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Ci sono ancora tanti nodi da sciogliere sul green pass europeo (e poco tempo per farlo)

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Il 10 maggio via ai primi test tecnici per il certificato che attesta vaccinazioni, test e guarigione da Covid-19. Ma per attivarlo in estate, occorre trovare un’intesa politica tra gli Stati

Il green pass europeo
Il green pass europeo

I prossimi due mesi saranno decisivi per capire se il green pass europeo, la carta verde per tornare a muoversi senza troppe restrizioni nei paesi dell’Unione, riuscirà nell’intento o finirà a lastricare la via delle buone intenzioni. Il certificato che dovrà attestare alle frontiere l’avvenuta vaccinazione, la guarigione dal coronavirus o il risultato negativo a un tampone molecolare effettuato nelle 48 o 72 ore precedenti al viaggio, fortemente voluto dalla Commissione in vista della stagione estiva, ha due test davanti a sé: uno tecnico e uno politico.

Il primo partirà il 10 maggio. Un gruppo di 15 Stati dell’Unione, tra cui Francia, Italia, Germania ed Estonia (prima a presentare un modello di green pass), sperimenterà la rete per lo scambio di informazioni tra i 27, più Islanda, Norvegia e Liechtenstein, messa a punto dalla Commissione (il gateaway). Un’infrastruttura pensata per far circolare i dati senza moltiplicare o centralizzare gli archivi. Il test non coinvolgerà i cittadini.

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Come funziona il green pass

In sintesi, quando un cittadino è sottoposto a un controllo del certificato Eu Covid-19, come è stato ribattezzato dopo l’ok del Parlamento europeo, mostra il green pass, sia in forma cartacea sia digitale. Il documento riporta alcune informazioni: dati personali; tipo di vaccino o di test, data e luogo; identificativi del certificato e dell’autorità sanitaria che lo ha rilasciato. Per verificare che non sia un falso, ha un qr code che le autorità locali scansionano con una app dedicata.

Questa verifica non comporta il download di informazioni personali, spiegano da Bruxelles, ma solo di una chiave pubblica che si connette, attraverso il gateaway installato nel data center della Commissione in Lussemburgo, ai singoli database nazionali. Ovvero agli archivi, dove, al momento della vaccinazione o del test, sono collocate tutte le informazioni che il pass riporta. Se c’è corrispondenza, si accende luce verde. Viceversa il pass non è valido e vengono adottate le restrizioni sanitarie locali del caso.

Il green pass europeo
Il green pass europeo

Il modello “contact tracing”

Il gateaway del certificato Eu Covid-19 ricalca quello delle app di contact tracing. Il copione è lo stesso di un anno fa. Per non frenare i viaggi estivi e dare ossigeno all’industria del turismo in crisi nera, la Commissione vuole mettere in rete le informazioni in mano ai singoli paesi per controllare la diffusione della pandemia. La scorsa estate l’idea era di allertare immediatamente chi si fosse trovato a contatto nei quattordici giorni precedenti con una persona risultata poi positiva al tampone. Una strategia che teoricamente è ancora in piedi, salvo lo scarso impegno di alcuni Stati, tra cui l’Italia, nel tracciamento dei contatti e la tiepida acoglienza da parte della cittadinanza.

Quest’anno invece, pur con una campagna di vaccinazioni che viaggi a strappi, l’idea è di consentire a chi ha le carte in regola di non doversi sottoporre a quarantene o altre restrizioni che ostacolano i viaggi. E proprio sull’aspirazione ad andare in vacanza all’estero fanno affidamento a Bruxelles perché la fiducia nel green pass sia più diffusa.

L’esame tecnico

Dopo la prima infornata di test, alla fine di maggio un altro manipolo di Stati, tra cui Portogallo, Irlanda e Danimarca, sperimenterà la rete. Mentre a giugno saliranni direttamente a bordo del sistema, ormai si spera rodato e oliato, Belgio, Slovacchia, Ungheria, Norvegia e Liechtenstein. La data cerchiata sul calendario è il 1 giugno, entro quando la Commissione vuole raggiungere la piena operatività dei sistemi di interscambio. Mentre entro il 30 giugno gli Stati devono rilasciare i certificati. Sono in corso contatti anche con altri paesi, come la Svizzera e il Regno Unito, per consentire l’interoperabilità dei rispettivi green pass.

Bruxelles ha affidato alla multinazionale informatica Sap e a T-System, braccio operativo in ambito software della compagnia telefonica tedesca Deutsche Telekom, il compito di sviluppare i modelli base per il certificato digitale, la app per conservarlo sullo smartphone e quella per controllarlo. Sono a disposizione su Github degli Stati, che possono accedere anche a un finanziamento da un milione di euro dalla Commissione per l’assistenza tecnica. Nel complesso il budget per il progetto è di 45 milioni (15 per il solo gateaway).

La app di verifica del green pass
La app di verifica del green pass

I nodi politici

Gli esami tecnici, tuttavia, non sono i soli che il green pass europeo deve sostenere. È il braccio di ferro politico la partita più delicata. Ancora una volta si ripete la storia delle app di contact tracing. Che se hanno funzionato a livello tecnico, sono state affossate dagli indirizzi decisionali delle singole cancellerie.

Per il green pass la situazione si prospetta ancora più complessa. I paesi si stanno muovendo in ordine sparso e la Commissione non ha intenzione di serrare i ranghi. Ciascuno Stato potrà decidere a che app abbinare il green pass (in Italia il compito è affidato a Sogei, società in-house del ministero delle Finanze per l’informatica), se svilupparne una nuova, se includerlo in una già esistente per servizi pubblici, se sfruttare i modelli già offerti da Sap o T-System o fare in proprio. L’unica cosa che devono assicurare è che sia rilasciate e accettate sia le copie digitali, sia quelle cartacee, per venire incontro a chi potrebbe non avere uno smartphone (bambini e anziani).

Gli Stati, poi, sono liberi di mantenere comunque in vigore misure restrittive anche per chi esibisce il pass verde. Devono solo informare prima la Commissione e le altre cancellerie. Per esempio, a un viaggiatore potrebbe essere richiesto di fare un tampone mentre si trova in vacanza, dopo che è scaduta la validità di quello con cui ha varcato i confini. Per questo il Parlamento europeo chiede che siano assicurati test gratuiti e in grande quantità, per non tagliare fuori le fasce più deboli della popolazione. Gli eurodeputati hanno anche votato per rilasciare il certificato solo a chi si è sottoposto a vaccini approvati dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), escludendo così il russo Sputnik V e il cinese Sinopharm adottati in Ungheria.

I punti interrogativi

La negoziazione tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento è in salita. Gli Stati vogliono mantenere margini di manovra, mentre l’assemblea spinge per una linea univoca e Bruxelles, come ricorda David Carretta su Il Foglio, pende per i primi. Se la questione privacy, sollevata dal Parlamento, è risolta dall’architettura del gateaway, che non manda in giro dati personali, e dal fatto che il certificato è a tutti gli effetti un documento che deve identificare una persona (a differenza dell’app di contact tracing, che doveva preservare l’anonimato), restano irrisolti nodi come la durata della copertura vaccinale (e di conseguenza del green pass), le misure per i minori, la validità dei test molecolari e le finestre temporali entro cui vanno effettuati prima di partire (48 o 72 ore). La Commissione conta con questa negoziazione di appianare le divergenze e uniformare la linea di azione, ma il risultato non è scontato.

In Italia il tentativo del governo di introdurre dei pass verdi per muoversi tra le Regioni è stato bloccato dal Garante per la protezione dei dati personali, che ha messo nero su bianco in una puntuta lettera i crucci sulla misura stessa e le rimostranze per non essere stato interpellato, come prevede il Regolamento generale per la protezione dei dati (Gdpr). E dopo pochi giorni ha dovuto riprendere carta e penna per mettersi di traverso all’iniziativa di un documento simile adottato dal solo Alto Adige.

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