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Come aiutare le donne afghane: una guida pratica

Donne a Kabul, in Afghanistan
(foto: Paula Bronstein/Getty Images)

In Afghanistan è in corso una grave crisi umanitaria dopo il ritorno violento al potere dei talebani. In questi giorni a Kabul abbiamo visto episodi di caos e scene strazianti di persone che cercano in ogni modo di lasciare il paese, anche attaccandosi agli aerei o gettando letteralmente i propri bambini in braccio ai militari in partenza.

Mentre i più fortunati riescono a essere evacuati, in molti sono costretti a nascondersi. Le promesse dei talebani di non condurre rappresaglie si stanno già sgretolando di fronte alle notizie che arrivano da Kabul di ricerche casa per casa per trovare chi ha collaborato con gli occidentali negli ultimi vent’anni.

A temere la violenza del gruppo islamista e la stretta applicazione della sharia, la legge islamica, sono anche tantissime donne che, soprattutto nelle città – e a Kabul in particolare – in questi anni hanno faticosamente studiato, lavorato, fatto impresa e si sono emancipate. Con tutta la probabilità non potranno più farlo e saranno in pericolo di severe pene.

Molte donne afghane sono già in difficoltà. Secondo Shabia Mantoo, portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’80% delle quasi 250.000 persone in Afghanistan che sono state costrette a fuggire dalle proprie case dalla fine di maggio sono donne e bambini.

Per chi volesse contribuire a sostenere le donne afghane, c’è la possibilità di farlo soprattutto donando ad alcune associazioni che operano nel Paese.

Si può fare una donazione a Pangea Onlus, un’organizzazione italiana che lavora dal 2003 in Afghanistan aiutando donne povere nell’alfabetizzazione e fornendo loro anche microcrediti per iniziare un lavoro in proprio. Nei giorni scorsi ha raccontato bene sui social della difficoltà che la sua squadra a Kabul sta incontrando e dei problemi che dovrà affrontare prossimamente. Maggiori informazioni su come aiutare si trovano sul suo sito.

Un’altra associazione italiana è Nove Onlus, con sede a Roma, ma che lavora in Afghanistan dal 2012. Sta collaborando all’apertura di un corridoio umanitario per far rientrare in sicurezza le persone maggiormente a rischio e le donne più esposte. Nove ha predisposto un programma di emergenza, da attivare appena possibile per la popolazione, con priorità agli sfollati privi di cibo, acqua e alloggio. Accetta donazioni qui.

Women for Women International è un’organizzazione umanitaria senza scopo di lucro che fornisce supporto alle donne sopravvissute alla guerra, ha twittato che stanno raccogliendo donazioni per aiutare le donne a trovare luoghi sicuri per incontrarsi e modi per rimanere in contatto.

Afghanaid è un ente di beneficenza britannico per lo sviluppo che assiste da quasi quarant’anni milioni di famiglie svantaggiate ed escluse in alcune delle comunità più povere e remote dell’Afghanistan. Hanno istituito una campagna per raccogliere fondi per l’emergenza umanitaria di questi giorni.

Un progetto leggermente diverso ma ugualmente importante è Rukshana Media, un’organizzazione di notizie gestita da donne che prende il nome da una ragazza lapidata a morte dai talebani. Ha coperto l’invasione talebana fornendo notizie affidabili. Le si può sostenere qui.

Women for Afghan Women, secondo quanto riporta il loro sito, è  la più grande associazione di donne in Afghanistan. Anche loro raccolgono donazioni per continuare a lavorare nel Paese.

Si possono anche sostenere organizzazioni più grandi e che da tempo aiutano nei teatri delle crisi umanitarie come Unicef, Emergency e il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Inoltre, può essere utile fare pressioni, come singoli o tramite associazioni, sui politici a tutti i livelli per un la creazione di corridoi umanitari e un aumento del numero dei rifugiati accolti. Adep sta dando sostegno legale agli afghani che vogliono chiedere asilo all’estero. L’organizzazione ha condiviso un documento con i requisiti e i percorsi per trasferirsi negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada. Qui invece si può firmare una petizione su Change.org che ha l’obiettivo di raggiungere le 500.000 persone.

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