Circonomia, presentato il primo rapporto sulle legislazioni contro il greenwashing

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A Circonomia, il festival internazionale dell’economia circolare e della transizione ecologica che quest’anno si tiene dall’11 maggio al 24 settembre 2022, è stato presentato il dossier sulle legislazioni anti greenwashing di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e USA. I dati analizzano anche il contesto sovranazionale, a partire da Nazioni Unite e Unione Europea.
Da quando la sostenibilità è diventata un elemento sempre più centrale nella strategia delle imprese, molti Paesi Paesi si sono dotati di strategie o legislazioni per arginare il fenomeno dell’ecologismo di facciata. Per questo motivo, “sconfiggere il greenwashing è un passaggio obbligato per dare senso, futuro e piena efficacia all’idea stessa della transizione ecologica. Smascherare questa pratica, spesso basata su vere e proprie fake-news, conviene non solo a cittadini, consumatori ed ecologisti, ma anche e soprattutto alle imprese che sono realmente eco-friendly”, ha dichiarato Francesco Ferrante di Circonomia.

Di greenwashing The Map Report aveva parlato anche con Luisa Crisigiovanni, ex segretario generale di Altroconsumo: “Dalle nostre indagini emerge che sul mercato vengono utilizzate troppe affermazioni ecologiche, molte delle quali prive di fondamento, fuorvianti o disoneste. Tutti si dichiarano sostenibili e questo crea confusione, rumore di fondo che rende difficile per i consumatori identificare prodotti e servizi sostenibili per davvero. Dovrebbe esserci maggior controllo da parte dell’autorità di vigilanza per mettere fuori mercato e per sanzionare le affermazioni ecologiche che non possono essere comprovate da fatti. É proprio questo, infatti, che impedisce di fare delle scelte che vadano a premiare i produttori che innovano per davvero i processi e i prodotti”.

In Europa
Il report di Circonomia illustra alcuni casi di Paesi europei che stanno elaborando le proprie legislazioni contro il greenwashing.
In Germania, l’Ufficio federale di vigilanza dei servizi finanziari tedesco ha presentato le proprie linee guida, ma questo non tutela i cittadini dalla pubblicità ingannevole. Ne è un esempio il caso di Adidas, che nel 2021 ha pubblicizzato le proprie scarpe Stan Smith (riciclabili solo al 50%) con lo slogan:“Always iconic. Now more sustainable”.
La Francia lo scorso luglio ha adottato la “Legge sul clima e sulla resilienza”, che contiene misure più accurate per la difesa dal greenwashing, ma anche qui ci sono stati casi emblematici, come le banche impegnate in investimenti su fonti fossili che si sono pubblicamente presentate come green.
Nel Regno Unito le legislazioni contro il greenwashing hanno visto l’impegno della Competition and Market Authority (CMA) e del Committee of Advertising Pratice, che insieme hanno stabilito una regolamentazione pubblicitaria particolarmente vincolante su temi e sfide ambientali.
In Italia
Dal 2014 l’Istituto Autodisciplina Pubblicitaria ha introdotto una serie di regole volte a ottenere una comunicazione corretta sulla tutela ambientale. Uno dei problemi principali è l’assenza di standard uniformi volti a sostanziare le regole.
É ciò che è accaduto, per esempio, con i prodotti in plastica. Da quando è entrata in vigore la Direttiva Single Use Plastic (SUP), nel nostro Paese e negli altri stati membri è vietata l’immissione sul mercato di prodotti in plastica monouso: molte aziende si sono adeguate, ma alcune lo hanno fatto solo a parole.
Così sono apparsi sugli scaffali di diversi supermercati dei prodotti di svariati marchi che propongono il claim “riutilizzabile”, malgrado molti di essi non ne presentino alcuna caratteristica reale e non siano certamente al 100% in materiale biodegradabile e compostabile. A trarre in inganno i consumatori, non sono solo le false affermazioni “sostenibili”, ma anche il prezzo spesso inferiore ai prodotti realizzati completamente con materiale bioplastico.
Negli USA
Proprio in questi giorni la Sec (l’autorità di vigilanza della Borsa degli Stati Uniti) ha emanato una prima bozza di linee guida per definire le informazioni che i fondi d’investimento devono fornire quando qualificano le loro offerte con termini quali “Esg”, “sostenibile” o “low-carbon”.
Il rischio di greenwashing riguarda, infatti, anche la finanza: molte aziende quotate si rifanno a dichiarazioni ambigue rispetto ai criteri ESG. A partire da questo dato l’ESMA (Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) ha elaborato una definizione più accurata di tali criteri, per garantire il fatto che i fondi che si dichiarano green lo siano realmente. La minaccia di greenwashing riguarda infatti anche l’espansione dei Green Bond, per il quali la Commissione UE ha stabilito l’European Green Bond Standard (EUGBS).
Uno dei casi che ha fatto più scalpore era quello del fondo DWS della Deutsche Bank, accusata di aver gonfiato le performance ESG di una serie di investimenti presentate ai clienti come sostenibili: lo ha svelato un’inchiesta condotta dalla Securities and Exchange Commission e la BaFin, l’autorità federale per la supervisione del settore finanziario tedesco.

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