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Luigi Di Maio, La Splendida Notizia Annunciata Da Virginia Saba FOTO

Il ministro degli Esteri è fidanzatissimo con Virginia Saba. Tra Luigi Di Mario e lei l’amore va alla grande ed ora spunta un grosso gossip. La relazione tra il 34enne di Avellino e la 38enne sarda di Selargius va avanti dal 2019, con tanti alti e nessun basso. Nonostante i rispettivi impegni di lavoro, entrambi riescono a ritagliarsi degli spazi di tempo importanti da potere dedicare l’un l’altro.

Luigi Di Maio e Virginia Saba Foto dal webI loro avvistamenti insieme sono radi e per questo motivo fanno sempre sensazione. Difatti un post pubblicato su Instagram proprio da parte della stessa Virginia Saba e che coinvolge Luigi Di Maio contribuisce a far nascere delle voci su eventuali nozze da celebrare magari già nel breve periodo.

In uno scatto la donna si mostra con in mano un mazzo di rose rosse, che fa il paio con l’abito indossato. Il sorriso domina il suo volto ed evidente è la soddisfazione nel constatare come ci sia qualcuno in grado di pensarla e di avere premura di renderla felice.

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Luigi Di Maio, come ha conosciuto Virginia Saba Cosa che un fidanzato od un marito dovrebbero sempre fare. Nei giorni scorsi proprio Luigi Di Maio aveva raccontato la circostanza in cui ebbe il suo primo contatto con Virginia Saba.

Avvenne il tutto nel corso di un incontro di lavoro svolto in Sardegna. Dopo qualche giorno – come svelato da Di Maio a Ciao Maschio su Rai 1 – lui la contattò su Instagram.

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E fece seguito un nuovo incontro a Roma a cena. Con tanto di primo bacio. Ora questa dedica floreale alimenta le voci di gossip e di fiori d’arancio. Di certo questo è il modo giusto per spianare la strada.

Nel frattempo lui lavora costantemente in rappresentanza del Governo. E si esprime, con un post su Instagram, in favore della ipotesi di abolire il coprifuoco in virtù di un miglioramento dei dati.

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Crescono I Problemi Alimentari Nei Giovani In Dad. Locatelli: “Come In Guerra”

La pandemia ha creato nuove problematiche nei giovani costretti in dad, i dati legati all’aumento di obesità e anoressia parlano chiaro.

Dad (Foto di StartupStockPhotos da Pixabay)Lockdown e pandemia non vuol dire solo smartworking, didattica a distanza e più ore di svago per tutti. Questo blocco forzato a casa sta causando nel lungo periodo effetti devastanti a livello psicologico per milioni di persone che si trovano costrette a stare chiusi per giorni senza possibilità di evadere.

I più colpiti sicuramente anziani e giovani studenti, che hanno modificato drasticamente le loro abitudini. I dati però parlano chiaro e avvalorano quanto appena detto, siamo di fronte ad un aumento drastico dei casi di obesità e anoressia che colpiscono soprattutto i più piccoli.

Sono sempre di più quelli che si rivolgono a centri per il disturbo dei comportamenti alimentari: “Lo stress la vita sedentaria e un senso di claustrofobia legato a dover rimanere a casa hanno contributo a peggiorare la situazione. Il cibo è stato una sorta di rifugio” ha confessato Laura Dalla Ragione, direttrice del centro inserito nell’Usl Umbria 1.

Un aumento del +30% che coinvolge unna fascia compresa tra gli 11 e i 17 anni. Un sintomo legato sia alla pressione dovuta al Covid ma anche ai nuovi meccanismi di cyberbullismo che si sono intensificati grazie allo smodato uso di device per svago e scuola.

Locatelli parla chiaro: “Lo stress influisce sul comportamento e la salute mentale” Solo ad inizio mese il professor Locatelli aveva espresso la sua opinione sull’attuale situazione a cui sono sottoposte le giovani generazioni costrette da più di un anno in dad. Per lui è come essere in guerra, cambia poco a livello mentale, soprattutto i giovani sono costretti a riadattarsi a ritmi che non appartengono loro.

L’età scolare e adolescenziale – ha spiegato Locatelli – sono particolarmente delicate: l’interruzione della didattica in presenza se può essere compensata dalla dad, induce comunque una deprivazione del tipo sociale ed emozionale le cui conseguenze non devono essere sottovalutate.

Gli effetti di questa pandemia e delle sue conseguenze ha spiegato “saranno stimabili solo attraverso un adeguato intervallo temporale” ma già sono presenti nei giovanissimi con “sintomi da ansia e sintomi legati alla depressione”.

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Termina la sua considerazione dando un quadro allarmistico della situazione:

Lo stress influisce sul comportamento e la salute mentale e anche sui meccanismi che riguardano i bisogni primari, con un regime alimentare scomposto. Tutto questo nel tempo può contribuire allo sviluppo di obesità a breve e a lungo termine. Per motivi temporali non ci sono ancora studi conclusivi.

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Per lui il ritorno sui banchi sarà la sola carta vincente per sconfiggere queste nuove problematiche di salute, il tutto accompagnato da interventi mirati di psicologi che possano aiutare i ragazzi a riprendere il ritmo a cui erano abituati prima del lockdown.

Ferie extra ai dipendenti pubblici se fanno vacanza in patria. L’idea della Bolivia per rilanciare il turismo

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Ferie extra “forzate” per i dipendenti pubblici. Questo lo stratagemma della Bolivia per rilanciare il suo turismo, alle corde come in ogni angolo del pianeta a causa della pandemia. Nel Paese andino, 11 milioni di abiitanti, 500 mila persone lavorano nell’amministazione statale o locale. A seconda dell’anzianità, hanno diritto a un periodo annuale di riposo compreso tra le due e le quattro settimane: questo, secondo il programma lanciato alla fine del mese scorso, verrà incrementato del 20-30 per cento, a patto che queste ferie in più vengano convertite in vacanze entro i confini nazionali.

Bolivia. Solo pochi ciclisti nella “Death road”, lo sterrato dove per ridurre rischi si circola all’inglese

Immagini dalla Yungas Road, la famosa e famigerata “strada della morte”, tanto spettacolare quanto pericolosa, che collega la capitale boliviana La Paz con Yungas e l’Amazzonia. Anche oggi, che, con la nascita di una via alternativa e la sua riconversione a ciclovia, di fatto incompleta, perché auto e veicoli pesanti sono tuttora ammessi e di tanto in tanto transitano. Tra le maggiori attrazioni turistiche attorno alla capitale del Paese andino, la Yungas viene percorsa mediamente da 25 mila turisti l’anno, che, in questo tormentato 2020, sono quasi svaniti. Tra le sue peculiarità, oltre allo straordinario paesaggio che è in grado di offrire a chi osa sfidarla, quella della circolazione sulla sinistra – all’inglese, unica strada del Paese – finalizzata a minimizzare i rischi

Il coronavirus ha impattato sul turismo boliviano producendo perdite dell’ordine del miliardo di dollari (820 milioni di euro al cambio attuale). Il ministro dello sviluppo economico Nestor Huanca spiega che “ovviamente abbiamo bisogno di riattivare il settore, ma per farlo occorre un aiuto dallo stato, e da lì è partito il progetto”. Il programma si protrarrà per tutto il 2021.

La Bolivia ha numerose attrattive turistiche anche a livello internazionale, dal Salar de Uyuni al Lago Titicacam, sino ai siti preincaici tihauanaco. La Paz, la capitale amministrativa, è a sua volta popolare per il Mercato delle streghe e come punto di partenza per la famigerata “Strada della Morte” che attira cicloturisti e persone amanti dell’estremo. Nel 2019, il Paese sudamericano ha ricevuto 1,47 milioni di ospiti internazionali, ognuno dei quali ha portato in media quasi 770 euro. Un flusso che da marzo – quasi superfluo dirlo – si è virtualmente azzerato.

(afp)

Il Covid ha contagiato sinora 150mila boliviani, uccidendone più di 9mila. Il turismo, che genera il 4-5 per cento del Pil locale, ha perso in quest’anno 100mila addetti e 500mila persone che lavorano nell’indotto. Benché dipendente dall’estero, il settore potrebbe in teoria trarre beneficio da un rilancio del movimento interno, se è vero che quasi la metà della popolazione (dati 2018) fa almeno una vacanza all’anno.

Ma non tutti ci credono. “Non so se l’iniziativa otterrà il consenso auspicato da chi l’ha ideata”, dubita Helga Cisneros, presidente della Camera dell’ospitalità di La Paz.

Il dramma di Robert, l’esploratore italiano che il Covid ha segregato in Groenlandia: “Solo e con cibo scaduto da mesi”

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 “Causa il Covid abbiamo perso i turisti che sono la nostra unica fonte di sostentamento economico. Qui sulla costa orientale della Groenlandia è una tragedia e per sopravvivere mangio cibo scaduto, altro non posso fare, mi devo accontentare”. L’esploratore italiano Robert Peroni parla all’Agi dallo studio della sua casetta di Tasiilaq, villaggio sperduto lungo la costa est della Groenlandia. Per raggiungere questo luogo tra il magico e l’incantevole dove vivono gli inuit – circa 1.900 persone – il collegamento meno difficile è arrivarci con un volo di circa due ore da Reykjavik in Islanda.

Groenlandia, l’esploratore Robert Peroni: “Vivo con gli Inuit da 39 anni: prima usavamo le slitte, ora le barche”

Peroni, 76 anni, altoatesino, in collegamento Skype dalla sua Casa Rossa, edificio simbolo della comunità inuit che da semplice ritrovo tra persone in poco tempo si è trasformato in centro di recupero per giovani alcolizzati oltre che ad albergo per turisti, racconta questo 2020 tragico sotto l’aspetto economico. “Dal 12 marzo scorso quando l’Islanda ha chiuso le frontiere per noi è finito tutto. In estate i turisti arrivavano soprattutto dalla Germania e in agosto anche dall’Italia. Peccato, perché gli italiani erano in crescita ed erano sempre più interessati a questi luoghi immersi nella natura incontaminata – racconta Peroni -. In inverno i turisti erano prevalentemente tedeschi ma anche francesi, americani e negli ultimi anni si è visto qualche cinese e giapponese. Adesso niente di niente, sono qui solo a sognare un futuro migliore preparando le offerte turistiche del 2021. Mi sono chiesto, perché una persona viene in Groenlandia e spende tanti soldi per il volo aereo? La risposta è stata, ‘bisogna offrire pacchetti di una settimana per far vivere quello che davvero è questa meravigliosa terra’. Lavoro in ufficio, pulisco casa, sono stato costretto a licenziare tutti i 74 dipendenti e i 55 posti letto sono drammaticamente vuoti. Negli anni siamo cresciuti, ho fatto investimenti anche importanti, la nostra Casa Rossa adesso è composta da sei casette, quattro le ho date in uso ai dipendenti, così almeno hanno un tetto sopra la loro testa”.

Robert Peroni (foto Ulrike Fischer – the-red-house.com

Nelle scorse settimane in aiuto di Peroni a seguito dell’azzeramento del turismo internazionale, è stata lanciata la campagna su gofund.me, ‘Save The Red House in East Greenland!‘. Parlando della pandemia di Covid-19 nell’immenso continente bianco non completamente indipendente perché controllato dal Regno di Danimarca, Peroni racconta le tante difficoltà. “Il governo groenlandese ha ragione di chiudere tutto perché non riuscirebbe a reggere le conseguenze di una pandemia, abbiamo avuto 17 casi in tutta la Groenlandia. Se il virus dovesse arrivare qui a Tasiilaq sarebbe una tragedia perché il nostro ospedale (12-13 posti letto, ndr) non è attrezzato e quindi verrebbe trasferito alla capitale Nuuk oppure in Danimarca”.

Peroni prima di Natale riusciva quasi sempre a venire in Italia ma quest’anno non è stato possibile. “Forse tornerò nel 2021 ma non ho certezze. Se volessi venire in Italia sarebbe un serio problema anche perché non ho più un’abitazione e non sono più residente – spiega Peroni -. Con l’Islanda chiusa il viaggio aereo avrebbe costi esorbitanti. Con l’elicottero, sperando sempre che in quella giornata non venga annullato a seguito del meteo, andrei fino a Kulusuk, poi fino a Nuuk, quindi a Kangerlussuaq da dove mi imbarcherei sul volo per Copenhagen. Arrivato in Europa ci sarebbe la quarantena. Il rientro? Ancora peggio. Arrivato in Danimarca prima di ritornare in Groenlandia dovrei attendere 5 giorni e sottopormi a tampone Pcr, quindi potrei volare fino alla costa occidentale dove avrei un’altra permanenza di 5 giorni e un altro test. Una volta finalmente arrivato a casa quarantena di altri 5 giorni: impossibile”.

Red House (foto Ulrike Fischer – the-red-house.com

Di giorno e di notte alla porta della casa di quell’altoatesino gentile dalla chioma bianca che dal 1985 ha scelto di aiutare e salvare gli eschimesi, bussano giovani, donne, anziani: sono disperati, alcolizzati, hanno fame e non hanno soldi. “Diciamo che il problema dell’alcol è migliorato rispetto a qualche anno fa, la popolazione si è evoluta e ha iniziato ad ascoltare – afferma con soddisfazione l’esploratore che nel 1983 attraversò con gli sci la Groenlandia da una costa all’altra sfidando le frustate del Piterak, il “vento dell’uomo” che soffia anche a 250 chilometri orari, e finì per innamorarsi di quella terra selvaggia -. Non vedo praticamente nessuno, ogni 4-5 giorni passa qualcuno a trovarmi per prendersi un caffè, qualche minuto e poi va già via. Ho un container con molte scorte di cibo, mangio anche alimenti scaduti perché devo accontentarmi. Non è come in Italia dove c’è tanta scelta, qui dobbiamo essere felici se arriva qualche elicottero, il mare è ormai ghiacciato e le navi non possono entrare nel fiordo a rifornire l’unico supermercato”.

Come in un film: l’uomo che ha vissuto per tre mesi in un aeroporto

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Alcuni film, più di altri, sono rimasti impressi nella nostra memoria per l’intensità delle storie raccontate. È il caso di The Terminal, l’incredibile pellicola diretta da Steven Spielberg e interpretata da Tom Hanks, Catherine Zeta Jones e Stanley Tucci.

Probabilmente tutti ricorderanno la storia di Viktor Navorski, l’uomo che a causa di un passaporto senza più valore, è costretto a rimanere a vivere nel terminal di transito dei voli internazionali. La storia che vi stiamo per raccontare ricorda vagamente quella di Viktor, la differenza è che mentre il protagonista del film voleva a tutti i costi tornare a casa, Aditya Singh non lo voleva affatto.

Tutto è iniziato diversi mesi fa quando, l’uomo californiano di 36 anni, è arrivato con un volo da Los Angeles all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago. È proprio qui che si è trasferito e ha vissuto abusivamente in una delle aree di sicurezza dell’edificio.

Per vivere indisturbato all’interno dell’aeroporto, Aditya Singh, si era appropriato di un badge identificativo di uno dei dipendenti che, a sua volta, aveva denunciato lo smarrimento. Si procurava inoltre, cibo e viveri, grazie alla solidarietà dei passeggeri che transitavano da lì.

Le motivazioni che hanno spinto l’uomo a trascorrere tre mesi della sua vita all’interno di un aeroporto sono completamente diverse da quelle del film The Terminal alla quale questa storia sembra ispirata. Sembra infatti che, il californiano, avesse così paura di contrarre il Coronavirus da non voler tornare più a casa, o comunque questo è quello che l’uomo ha raccontato alla polizia di Chicago.

La sua permanenza all’interno dell’aeroporto però è stata scoperta dal personale di terra che ha allertato le forze dell’ordine. Singh, quindi, è stato arrestato e dovrà pagare una multa di mille dollari, ma non è tutto, non gli sarà più permesso di entrare nell’aeroporto di Chicago.

Al di là della notizia di questa storia che è diventata virale proprio per i tratti che la accomunano al celebre film di Steven Spielberg, questo racconto apre anche degli scenari piuttosto sconcertanti sulla sicurezza negli aeroporti. Se è vero, infatti, che Singh non era armato di cattive intenzioni, è altrettanto vero che la facilità con il quale l’uomo è riuscito ad eludere il controllo fa intuire che gli aeroporti non sono poi così sicuri come sembrano, o come dovrebbero essere.

Regioni alpine al Governo: “Certezze su riapertura impianti e ristori: l’economia delle valli è in ginocchio”

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 “Più tempo passa, più la data di apertura del 7 gennaio scritta nel dpcm si trasforma in una colossale presa in giro. La montagna ha bisogno di tempi adeguati per potersi organizzare, non si può pensare di continuare a illudere imprese e lavoratori quando lo stesso cts e diversi esponenti politici hanno già ribadito più volte la volontà di non aprire gli impianti il 7 gennaio. Per questo motivo chiediamo con forza al governo Conte una data di apertura certa: il ministro al Turismo Dario Franceschini dia un segnale di attenzione nei confronti della montagna e del turismo invernale, l’economia di molte valli è in ginocchio”.



Così affermano, in una nota congiunta, Martina Cambiaghi, assessore allo Sport della regione Lombardia, Sergio Bini, assessore al Turismo della regione autonoma Friuli Venezia Giulia; Federico Caner, assessore al Turismo della regione Veneto; Fabrizio Ricca, assessore allo Sport della regione Piemonte; Luigi Giovanni Bertschy, vicepresidente della regione autonoma Valle d’Aosta; Daniel Alfreider, vicepresidente della provincia autonoma di Bolzano e Roberto Failoni, assessore al turismo della provincia autonoma di Trento.



A più di un mese dall’approvazione delle linee guida per l’apertura degli impianti sciistici in conferenza delle regioni e delle province autonome, e con la neve mai tanto copiosa nelle ultime stagioni ad aggravare il senso di beffa, i rappresentanti delle regioni alpine prendono atto della pubblicazione delle osservazioni del comitato tecnico scientifico, “tra le quali si richiede una differenziazione delle regole della capienza tra zone gialle e arancioni. Ora, grazie a questi suggerimenti di modifica del cts e non di certo una bocciatura come molti quotidiani hanno voluto far intendere – si legge nel testo – si potrà arrivare all’approvazione definitiva del documento”. Dopodichè, “come regioni e province autonome siamo già al lavoro per portare in approvazione al più presto il protocollo rivisto”, affermano gli amministratori locali, “auspicando, almeno questa volta, un velocissimo responso da parte del cts. A quel punto- aggiungono- si saprà come aprire, ma non è sufficiente, serve anche una data di apertura”.



I rappresentanti regionali fanno sapere di aver chiesto allo stato che i ristori per tutte le imprese colpite dalle limitazioni “siano adeguati e calcolati in percentuale sul fatturato dello stesso periodo dell’anno scorso, di certo non ancora su aprile”, ma “anche qui- rimarcano- nessuna risposta”.

Insomma, “in questo momento drammatico e di assoluta incertezza- chiosano i rappresentanti dei territori alpini- il mondo della montagna, con i suoi lavoratori e le sue imprese, chiedono attenzione e certezze”.

(Nim/ dire)

Viaggi internazionali. Ci servirà il passaporto Covid?

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Con l’avvio delle campagne vaccinali in molti Paesi, i piani per la ripresa dei viaggi per ragioni turistiche – ma anche di gran parte delle attività pubbliche di gruppo – cominciano a entrare nel vivo. Dando un po’ più di concretezza ai sistemi progettati nei mesi scorsi da enti internazionali, associazioni e compagnie aeree nel tentativo di disegnare una rotta per uscire dalla più profonda crisi del settore, con perdite da quasi 100 miliardi di euro per il solo settore aeronautico, praticamente azzerato. Senza considerare l’ospitalità, le attività turistiche, la cultura. Per ricominciare a muoverci potremmo dover prendere un’altra abitudine: quella di scaricare e utilizzare un’applicazione che funzioni un po’ da “passaporto vaccinale”.

I sistemi su cui in molti stanno lavorando ruotano intorno allo stesso principio: la standardizzazione degli esiti dei test (molecolari o antigenici) che provino la negatività a Sars-Cov-2 e, mano a mano che le campagne si allargheranno coinvolgendo sempre più persone e nuove soluzioni arriveranno, la certificazione di aver effettuato il vaccino e di essere dunque immunizzati. Credenziali digitali da gestire come già oggi gestiamo le carte d’imbarco sui portafogli digitali dei nostri telefoni, da mostrare al gate dell’aeroporto senza mandare nel panico gli addetti con certificazioni cartacee, magari scritte in lingue incomprensibili e a rischio falsificazione, e dall’analisi troppo lenta. Ma potenzialmente da sfoggiare anche per accedere ai concerti, allo stadio, al cinema, negli uffici pubblici. Tutto questo ovviamente affiancato dall’altro parametro del test negativo: impossibile considerare il solo vaccino come elemento dirimente a consentire accesso e mobilità finché non sarà disponibile per tutti con tempi d’attesa trascurabili, cioè nella migliore delle ipotesi la prossima estate.

Già testato CommonPass

Il sistema già entrato in parte nel vivo è il cosiddetto CommonPass, progettato dal Common Trust Network a sua volta promosso dalla nonprofit ginevrina The Commons Project insieme al World Economic Forum, che è stato testato da alcune compagnie aeree su alcune tratte selezionate, per esempio a ottobre fra Londra e Newark con United Airlines: Cathay Pacific, JetBlue, Lufthansa, Swiss Airlines, la già citata United e Virgin Atlantic. Così come gode già della partnership con alcuni dei sistemi sanitari locali statunitensi e del governo del paradiso caraibico di Aruba. Come funziona? Si tratta di un’app che consente agli utenti di caricare informazioni mediche come il risultato di un test che garantisca la negatività al virus o anche la certificazione di una vaccinazione effettuata da un ospedale o da un sistema sanitario locale. Dopodiché genera un certificato sanitario o un pass, nella sostanza un codice QR contenente queste informazioni in formato standardizzato ma senza rivelare dati sensibili che spesso sono inclusi nei certificati cartacei che magari sventoliamo allo steward o mostriamo sul telefono. Il tutto elencando con precisione i requisiti sanitari del luogo di partenza e di quello di arrivo, consentendo appunto di caricare tutto il necessario a muoverci e sfornare il codice che consente l’imbarco.

Il progetto della Iata

A un progetto simile sta lavorando anche la Iata, l’International Air Transport Association, l’organizzazione internazionale delle compagnie aeree con sede a Montréal, in Canada, che raccoglie oltre 250 player del settore. Alla fine di novembre il gruppo ha infatti confermato di essere nelle fasi finali nello sviluppo della sua Iata Travel Pass, di nuovo un’applicazione sanitaria per consentire la progressiva riapertura delle frontiere in sicurezza: “La nostra priorità è tornare a far viaggiare le persone in modo sicuro – si leggeva in una nota dell’organizzazione che coglieva il punto dirimente della questione che al momento tiene bloccata gran parte degli spostamenti internazionali – nell’immediato significa dare ai governi la fiducia che i test sistematici del Covid-19 possano funzionare in sostituzione dei requisiti di quarantena”. Insomma, saltare la quarantena se si dispone di un codice QR garantito e blindato, generato a partire da un test negativo certificato (magari effettuato come servizio aggiuntivo dalla compagnia a casa, in hotel o direttamente in aeroporto), evidentemente da replicare in fase di rientro in patria, o dalla prova di vaccinazione.

La questione di fondo è infatti la fiducia: i governi devono fidarsi fra loro e dei loro sistemi sanitari ma anche i passeggeri devono avere uno strumento più comodo da utilizzare, dove caricare il loro test negativo per imbarcarsi senza lungaggini, analisi o dubbi sulla bontà dell’analisi effettuata, se svolta nei centri reciprocamente riconosciuti di cui le diverse applicazioni si fanno garanti col supporto delle istituzioni pubbliche.

Le mosse dei colossi tecnologici

Non solo operatori del settore e organizzazioni internazionali. Anche alcuni colossi del digitale si stanno muovendo nel complicato recinto dei passaporti sanitari. Non è d’altronde escluso che vi siano più sistemi certificati in grado di comunicare fra loro e che gli utenti possano scegliere fra di essi. IBM, per esempio, ha sviluppato la sua Digital Health Pass come prodotto a disposizione delle compagnie (ma anche dei luoghi che ospitano eventi di massa) da personalizzare, includendo i requisiti necessari per l’accesso, inclusi i test, i controlli della temperatura, lo storico della vaccinazione e la tipologia di vaccino somministrato. Tutto questo viene poi memorizzato in un wallet sul telefono, da mostrare per imbarcarsi o accedere a un certo appuntamento.

Il meccanismo, insomma, appare piuttosto chiaro. Come accade con le carte d’imbarco, anche il via libera sanitario andrà standardizzato con un sistema universale di lettura al gate di un aeroporto asiatico come all’ingresso di un palazzetto dello sport negli Stati Uniti.

I nodi da sciogliere

I problemi da affrontare sono adesso più sfumati. Questioni di privacy, con la massima garanzia nella gestione di quelle informazioni, e anche legate ai diversi tipi di vaccini somministrati. Anche la Linux Foundation si sta impegnando su questo fronte tramite una partnership con la Covid-19 Credentials Initiative, un gruppo di 300 persone in rappresentanza di decine di organizzazioni in cinque continenti alla ricerca di un approccio comune, e anche con IBM e CommonPass.

Più o meno il quadro dovrebbe essere questo, lo sintetizza alla Cnn Brian Behlendorf, direttore esecutivo della Linux Foundation: “Se abbiamo successo, una persona dovrebbe essere in grado di disporre di un certificato di vaccinazione sul proprio telefono che ha ricevuto quando è stata vaccinato in un paese, secondo un preciso insieme di pratiche sanitarie. Un certificato che potrà usare per prendere un aereo verso un Paese completamente diverso e poi presentare in quel nuovo paese in modo da poter per esempio andare a quel concerto al chiuso per il quale la partecipazione era limitata a coloro che sono vaccinati”.

Sembra una prospettiva lontana ma ci si arriverà molto presto, secondo alcuni esperti già nella prima parte del 2021. Anche se la questione ha un grosso limite: lascia fuori dal sistema gran parte della popolazione meno avvezza all’uso della tecnologia o sprovvista di smartphone in grado di supportare queste applicazioni. Per questo alcuni gruppi dell’alleanza Covid-19 Credential Initiative stanno lavorando a una smart card, una carta che si piazzi nel mezzo fra il vecchio certificato di carta e la sua digitalizzazione, a disposizione di chi non possegga un dispositivo abbastanza recente.

San Valentino da film: le 5 destinazioni italiane più romantiche di sempre

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Ogni scusa è perfetta per organizzare un nuovo viaggio e andare alla scoperta del nostro meraviglioso Paese e, San Valentino, rientra senz’altro tra queste. In particolare, quella che è conosciuta universalmente come la festa degli innamorati, può trasformarsi nell’occasione perfetta per una fuga romantica con la propria metà della mela.

E dobbiamo dire che, in questo caso, il BelPaese si presta perfettamente come set di un viaggio meraviglioso e quasi magico. A ispirarci, infatti, sono proprio i film romantici che hanno visto l’Italia fare da sfondo a storie che ci sono entrate nel cuore. Ecco 5 luoghi meravigliosi che abbiamo visto nei film e che ci danno l’ispirazione per il prossimo viaggio.

Roma: Vacanze romane

Vacanze Romane non ha bisogno di presentazioni in quanto la fama della pellicola prodotta nel 1953 è mondiale. La Vespa che sfreccia lungo le strade della capitale italiana è forse, nell’immaginario collettivo, l’esperienza più romantica che ogni coppia dovrebbe vivere almeno una volta nella vita. Insomma, se volete sentirvi come Gregory Peck e Audrey Hepburn, la vostra destinazione ideale per San Valentino è Roma.

San Valentino a Roma

Organizzare un viaggio a San Valentino. Destinazione: Roma

Verona: Romeo e Giulietta

Che Verona fosse la città più romantica d’Italia questo ormai è risaputo, tutto merito dell’incredibile tragedia romantica scritta da Shakespare. Il film Romeo and Juliet del 2013 non è da meno, grazie alla sua visione abbiamo potuto conoscere e ritrovare alcuni degli scorci suggestivi più belli della città veneta, oltre all’iconica casa di Giulietta. Non vi sembra, questa, la destinazione più romantica per una fuga a San Valentino?

Verona San Valentino

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Arezzo: La vita è bella

La vita è bella è uno dei film più intensi e commoventi del nostro tempo, grazie anche alla narrazione di quella storia d’amore che resiste durante gli anni del regime fascista. Nessuno ha dimenticato quel “Buongiorno Principessa” e le discese in bicicletta fatte da Guido per i vicoli del già suggestivo e amato centro medievale di Arezzo.

Napoli: Pensavo fosse amore invece era un calesse

Napoli non ha bisogno di una scusa per essere visitata, eppure ripercorrendo i luoghi del film Pensavo fosse amore invece era un calesse con Massimo Troisi, possiamo andare anche noi alla scoperta dell’amore e di tutte le sue sfumature in una città che è di per sé già magica e affascinante.

Parco dei Nebrodi: Sicilian Ghost Story

Luna, la protagonista di Sicilian Ghost Story è una ragazza siciliana che non si arrende di fronte alla misteriosa sparizione del ragazzo di cui è innamorata. La storia d’amore bellissima e commovente ha come sfondo il suggestivo Parco dei Nebrodi con le sue cascate, i laghi e la vegetazione lussureggiante. Basta dare uno sguardo ad alcuni frame della pellicola per avere voglia di partire per una fuga romantica.

Nebrodi

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Turismo, accordo imprese-sindacati. “Vaccino subito agli addetti per far ripartire il settore”

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Fiavet, Federalberghi, Fipe, Faita, Assocamping, Assohotel, Assoviaggi, Fiba e Fiepe hanno stretto un accordo con i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs: insieme chiedono il vaccino per il lavoratori del turismo al più presto, per far ripartire il comparto.

Un’ipotesi che dovrebbe seguire l’esempio di quanto è già avvenuto e sta avvenendo nel comparto sanitario. Una soluzione ideale, spiegano, per un settore così importante per l’economia italiana, che potrebbe dare sicurezza a tutti coloro che vogliono spostarsi, guardare oltre i ristori a fondo perduto, e cominciare con gli investimenti per il futuro.

“Al fine di programmare il rilancio dell’attività turistica in condizioni di piena tutela della salute, il 26 gennaio 2020 le organizzazioni datoriali e sindacali stipulanti Ccnl che trovano applicazione alle imprese del settore turismo hanno sottoscritto un accordo per richiedere alle autorità competenti l’accesso tempestivo al programma vaccinale anti Covid-19 per i lavoratori del settore turismo”, si legge

L’accordo, spiegano, “è accolto con soddisfazione dalle parti stipulanti, perchè individua nella vaccinazione contro SARS-CoV-2/Covid-19 uno strumento utile a garantire l’esercizio in piena sicurezza dell’attività turistica sia con riferimento agli addetti, sia riguardo alla generalità della popolazione”.

“In considerazione della necessità di riservare ai lavoratori del settore turismo particolare attenzione nell’attuazione del piano vaccinale, le parti richiedono alle autorità centrali e locali l’inserimento degli stessi tra le categorie prioritariamente destinatarie della vaccinazione, alla luce dell’esigenza di tutela delle attività che continuano ad assicurare il servizio nonostante l’esposizione al rischio. Per garantire il successo della campagna vaccinale, le parti hanno infine concordato di attivarsi per promuovere, tra i lavoratori occupati, campagne di informazione e sensibilizzazione finalizzate alla vaccinazione contro SARS-CoV-2/Covid-19”.

Grecia. La scommessa per turismo: immunizzare subito le isole minori mai toccate dal Covid, per creare zone “vergini”

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Gli abitanti di isole greche remote stanno ricevendo – tra i primi nel loro Paese e non solo – il vaccino in questa settimana. Il tutto è parte della campagna vaccinale predisposta dal governo ellenico, che ha raggiunto villaggi, alcuni dei quali contano un paio di dozzine di abitanti.

Il ritrovato isolamento – in tempi di turismo letteralmente fermo – ha protetto queste terre dalla grande pandemia: si può dire che la quotidianità degli abitanti locali non abbia subito traumi, o quasi. La vaccinazione collettiva mira a perpetrare questo status, prima che l’estate porti l’auspicato ritorno dei turisti, cui si potrà offrire dei piccoli eden covid-free.

“È importante per la nostra isola, sia dal punto di vista simbolico che da quello pratico – racconta all’agenzia di stampa Reuters Sofia Kouvalaki, prima di farsi vaccinare nel centro medico di Kastellorizo-Castelrosso, un’isola del Mediterraneo Orientale che, d’inverno, non conta più di 200 anime. – Qui non abbiamo casi, e dobbiamo continuare così, in modo che la prossima estate possiamo sentirci al sicuro sia noi che coloro che arriveranno”.

La Grecia ha sinora vaccinato circa 210mila persone, un cinquantesimo della sua popolazione di quasi 11 milioni di abitanti. Il governo spera in una progressiva accelerazione delle campagne di immunizzazione, capace di riportare gli ospiti internazionali tra Egeo e Peloponneso entro l’estate, in modo da salvare un’industria che vale il 20 per cento del prodotto interno lordo locale. A Kastellorizo, il medico locale Stavros Stavropoulos racconta che l’80 per cento degli abitanti ha ricevuto la prima dose, senza graduatorie di tipo anagrafico o altro.

Benché la crisi finanziaria decennale abbia indebolito non poco il sistema sanitario nazionale, Atene vanta una storia relativamente di successo nella gestione della pandemia: i 156mila casi registrati, con circa 5.800 decessi, costituiscono quote proporzionalmente inferiori a quelle registrate in molti Paesi europei vicini più floridi – Italia ma non solo.  Le autorità sanitarie locali hanno però ben chiara la pesantissima carenza di infrastrutture, che renderebbe ingestibile l’eventuale incremento di casi, soprattutto a livello di terapie intensive. Il tutto assumerebbe connotati da tragedia per la miriade di piccole isole non facili da raggiungere e provvieste tutt’al più di piccoli centri medici in grado di trattare condizioni di malattia non gravi.

“La vaccinazione è fondamentale, specialmente per le piccole isole, che non hanno grandi ospedali – racconta a Reuters Nikolaos Tachtzis, il dirigente infermieristico che gestisce la campagna vaccinale a Kastellorizo -. Così saremo protetti quando arriveranno i turisti”.