, dopo i due mesi più drammatici e fallimentari nella storia della sanità italiana, chiude l’ospedale della Fiera di Milano. Doveva essere il simbolo del “modello sanitario lombardo” nella lotta al Coronavirus. Finirà per essere ricordato come l’emblema della catastrofe sanitaria targata Lega-Fontana-Gallera. Lo salutiamo con un breve e non esaustivo bilancio dell’operazione. Per non dimenticare. Inaugurazione: 31 marzo 2020, con tanto di maxi-assembramento di giornalisti, politici e dirigenti vari. Medici? Non ci avevano ancora pensato. Posti letto totali: Dovevano essere 600. Poi 400. Infine 200 Pazienti totali ospitati: 25 Pazienti attualmente ospitati: Fino a ieri erano 2. Oggi sono diventati 3, con un incremento netto del 50% (!) Costo totale operazione: 26 milioni di euro Costo totale a paziente: Circa 1 milione di euro Slogan: Da “Stiamo facendo la storia” a “Per fortuna non è servito”: una fortuna da 26 milioni di euro La critica più gentile:Chi ha guadagnato?

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In Asia Urbani Tartufi significa tartufo-Truffle Eat

La capacità della famiglia Urbani è sempre stata quella di precorrere i tempi, di scrivere il futuro. Il Cav. del Lavoro Paolo Urbani quando coniò il famoso slogan “Urbani nel mondo significa tartufo” stava scrivendo la storia, stava affermando un primato senza precedenti. Parole che echeggiano nelle menti di suo fratello Bruno, patron dell’azienda, di sua figlia Olga, dei nipoti Giammarco, Carlo, Luca e Francesco, fieri di portare avanti una passione che alimenta il sangue di sei generazioni, che porta sempre più in alto un nome che già è marchiato a fuoco nella storia delle eccellenze mondiali.

Grazie all’impegno di una famiglia unita, di collaboratori fidati e di una rara comunione di intenti, Urbani può oggi vantare una rete di contatti mondiale, una presenza in oltre 70 paesi del mondo e, ultimo ma non in ordine di importanza, la “conquista” di uno dei territori più difficili da esplorare: l’Asia. Culture gastronomiche diverse, tradizioni e gusto che si discostano molto dalla visione occidentale, eppure il tartufo non ha mancato di stupire l’Oriente e di diventare un alimento simbolo di prestigio e di qualità, diamante prezioso sempre più richiesto da operatori del settore e privati.

“Per entrare a far parte di una cultura che non ci appartiene”, dice Olga Urbani, owner/manager dell’azienda, “occorre avere rispetto, bussare con educazione. In questo percorso, sapere di essere portatori di un prodotto unico e dal valore conclamato, aiuta molto ma occorre preparazione ed è fondamentale la conoscenza del territorio. Per questo, tra i nostri partner internazionali, la presenza di Roberto Ugolini, amico e grande imprenditore, CEO del gruppo Watermark, è stata fondamentale. Roberto vive in Thailandia da trent’anni e da oltre dieci si occupa di ristorazione, amante del tartufo importa i prodotti della nostra azienda che vengono utilizzati nei suoi dieci ristoranti, famosissimo Limoncello di Bangkok, prossimi a diventare quindici entro la fine dell’anno. Grazie anche al suo impegno, adesso Urbani significa tartufo anche in Asia”.

“Da tre anni ho iniziato con Urbani un grande progetto di diffusione del tartufo in Asia con ottimi risultati”, dichiara Ugolini, “la richiesta è in aumento, nei nostri locali serviamo addirittura la pizza King, una pizza al tartufo Urbani, apprezzatissima. Molto richiesti anche i sushi sticks al tartufo, le salse e i fantastici grill al tartufo Urbani serviti nelle nostre steakhouse, una prelibatezza che lascia stupiti i nostri ospiti. Il marchio Urbani non ha bisogno di convincere, la sua fama mondiale precede i prodotti. Adesso il mercato è pronto anche in Asia e la nostra intenzione è di estendere il progetto ad altre importanti realtà quali Tokyo, Singapore, Hong Kong e Kuala Lumpur”.

Un progetto ambizioso che già sta portando enormi risultati, l’esportazione del Made in Italy e dei prodotti di eccellenza della nostra terra, un impegno che Urbani ha nel cuore e porta avanti da oltre 150 anni, un impegno che accomuna gli Urbani di ogni periodo storico, che fa grande la storia della famiglia del tartufo e accende sempre nuove scintille verso il futuro.

Ius soli e Rosatellum, l’Islam tifa Pd: “Così entriamo in Parlamento”

Nelle chat dei musulmani italiani entusiasmo per le due riforme Dem: “Cittadinanza e soglie basse: ci facciamo un partito ed è fatta”

Ius soli e Rosatellum, l'Islam tifa Pd"Così entriamo in Parlamento"

Rosatellum più Ius soli: una svolta per i musulmani. Se la nuova legge elettorale fosse approvata, magari con l’aggiunta di quella sulla cittadinanza, l’ Islam italiano esulterebbe. Il motivo traspare da alcuni commenti, dentro e fuori i social network, che negli ultimi giorni circolano tra i fedeli. Lo sbarramento del 3%, dicono, sarebbe superabile perché i musulmani aventi diritto al voto sono circa 1 milione (tra convertiti italiani e immigrati). Ma se passa lo Ius soli, allora sì che si può fare il colpaccio e magari realizzare il sogno di un partito islamico in Parlamento.

L’obiettivo, infatti, è proprio questo. In Italia i musulmani sono circa 2 milioni e, anche se si tratta di una stima effettuata da istituti di ricerca incrociando vari dati, poco im porta. Una parte dei fedeli musulmani, quindi, si sta organizzando per entrare nei palazzi del potere come un vero e proprio partito religioso. La storia circola sui social network e non solo. Cifre e calcoli rimbalzano da un post all’ altro, da un profilo all’ altro e, a conti fatti, potrebbero rappresentare una fetta di elettorato importante.

L’Islam italiano, dunque, si sta mobilitando, non è chiaro con quale obiettivo immediato, ma vorrebbe far capire di avere un peso che potrebbe anche spostare l’ ago della bilancia, quel tanto che basta, per far vincere l’uno piuttosto che l’altro. Non si tratta di pensieri in libertà esternati durante una chiacchierata tra amici. Sono veri e propri progetti che…

Caso ultrà, un anno di inibizione per Agnelli: “Avallò condotte illecite dei tifosi della Juve”

Rapporti con gli ultrà, un anno di inibizione per Agnelli

Il primo verdetto per un vicenda così delicata (“rapporti non consentiti con i tifosi ultrà”) è arrivato, dopo Cardiff e un’estate di attesa. Il tribunale nazionale della Federcalcio ha scelto di punire il presidente della Juventus Andrea Agnelli con un anno di inibizione per aver di fatto fornito biglietti ai tifosi organizzati in numero non consentito. Ammenda di 300mila euro per il club bianconero, che ha già annunciato ricorso. Il procuratore federale Giuseppe Pecoraro aveva chiesto due anni e mezzo di inibizione più 50mila euro di multa per Agnelli e due gare a porte chiuse, più la chiusura della curva sud per un’altra partita. Per la procura le accuse erano nel dettaglio quelle di aver violato gli articoli 1 bis (lealtà sportiva) e 12 (rapporti con i tifosi) del codice di giustizia sportiva. Secondo il giudice Cesare Mastrocola, “sono emersi elementi di chiara colpevolezza a carico degli odierni deferiti, e, conseguentemente della società” Juventus.

Ma c’è di più, perché Agnelli, “con il suo comportamento ha agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito, le perduranti e non episodiche condotte illecite poste in essere dal Calvo, al dichiarato fine di mantenere rapporti ottimali con la tifoseria”. Insomma qui è stata accertata, secondo il primo grado, la colpevolezza. Per l’intero management, invece, l’obiettivo era “ricucire i rapporti con gli ultras e ad addolcire ogni confronto con i club, al punto da favorire concretamente ed espressamente le continue richieste di agevolazioni così da rendersi disponibili a scendere a patti”. Non a caso sono stati sanzionati anche gli altri deferiti: Francesco Calvo, ex direttore marketing, e Stefano Merulla, responsabile ticketing. Per il security manager Alessandro D’Angelo, 1 anno e 3 mesi di inibizione e 20mila euro di ammenda.

Tutto il procedimento sportivo nasce da quello penale denominato ‘Alto Piemonte’ dove l’ultrà bianconero Rocco Dominello, accusato fra le altre cose di aver permesso l’ingresso della ‘ndrangheta nel business del bagarinaggio allo Stadium, è stato condannato in primo grado a 7 anni e 9 mesi. Su questo punto il Tfn però chiarisce: “Agnelli era ignaro in merito alla peculiarità illecita di Rocco Dominello, presentatosi ai suoi occhi come deferente tifoso ma non già come soggetto incline alla pericolosità sociale”.

Agnelli e la Juve hanno ora una settimana di tempo per presentare ricorso alla Corte federale d’appello, stessa strada che molto probabilmente percorrerà anche Pecoraro. “Confidavamo nel proscioglimento del presidente, ovviamente la sentenza ci delude, anche se ha ridimensionato le accuse della Procura. Ora non possiamo nascondere la delusione”, commenta a caldo con LaPresse Franco Coppi, legale del numero 1 dei campioni d’Italia. Da canto suo il club torinese “esprime la propria soddisfazione perché la sentenza odierna, pur comminando pesanti inibizioni nei confronti del presidente e delle altre persone coinvolte, ha ‘dopo ampia valutazione del materiale probatorio acquisito’ escluso ogni ipotesi di legame con esponenti della criminalità organizzata”. Ma quali sono gli effetti concreti della sentenza per Agnelli? La squalifica è attiva da subito: non potrà presentarsi in Lega, scendere negli spogliatoi e rappresentare il club in ambito federale. Rimarrà tuttavia presidente bianconero e potrà ancora sedersi sia sulla poltrona dell’Eca (l’Associazione privata dei club europei) sia nell’esecutivo Fifa.

Caso Milone, il Vaticano replica: «Indagava illegalmente su esponenti della Santa Sede»

La nota della sala stampa vaticana: «Sorpresa e rammarico per quelle dichiarazioni. Il suo compito era solo analizzare bilanci e conti. Incrinato rapporto di fiducia» – Libero Milone: «Volevano arrestarmi. La mia verità sull’addio al Vaticano»

Papa Francesco e Libero Milone in una foto dell’aprile 2016 (Reuters)Papa Francesco e Libero Milone in una foto dell’aprile 2016 (Reuters)
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«La Santa Sede prende atto con sorpresa e rammarico delle dichiarazioni rilasciate dal dtt. Libero Milone, già Revisore Generale. In questo modo egli è venuto meno all’accordo di tenere riservati i motivi delle sue dimissioni dall’Ufficio. Si ricorda che, in base agli Statuti, il compito del Revisore Generale è quello di analizzare i bilanci e i conti della Santa Sede e delle amministrazioni collegate». Lo dichiara la Sala stampa vaticana in merito all’intervista rilasciata anche a Massimo Franco del Corriere della Sera dall’ex revisore generale del Vaticano al Corriere della Sera. Intervista nella quale Milone sosteneva di essere stato costretto a dimettersi a seguito di minacce di arresto ricevute dalla gendarmeria vaticana.

La nota

«Risulta purtroppo – sottolinea ancora la Santa Sede – che l’ufficio diretto dal dott. Milone, esulando dalle sue competenze, ha incaricato illegalmente una Società esterna per svolgere attività investigative sulla vita privata di esponenti della Santa Sede. Questo, oltre a costituire un reato, ha irrimediabilmente incrinato la fiducia riposta nel Dott.Milone, il quale, messo davanti alle sue responsabilità, ha accettato liberamente di rassegnare le dimissioni».