cronaca

Che fine ha fatto la startup che vuole farti guadagnare con i tuoi dati personali

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Weople promette agli iscritti di monetizzare i dati personali richiesti alle altre aziende grazie alla portabilità prevista dal Gdpr. Ma il progetto si è rivelato più complicato del previsto

Cassaforte in un museo di Milwaukee (foto di Raymond Boyd/Michael Ochs Archives/Getty Images)
Cassaforte in un museo di Milwaukee (foto di Raymond Boyd/Michael Ochs Archives/Getty Images)

Tra il dire e il fare, recita l’adagio popolare, c’è di mezzo il mare. Nel caso di una piccola startup milanese, Hoda srl, il Gdpr. O meglio, la sua interpretazione. Due anni fa la società ha lanciato un servizio per monetizzare i dati personali, Weople, basato sul principio della portabilità delle informazioni, che il Regolamento europeo sulla privacy riconosce all’articolo 20. In sostanza Weople chiede ai suoi utenti un mandato per reclamare i dati che altre aziende hanno raccolto su di loro (per esempio, una piattaforma o un supermercato), per poi archiviarli in un portafoglio digitale. A quel punto gli iscritti possono usare il tesoretto come meglio credono, monetizzandolo.

Come una banca, parallelo a cui spesso ricorre il fondatore, Silvio Siliprandi, ex amministratore delegato del centro studi Gfk Eurisko, Weople adopera i dati depositati sui suoi conti per sviluppare servizi data-driven, remunerando i “correntisti”. Per Siliprandi, presidente e ad di Hoda, in questo modo si bilanciano i rapporti di forza tra i consumatori e le grandi aziende, che attraverso i dati di quegli stessi consumatori si arricchiscono.

Cosa dicono i Garanti

Applicare questa formula, tuttavia, si è rivelato per Weople più complicato del previsto. Tant’è che ci sono voluti circa due anni per allineare i pianeti delle autorità chiamate in causa dall’attività della srl. Partiamo dal Garante della concorrenza e del mercato (Agcm). Il semaforo verde è arrivato lo scorso ottobre. “Non risultano, allo stato, emergere elementi di fatto e di diritto sufficienti a giustificare ulteriori accertamenti”, si legge nella comunicazione pubblicata da Weople, in risposta ai ricorsi delle aziende che non volevano collaborare con la startup. Qualche mese prima, invece, l’Autorità garante per la protezione dei dati personali ha ritirato la richiesta di un’opinione sul tema da parte del Consiglio europeo dei garanti (Edpb).

Il coinvolgimento risale al 2019 (e al precedente collegio, al timone Antonello Soro), quando sulle scrivanie di piazza Venezia arrivano ricorsi sull’attività di Weople da parte di alcune aziende che non sanno come comportarsi con la srl: devono consegnare i dati come chiede o meno? Allora si giudica il caso come rilevante a livello europeo, proprio perché investe uno dei principi fondamentali del Gdpr. Ma la pratica non va avanti. Il nuovo collegio del Garante, guidato da Pasquale Stanzione, avoca a sé la decisione e, a quanto risulta a Wired, l’istruttoria è in fase avanzata.

Doppio assist

Siliprandi è ottimista. Da un lato, fa riferimento a un parere del Garante europeo della privacy (Edps), datata giugno 2020. Si legge che alcuni sistemi di gestione dei dati personalipotrebbero essere visti come motori per la portabilità dei dati”, purché semplici da usare, trasparente e incentrati sul rafforzamento dei diritti individuali. Così come “meritano considerazione, ulteriore ricerca e reale sostegno, poiché contribuiscono a un uso dei dati sostenibile ed etico”, alcuni tipi di intermediari. Nello specifico, quelli che vogliono restituire agli iscritti il controllo delle loro informazioni, a dispetto dei data broker che, al contrario, fanno pesca a strascico di informazioni pur di profilare sempre più nel dettaglio gli utenti.

Dall’altro Weople si fa forte di una menzione nell’indagine conoscitiva sui big data, condotta in Italia dai garanti per la privacy, la concorrenza e le comunicazioni. Si legge che iniziative del genere potrebbero rafforzare il potere contrattuale dei cittadini, perché “in grado di superare in parte le descritte limitazioni derivanti dall’attuale disciplina del diritto alla portabilità dei dati, in termini di contribuzione alla costruzione di una consapevolezza da parte degli utenti circa il valore economico dei loro dati personali, grazie all’ottenimento di una remunerazione per l’utilizzo di tali dati da parte di soggetti terzi”.

Il muro delle aziende

D’altronde il Gdpr si fonda non solo sull’idea di tutelare i dati personali, ma anche di garantirne la libera circolazione, sia in favore dei diretti interessati, sia della concorrenza tra imprese. In questo spazio si vuole inserire Weople, che oggi dichiara di avere 50mila iscritti ma, complice l’istruttoria del Garante, non lavora a pieno regime. Non tutte le porte a cui bussa, su mandato dei suoi utenti, si aprono. Decathlon, per esempio, ha fatto sapere a Wired di rimettersi alla posizione del Garante, che, tuttavia, è ancora in fase di formazione. Alleanza 3.0, la più grande cooperativa in Italia, fa sapere di aver fatto circolare tra i suoi 2,3 milioni di soci l’offerta di Weople, alla quale hanno aderito in 300, e che i rapporti si sono interrotti.

Siliprandi invece tiene a precisare che l’azienda è viva e vegeta, ma che sul fronte della portabilità del dato ha le mani legati dallo stato di incertezza. Motivo per cui finora non ha remunerato gli utenti che hanno archiviato i dati nelle cassette di sicurezza dell’app, come promesso. In compenso quest’anno, spiega l’ad, l’azienda ha avviato i primi contratti per servizi di marketing e comunicazione, basata sull’elaborazione in forma aggregata e anonima. Oltre a Weople la startup ha sviluppato Lifekosmos, un panel per ricerche di mercato, e Dotconn, una piattaforma che connette i dati della app a quelli di altri database e genera caratterizzazioni e segmenti degli utenti. Tra i clienti le concessionarie Publitalia e Rai Pubblicità, il colosso nazionale dell’energia Eni, le agenzie internazionali di pubblicità Havas Media e Publicis. Nel 2021 l’ex numero uno di Gfk Eurisko punta a raggiungere il breakeven.

Il giro d’affari e la concorrenza

L’ultimo bilancio depositato, datato 2019, segna una perdita d’esercizio di 1,6 milioni di euro, a fronte di un valore della produzione di 871mila euro. Nel complesso il passivo iscritto di Hoda, controllata da Siliprandi con la maggioranza del capitale versato e le azioni in pegno da Cooptech scarl, società consortile della galassia cooperativa, supera i 4 milioni. Nella nota integrativa si spiega che proprio i ricorsi al Garante hanno portato a “una diminuzione dell’afflusso dei dati” e, di conseguenza, alla necessità di ripensare il mix tra i vari business dell’azienda. Il che spiega l’attesa sul verdetto del Garante della privacy.

Le grandi aziende guardano con circospezione all’attività di Weople. “Per noi il tema è ancora aperto ed è stato portato all’attenzione delle autorità competenti sia a livello nazionale che europeo”, spiegano da Federdistribuzione, l’associazione delle catene di distribuzione che nel 2019 si è fatta portavoce delle istanze dei suoi iscritti contro Weople. E aggiungono: “Non sono ancora chiare le regole di gestione della portabilità dei dati che, se applicata in modo distorto rispetto all’obiettivo della norma, può avere ripercussioni sul rispetto della privacy ed effetti anticoncorrenziali. Occorre considerare infatti il patrimonio che questi dati rappresentano per le imprese, da trattare come parte integrante e fondamentale degli asset aziendali”.

In verità sul fronte antitrust il verdetto dell’Agcm recita il contrario. E anche il documento congiunto con Garante privacy e Autorità delle comunicazioni lascia intendere un’apertura a operatori come Hoda. Il timore di molte grandi imprese è che il caso di Weople crei un precedente, che poi farà accodare fuori dalla loro porta decine di intermediari, anche più strutturati, pronti a richiedere la portabilità dei dati per i propri assistiti. Tuttavia è un finale tutt’altro che inatteso, anzi. Il Gdpr vuole andare proprio in quella direzione, come già tre anni fa spiegava a Wired Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente dell’università Bocconi di Milano: il regolamento “crea un mercato dei dati trasparente ed efficiente. I dati diventano negoziabili” e da “illiquidi liquidi, finalizzati e scambiabili”. Dura lex, sed lex.

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