Categoria: Medicina

Francesca Marchionni: Attaccamento e relazione di coppia, i risultati della ricerca evidence-based

Nel mio elaborato di tesi specialistica universitaria ho presentato una review bibliografica, in cui ho analizzato il rapporto tra lo stile di attaccamento stabilito nell’infanzia con il caregiver ed i legami di coppia che l’individuo stabilirà da adulto. La rassegna bibliografica che ho presentato mi consente di affermare che le esperienze relazionali infantili incidono in modo considerevole nei rapporti futuri. Per sostenere ciò, sono partita dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby, specificando appunto cosa sia il legame di attaccamento, ossia la tendenza innata ed autonoma dell’essere umano a ricercare la vicinanza protettiva di una figura ogni volta che si vivano situazioni particolarmente stressanti, traumi o pericoli. Il bambino da questa primissima esperienza infantile formerà i propri schemi cognitivi, che gli consentiranno di rapportarsi con il mondo e relazionarsi con differenti modalità. Questi schemi sono definiti modelli operativi interni, ed hanno un’influenza determinante per la struttura psichica dell’individuo.

L’attaccamento é un legame che si protrae per tutta la vita, ma mi sono concentrata nell’aspetto inerente la costruzione dei legami di coppia e l’influenza che questo ha nella loro formazione e durata. La ricerca sull’amore romantico si avvale di numerosi strumenti di valutazione, principalmente interviste semi-strutturate, come l’AAI, la CRI, l’ASI e l’ISAC, questionari self-report, come ad esempio l’AAS, RQ, ASQ, CA-MIR e QAA; ed infine altri strumenti di valutazione molto validi come l’AMT, la RFF, l’AABQ, l’ECR ed il Marital Q-Sort. Dai dati analizzati, è stato interessante constatare come si formino le coppie. Infatti, gli individui tendono a ristabilire i propri modelli relazionali, secondo una scelta “tra simili” per i soggetti sicuri, ed una scelta “tra opposti” per i soggetti insicuri. I vari matching di coppia a cui potremmo assistere sono: sicuro/sicuro, sicuro/insicuro, insicuro/insicuro, con varie combinazioni all’interno, di cui la più ricorrente è quella che vede il matching distanziante/preoccupato.

Gli individui sicuri sono quelli che mostrano di avere relazioni maggiormente soddisfacenti e gratificanti, in cui è presente fiducia reciproca, maggiore negoziazione e complementarietà e, nel caso di rottura del legame, sono fiduciosi di poter trovare un altro partner che li renda felici. Gli individui insicuri, invece, hanno rappresentazioni tendenzialmente negative nei confronti degli altri e tendono a persistere in relazioni problematiche ed insoddisfacenti, poiché adattati all’interno di dinamiche “collusive”, dalle quali non riescono a fuoriuscire. Gli insicuri evitanti manifestano una paura dell’intimità che li renda troppo legati al partner, hanno poca fiducia nella relazione, stentano a credere che possa durare e tendono di più rispetto agli ambivalenti/preoccupati ad una promiscuità sessuale. Infine gli ansiosi/ambivalenti vivono rapporti molto intensi e tormentati, ricchi di controversie, in cui spesso manipolano il partner mediante una gelosia ossessiva e morbosa, che si ripercuote ovviamente sulla relazione in modo negativo. Temendo eccessivamente l’abbandono mettono in atto una serie di comportamenti disadattivi che effettivamente porteranno fine al legame.

Ma cosa determina la soddisfazione all’interno di una coppia?! Un costrutto definito adjustment, il quale valuta la felicità o infelicità percepita all’interno della coppia. I parametri che lo definiscono sono: le risorse personali e sociali, come la salute fisica di entrambi, i fattori sociali ed economici, il livello di educazione, le abilità comunicative, una rete sociale di riferimento; le gratificazioni provenienti dalle interazioni con il partner, ovvero l’attrazione fisica, sessuale, mentale, l’adattamento nella relazione; ed infine la soddisfazione per il proprio stile di vita, cioé le risorse materiali ed il reddito finanziario.

Le ricerche sull’interazione tra rappresentazioni dell’attaccamento e processi di regolazione affettiva possono essere distinte in variabili relative ai processi cognitivi e variabili relative ai processi affettivo-emotivi. Le variabili relative ai processi cognitivi sono: i processi di attribuzione e valutazione, la percezione del supporto e del conflitto, le credenze e gli standard. Le variabili relative ai processi affettivo-emotivi sono: la vicinanza, l’intimità e l’apertura all’altro, i livelli di impegno e coinvolgimento nella relazione e gli indicatori di buon funzionamento individuale. Sembra che gli stili di attaccamento condizionino non soltanto l’adattamento individuale, ma anche la durata ed il funzionamento di una relazione di coppia.

Dalle ricerche emerge che i soggetti sicuri hanno una probabilità maggiore di quelli insicuri di arrivare a strategie di compromesso, hanno relazioni più durature rispetto ai soggetti insicuri e sono maggiormente in grado di fronteggiare periodi stressanti con il partner o affrontare insieme le difficoltà. Ciò emerge soprattutto nell’espressione delle emozioni: sembra che gli individui insicuri tendano ad esprimere maggiormente la rabbia disfunzionale ed inappropriata quando si trovano in conflitto con il partner, esasperando le emozioni negative in modo disfunzionale e disadattivo. Gli insicuri ansiosi/ambivalenti inoltre tendono più di tutti a provare un’eccessiva gelosia nei confronti del partner, a sperimentare una sorta di amore “patologico”, comportandosi in modo soffocante e morboso, offrendo più cure di quelle che effettivamente il partner richiede.

Sarebbe interessante, per le prospettive future, poter constatare se lo stile di attaccamento di uno dei due partner possa incidere sullo stile di attaccamento dell’altro, a prescindere dagli stili di attaccamento individuali di cui ognuno dei due é portatore.

In conclusione, suggerisco di analizzare il legame presente fra padre e figlia e figlia e partner, per vedere quali dinamiche intervengono nella scelta di coppia a partire dal rapporto instaurato con il padre durante l’infanzia. Talvolta infatti si tende a cercare una figura “sostitutiva” del padre oppure qualcuno che sia l’esatto opposto. Inoltre, secondo me sarebbe molto interessante vedere se lo stile di attaccamento di una persona insicura possa mutare in stile di attaccamento sicuro dopo l’instaurarsi di una relazione molto positiva e soddisfacente con un partner sicuro o viceversa; cioé se una persona sicura può diventare insicura a seguito di una relazione molto sofferta e problematica.

 

Ha Senso Trattare Covid-19 In Casa?

I trattamenti domiciliari e la medicina territoriale rappresentano in generale un ottimo approccio alla cura del paziente. Ma non ha senso contrapporre i farmaci che si possono somministrare in casa ai vaccini, e per diversi dei trattamenti anti-Covid più chiacchierati non ci sono prove di efficacia (foto: Sharon McCutcheon/Unsplash)Quella del trattamento dei pazienti affetti da Covid-19 direttamente tra le mura di casa è una delle questioni più discusse fin dall’inizio della pandemia. E ancora oggi, a più di 14 mesi dai primi casi di contagio registrati in Italia, il dibattito sembra tutt’altro che concluso, ma anzi sta assumendo valenze e significati che vanno ben oltre gli aspetti strettamente medici e scientifici. Se da un lato è fin troppo ovvio quanto assistere una persona da casa sia – quando possibile – una soluzione ottimale, dall’altro non ha molto senso contrapporre le cure domiciliari ai trattamenti preventivi di immunizzazione come i vaccini, quasi come se una cosa escludesse l’altra. Un tema, però, che si è caricato ora anche di attenzione politica, e come tale ha alimentato la polarizzazione e la formazione di schieramenti d’opinione radicalmente opposti.

Su tutto ciò che riguarda lo stato dell’arte nella ricerca di terapie efficaci contro l’infezione da Sars-Cov-2 abbiamo appena dedicato un approfondimento ad hoc qui su Wired, mentre di seguito ci concentreremo soprattutto sul contesto. Vale a dire, su quegli aspetti comunicativi, cognitivi e (talvolta) di vera e propria disinformazione che rischiano di spostare le discussioni su un piano più ideologico che sostanziale.

Cosa vuol dire cure domiciliari per il Covid-19 Come ben noto, nella grandissima maggioranza dei casi l’infezione da Sars-Cov-2 si risolve con sintomi lievi o blandi, tali da non richiedere necessariamente un ricovero ospedaliero. Si parla, dati alla mano, perlomeno del 95% delle persone che risultano positive al tampone oro-rino-faringeo. In pratica, le cure domiciliari sono adatte a chiunque non manifesti sintomi così gravi da avere bisogno di una terapia intensiva, a patto che si venga seguiti passo passo dal medico anche quando la malattia non compromette le funzioni vitali del paziente. Ossia che si realizzi la vigile attesa, non l’aspettare passivamente che il quadro clinico degeneri, bensì seguire attentamente l’evoluzione dei sintomi e dell’infezione.

In termini pratici, la cura domiciliare si concretizza anzitutto nel monitoraggio dei parametri vitali, non solo come febbre o altri sintomi evidenti ma anche con l’ausilio di un saturimetro per verificare il livello di saturazione dell’ossigeno nel sangue. Il calo di questo valore, infatti, può essere indicativo di un’infezione polmonare. In questo senso possono essere svolte a casa anche operazioni leggermente più complesse, come la verifica della possibile polmonite tramite un ecografo. Poi naturalmente c’è la possibilità di adoperare specifici farmaci e ausili, come l’eparina quando il paziente ha un rischio specifico di sviluppare trombosi, oppure un antibiotico quando può esserci una sovra-infezione batterica che potrebbe dare complicanze, o ancora somministrare l’ossigeno quando la sua concentrazione nel sangue diminuisce.

Ciò significa, in particolare, che si può pensare di continuare a seguire un paziente a casa in tutte quelle situazioni in cui il quadro clinico è stabile, o perlomeno non ci sarebbe differenza tra le cure domiciliari e i trattamenti che si riceverebbero in ospedale. I benefici di questo approccio sono evidenti: far restare i pazienti – soprattutto se anziani o fragili – in un ambiente più protetto e accogliente, evitare di esporre al rischio di contrarre altre infezioni in ospedale e ridurre la pressione sulle strutture sanitarie, garantendo cure in generale migliori a chi ne ha davvero bisogno, dunque riducendo la letalità complessiva di Covid-19.

Questo approccio richiede però una presenza forte della medicina territoriale, tra medici di famiglia posti nelle condizioni di seguire i pazienti con la giusta attenzione e strutture distribuite in modo da essere davvero vicine alle persone. Un tema tanto infrastrutturale quanto culturale, che dipende dagli investimenti ma anche dalla formazione dei medici di medicina generale, che sono chiamati a individuare le terapie più adatte al paziente sulla base dei sintomi e del quadro clinico. Sapendo, naturalmente, che non può esserci un trattamento universale valido per tutti.

Il problema dell’efficacia delle terapie Quando si è di fronte a un farmaco nuovo o a una patologia nota da poco, definire se e quanto un trattamento sia efficace non è un’operazione semplice. Lo abbiamo visto per i vaccini: le sperimentazioni in generale prevedono (come minimo) che ci sia un confronto tra un gruppo di persone che riceve il trattamento e un altro (con le stesse caratteristiche) che non lo riceve, in modo che si possa fare un confronto sensato ed evidenziare se ci siano o meno differenze statisticamente significative.

Spesso però, a livello di discussione, si confonde il concetto di prova scientifica di efficacia con altre valutazioni non sistematiche, citando dei singoli casi o delle esperienze individuali come se fossero sufficienti a dimostrare qualcosa di generale. Dato che fortunatamente Covid-19 si risolve in molti casi con la guarigione completa, si può creare una distorsione cognitiva per cui, somministrando ai pazienti qualche trattamento, questo sembrerebbe in ogni caso avere indotto la guarigione.

Per esempio, se somministrassimo a tutti i pazienti Covid-19 un bicchiere d’acqua con una zolletta di zucchero, in ogni caso il 95% circa di questi guarirebbe, e si potrebbe avere l’impressione che il merito sia dell’acqua miracolosa. Sostenere che i propri pazienti trattati a casa non siano finiti in ospedale, o che quelli trattati con un certo farmaco siano guariti tutti, non è affatto una prova sufficiente a far concludere che la strategia adottata sia davvero efficace. Anzi. Per moltissimi dei trattamenti più discussi nel corso dell’ultimo anno, pubblicazioni alla mano, le prove scientifiche di efficacia sono ancora scarse o del tutto nulle (come per il caso dell’idrossiclorochina), e addirittura per alcuni trattamenti sono state raccolte piuttosto delle prove di inefficacia.

Va da sé che, in un contesto di rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche a disposizione, le nuove evidenze hanno portato più volte a rivedere le linee guida, talvolta anche con differenziazioni a livello regionale. Il che però non dovrebbe scandalizzare, ma anzi essere la prova evidente di come il metodo scientifico non ci permetta di avere delle verità assolute e immutabili, quanto piuttosto un progressivo raffinamento delle nostre conoscenze.

A complicare il quadro dei tanto discussi protocolli per le cure domiciliari ci sono poi altri tre elementi. Il primo è che in generale per Covid-19 è difficile prevedere a priori il livello di rischio di ciascuna persona, perché anche i più noti fattori di rischio (età avanzata, obesità, patologie pregresse,…) non sono affatto associati in modo chiaro allo sviluppo di complicanze. Dunque non è facile capire a chi somministrare che cosa prima che si manifesti una determinata condizione. Secondo, almeno per alcuni dei trattamenti, la somministrazione delle terapie può portare effetti collaterali di varia natura, perciò somministrare farmaci alla cieca già nelle prime fasi della malattia può essere poco sensato, oltre che controproducente in casi specifici (come l’uso di un cortisonico come il desametasone) in cui il trattamento può compromettere la risposta immunitaria del paziente.

E infine c’è la solita confusione più o meno involontaria tra correlazione e causa-effetto: il fatto che qualcosa accada subito dopo qualcos’altro non basta per indicare che a causare l’effetto sia stato il primo dei due elementi. Ciò vale in positivo, come quando si sostiene che la vitamina C o la D guarisca da Covid-19, oppure in negativo, affermando che un vaccino causi determinati effetti avversi. Il che in generale è comunque possibile (come è stato per il caso delle rarissime trombosi associate a VaxZevria), ma va dimostrato con una seria analisi dei dati, e non con valutazioni aneddotiche o emozionali.

Le strambe argomentazioni sulle terapie domiciliari Se fino a qui la questione può sembrare perlopiù di natura accademica e regolatoria, in realtà le direzioni in cui spesso la discussione e il dibattito degenerano sono anzitutto partitiche e speculative, per non dire in certi casi complottiste. Non sono mancati nemmeno negli ultimi giorni gli esempi di prodotti di comunicazione tipicamente a tesi, che partono da un’assunto e portano argomentazioni unidirezionali per dimostrarlo.

Non si tratta di cherry picking della letteratura scientifica, ma di qualcosa di più astratto e generico. “Il governo vuole tenerci chiusi in casa”, “ci ricattano con i vaccini, facendo valere le restrizioni finché non ci vacciniamo tutti”, “le case farmaceutiche vogliono lucrare il più possibile sulla pandemia”, “impediscono di usare le cure domiciliari perché allora non servirebbero più i vaccini”, “le persone sono morte di Covid-19 solo perché sono state trattate con le terapie sbagliate”, tanto per citarne alcune molto comuni.

Si potrebbero in proposito ribadire le solite argomentazioni, come il fatto che i vaccini non siano affatto le prncipali fonti di reddito da parte delle case farmaceutiche (mentre lo sono per esempio integratori e vitamine) o che i vaccini sarebbero comunque utili anche se avessimo cure super efficaci (perché sarebbe preferibile evitare la malattia che ammalarsi e sperare di guarire), ma il punto sta altrove. Ossia che la salute delle persone venga utilizzata per fare propaganda. Come se il ritenere che le cure domiciliari siano efficaci o meno fosse una questione di credo politico anziché di evidenza scientifica.

Nelle versioni più azzardate, poi, il tema della regolazione delle terapie domiciliari sarebbe diventato – si legge e si ascolta qua e là – la prova della censura messa in atto dal governo per dare concretezza alla cosiddetta dittatura sanitaria. Un modo per mettere a tacere quelle voci indipendenti che propongono metodi alternativi di cui millantano l’efficacia. Con l’effetto finale di confondere il ragionevole dibattito scientifico su come trattare al meglio i pazienti a casa con un più caotico disquisire di terapie domiciliari come avversarie dei vaccini, o di trasformare un trattamento che si è dimostrato inefficace nell’elisir miracoloso che i poteri forti vogliono fare sparire.

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Come Funziona Il Test Salivare Per Il Coronavirus

Via libera del ministero della Salute all’utilizzo dei test salivari per individuare il coronavirus, ma il gold standard rimangono i tamponi molecolari (immagine: Pixabay)Il ministero della Salute, in una circolare firmata dal direttore generale della Prevenzione sanitaria Gianni Rezza, ha detto sì ai test sulla saliva per rintracciare il coronavirus. Alla luce delle ultime evidenze scientifiche, gli esperti ritengono che i meno invasivi test salivari siano sufficientemente affidabili, e quindi utilizzabili in precise situazioni: in caso non ci sia la possibilità di eseguire un tampone nasofaringeo o orofaringeo (che rimane il gold standard) o in caso di necessità di test ripetuti o su bambini, anziani e disabili. Ecco come funzionano, vantaggi e limiti.

I test disponibili Innanzitutto bisogna chiarire di che tipo di test si sta parlando. Al momento sulla saliva possono essere eseguiti dei test molecolari, ossia che ricercano il genoma (rna) virale, oppure test antigenici (cioè che ricercano proteine del virus) di laboratorio, ma, in poche parole, non sono test rapidi. In realtà esistono anche test antigenici rapidi sulla saliva, che tuttavia non sono ancora stati inclusi nell’elenco dell’Health Security Committee dell’Unione Europea.

“Al momento, il repertorio disponibile di tali test marcati CE-IVD per la matrice salivare è limitato, ma è in corso di ampliamento”.

Prelievo del campione I test sui campioni di saliva sono meno invasivi dei tamponi. Tuttavia la raccolta corretta del materiale è cruciale, scrivono gli esperti del ministero. “I campioni di saliva possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore) e le diverse tecniche e sedi di raccolta possono avere un impatto sulla sensibilità del metodo. Inoltre i campioni di saliva possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell’rna o di estrazione/amplificazione esistenti”.

Sensibilità La qualità del campione e la tecnica di raccolta possono influenzare la sensibilità del test, che dunque risulta variabile. “Una sensibilità maggiore è stata rilevata nella saliva orofaringea posteriore del primo mattino”, si legge nella circolare ministeriale, “mentre una sensibilità inferiore è stata osservata con la tecnica del ‘general spitting’ (lo sputo, ndr)”.

Chi può fare il test salivare Per il momento i test salivari possono essere impiegati quando non c’è disponibilità di tamponi, oppure in bambini (i dati in età pediatrica sono limitati ma alcuni studi attestano la sensibilità del test tra il 53 e il 73%), anziani e disabili, o ancora in contesti di screening ripetuto per motivi professionali. Potrebbero trovare ampio margine di utilizzo nelle scuole.

Il test su campione di saliva può essere eseguito sia su persone sintomatiche (preferibilmente entro i primi 5 giorni dalla comparsa dei sintomi) sia su persone asintomatiche o pre-sintomatiche.

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Non Solo Vaccini: Contro Covid-19 Ci Servono Anche Terapie Efficaci

Per lasciarci alle spalle la pandemia i vaccini, per quanto efficaci, non bastano: servono anche terapie che riducano i rischi di sintomi gravi, ospedalizzazioni e morti. Ecco a che punto siamo (Immagine: Unsplash)Stando agli ultimi dati epidemiologici, i vaccini stanno funzionando. E stanno funzionando bene – almeno nella parte fortunata del pianeta, i Paesi più ricchi che si possono permettere di comprarli e distribuirli: l’ultimo monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe, per esempio, fa sapere che in Italia si registrano dati “in netto miglioramento”, una diminuzione del 34,1% dei nuovi casi rispetto alla settimana precedente e un calo del 17% e del 19% dell’occupazione dei posti letto in aerea medica e terapia intensiva. E nella giornata di domenica 16 maggio i decessi sono scesi sotto le 100 persone per la prima volta dallo scorso ottobre. Tutto, o quasi, grazie ai progressi della campagna di immunizzazione in corso. Nonostante questo, dobbiamo fare i conti con il fatto che arrivare a somministrare i vaccini a tutte le persone che ne avrebbero bisogno, a livello globale, è al momento una chimera, e probabilmente lo resterà ancora a lungo: in quasi tutti i Paesi a basso e medio reddito, infatti, le vaccinazioni procedono a ritmi lentissimi, con quote di popolazione vaccinata ancora sotto l’1%. E dato che non si riuscirà a vaccinare tutti, è importante anche capire come fermare la malattia in chi l’ha contratta, o per lo meno mitigarne i sintomi più gravi per ridurre ospedalizzazioni e morti. In altre parole, abbiamo assoluta necessità di individuare terapie efficaci contro Covid-19, e di farlo alla svelta.

Al momento non esistono ancora trattamenti dall’efficacia accertata. Tuttavia, i trial clinici condotti finora ci hanno aiutato a identificare alcune molecole che sembrano più promettenti di altre e ad accantonare approcci che si sono rivelati poco efficaci. Le classi di farmaci su cui ci siamo concentrati sono sostanzialmente tre: gli antivirali, quelli che cercano di impedire che il virus entri nelle cellule e/o si replichi (per esempio quelli usati per il trattamento dell’hiv o dell’epatite), gli imitatori del sistema immunitario, che dovrebbero potenziare le difese naturali del nostro organismo (per esempio gli anticorpi monoclonali e il plasma iperimmune) e gli antinfiammatori, che invece raffreddano il sistema immunitario, dal momento che si è visto che i sintomi più gravi di Covid-19 sembrano essere legati proprio a un’eccessiva risposta immunitaria e al conseguente stato fortemente infiammatorio.

Gli antivirali sono stati i primi farmaci a essere studiati. Già a marzo scorso l’Organizzazione mondiale della sanità aveva avviato una sperimentazione per testare quattro diversi trattamenti (il remdesivir, l’idrossoclorochina, la combinazione di lopinavir e ritonavir, già usati contro l’Hiv, e l’interferone, che invece è un immunomodulatore) che, a fine ottobre, era arrivata a coinvolgere oltre 11mila partecipanti da 30 nazioni diverse. Sfortunatamente, nessuna di queste terapie si è mostrata di significativa utilità nel salvare vite o ridurre le ospedalizzazioni da Covid-19: i risultati della sperimentazione suggeriscono che i farmaci antivirali possono avere una moderata efficacia solo se somministrati nelle primissime fasi dell’infezione, subito dopo un tampone positivo.

Stesso discorso per gli anticorpi monoclonali e per il plasma iperimmune. I primi sono saliti agli onori delle cronache grazie a Donald Trump, paziente illustrissimo cui sono stati somministrati a ottobre 2020, quando si ammalò di Covid-19. Trump ricevette un preparato messo a punto dalla biotech americana Regeneron, composto da due anticorpi monoclonali, casirivimab e imdevimab, estratti da un paziente di Singapore e ottenuti in laboratorio isolando la proteina spike del coronavirus nell’organismo di un topo modificato geneticamente per fornirgli un sistema immunitario umano. Tuttavia, gli studi finora pubblicati non consentono ancora di arrivare a conclusioni definitive sull’efficacia di questi trattamenti: quello che sappiamo è che non funzionano nelle fasi avanzate della malattia, ma vanno somministrati nelle fasi precoci, e che comunque non sembrano ridurre più di tanto ospedalizzazioni e decessi. Questo elemento, insieme ad altre criticità legate alla difficoltà di somministrazione e all’alto costo di produzione di questi farmaci, ha per il momento raffreddato le aspettative della comunità scientifica rispetto al trattamento. Stesso discorso per il plasma dei guariti, che stando ai risultati dello studio clinico italiano Tsunami, promosso dall’Istituto superiore di sanità e dall’Agenzia italiana per il farmaco, sembra non apportare benefici ai pazienti; al più qualche timido vantaggio, ancora da confermare, potrebbe ridurre i sintomi nei pazienti con Covid lieve o moderato.

Gli antinfiammatori sembrano invece più promettenti. A giugno 2020 lo studio Recovery, condotto nel Regno Unito, ha mostrato che il desametasone, un corticosteroide dagli effetti antinfiammatori e immunosoprressori, riduce la mortalità dei pazienti Covid-19 ventilati; un altro trial, il Remap-Cap, ha scoperto che le molecole che bloccano il recettore di una proteina chiave del sistema immunitario (la cosiddetta interleuchina-6, IL-6) possono ridurre la mortalità nei pazienti con forme gravi della malattia. Per queste ragioni, oggi i trattamenti a base di desametasone, da solo o in combinazione con gli inibitori del recettore IL-6, sono diventati lo standard terapeutico d’emergenza in molti paesi del mondo. Ma non è abbastanza: “Alcuni pazienti”, ha commentato a Nature Anthony Gordon, anestesista dello Imperial College di Londra, “restano malati anche dopo questi trattamenti”.

Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della sanità ha appena avviato un nuovo trial, Solidarity, che ha l’obiettivo di studiare ancora più a fondo l’efficacia dell’approccio antinfiammatorio a partire dai risultati promettenti osservati nei pazienti ospedalizzati. Il trial, in particolare, si concentrerà su tre molecole: l’infliximab, un farmaco usato per il trattamento di disturbi autoimmuni come il morbo di Crohn e l’artrite reumatoide, che funziona bloccando una proteina chiamata fattore di necrosi tumorale (TNF-α); l’imatinib, un antitumorale che – si spera – possa combattere sia l’infezione che l’infiammazione, bloccando l’infiltrazione del virus nelle cellule e riducendo l’attività delle citochine, proteine che promuovono l’infiammazione, ed evitare la fuoriuscita di fluidi dai vasi sanguigni che circondano i polmoni; l’artesunato, un antimalarico dai potenziali effetti antinfiammatori. Ciascuno di questi farmaci sarà somministrato insieme alle terapie standard, e i primi risultati del trial dovrebbero essere disponibili nei prossimi mesi.

Nel frattempo, anche Remap-Cap andrà avanti nelle sperimentazioni, testando un altro farmaco che si concentra sul Tnf-α e il namilumab, una molecola che potrebbe ridurre l’attività delle citochine. L’importante è stare attenti a non esagerare: il rovescio della medaglia dell’approccio del raffreddamento del sistema immunitario sta nel fatto che se si sopprime troppo la difesa dell’organismo i pazienti potrebbero diventare vulnerabili ad altre infezioni. I risultati dei trial ci aiuteranno a capirlo.

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