cronaca

Chaos Walking, se gli altri ascoltano i tuoi pensieri

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Su un altro pianeta gli uomini non possono nascondere quello che hanno in testa, le donne sì. È la premessa di un film di fantascienza che senza rinunciare all’azione parla di ruoli e stereotipi di genere

Ci ha messo molto tempo ad essere terminato Chaos Walking (e ora è su Prime Video), una lavorazione partita nel 2011 con una prima versione della sceneggiatura scritta da Charlie Kaufman (e visto il tema si può solo sognare che follia fosse) e poi passata attraverso molti problemi. Una prima versione del film insoddisfacente e nuove scene girate diversi mesi dopo la fine delle riprese per “aggiustarlo”. Una volta tanto però il risultato non è una coperta piena di toppe ma un film compatto per quanto, ovviamente, non proprio originalissimo. O meglio: lo scenario è molto originale è semmai il film che si svolge in quello scenario a non esserlo troppo.

La premessa è che una prima nave spaziale di colonizzazione di un pianeta molto simile alla Terra è atterrata e ha scoperto che lì, in quel nuovo pianeta, i pensieri degli uomini sono esposti. Qualsiasi cosa gli uomini pensino esce dalla loro testa e può essere sentita da tutti gli altri. Nel corso dei decenni trascorsi lì c’è stata una guerra con gli indigeni (che lo stesso vengono chiamati alieni) che ha portato alla morte di tutte le donne. Rimangono gli uomini, organizzati come ai tempi del West, che hanno elaborato modi per tentare di nascondersi a vicenda i propri pensieri. Il film si mette in moto quando un’altra nave spaziale arriva rocambolescamente sul pianeta e l’unica sopravvissuta è una ragazza. Una ragazza sola su un pianeta in cui nessuno vede una donna da quasi 30 anni.

Lei è Daisy Ridley, emersa con i nuovi Guerre stellari e qui irriconoscibile per il suo bene. Parrucca bionda e tuta da retrofuturo (un po’ anni ‘70 come design) finalmente funziona, è in palla, ha un personaggio che gestisce bene e che lei recita a metà tra Milla Jovovich di Il quinto elemento (con quel fare sempre spiazzato) e un’eroina contemporanea (molto più consapevole e piena di fiducia nelle proprie abilità). Lui, il ragazzo che la incontra e che chiaramente si innamora perché non ha mai visto una donna prima, è Tom Holland (il nuovo Uomo Ragno della Marvel). Loro due insieme non si incastrano bene e forse proprio per questo il film è intrigante. Perché il protagonista è proprio il prototipo del nuovo maschio cinematografico da blockbuster, non più sicuro e sbruffone, non più leader e alfa ma d’azione e al tempo stesso fragilissimo, sensibile e pronto ad affrontare i propri sentimenti.

La storia di Chaos Walking infatti è la grande allegoria del maschilismo tossico, in cui un ragazzo cresciuto in un mondo di uomini e convinto che sia normale aderire ad una certa idea di mascolinità (quella classica, che prevede di nascondere i propri sentimenti, ostentare durezza e cercare il conflitto fisico) scopre di essere ingabbiato in regole di gender che non fanno per lui e che invece aprirsi ai lati femminili di sé gli fa bene. Intorno a lui c’è un patriarca che gestisce la comunità con pugno fermo promuovendo quella visione (un eccezionale Mads Mikkelsen con pelliccione da pappone e sempre a cavallo), spalleggiato dal ministro della fede, anch’egli indirizzato a promuovere quella visione di mondo. Tutto molto pedissequo e facile da mettere in relazione alla nostra realtà, ma l’avevamo scritto all’inizio che non è il film ad essere originale quanto lo spunto.

L’idea di mettere insieme un ragazzo e una ragazza in fuga (ovviamente in fuga! Chaos Walking è tutto azione, decisioni da prendere e tensione verso la sopravvivenza) con lei che ascolta tutto quello che lui pensa e lui invece che non è abituato a non sapere cosa la persona accanto stia pensando, funziona. E sebbene l’idea al centro del film (e del romanzo del 2008 Chaos – La fuga, da cui è tratto) sia di raccontare la superiorità delle donne e come gli uomini vivano nella rabbia del sentirsi inferiori, accollando al maschio tutto il male per lasciare alle donne tutto il bene, lo stesso Chaos Walking poi rielabora le solite convenzioni del blockbuster moderno in maniera dinamica e convincente.

Siamo dalle parti di Maze Runner, Divergent e tutta la serie di film con protagonisti giovani, tratti da serie di romanzi, pensati per uno sfruttamento in serie. Anche qui infatti moltissimi punti sono solo accennati e il finale chiude un’avventura, non certo tutto lo spettro delle possibilità per storie future. Per quanto la sua allegoria della versione più tossica del maschilismo sia abbastanza chiara ed evidente bisogna ammettere che Chaos Walking sa intrattenere e rispetto ai suoi simili ha una bella idea di azione e western. Perché Doug Liman (e Fede Alvarez che ha girato le scene aggiuntive) immagina questo nuovo mondo come la frontiera americana di fine ‘800, una terra di nessuno con i nativi a fare gli indiani (nemico lontano e spacciato come pericoloso) e gli uomini a voler dominare un contesto in cui non esistono le forze dell’ordine o la giustizia, solo la legge del più forte.

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