cronaca

Come funziona la tassa minima sulle multinazionali proposta dal G7

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Raggiunto un accordo tra i ministri delle Finanze per applicare un’aliquota minima comune a livello globale alle multinazionali

Aumenti_tasse

Qualcuno è arrivato a paragonare a un terremoto il patto raggiunto tra le sette maggiori potenze mondiali al G7 dei ministri delle Finanze a Londra sulla riforma fiscale globale, che prevede una tassa minima mondiale sulle multinazionali, tecnologiche ma non solo. La riforma si basa su due principi che puntano a fare in modo che le corporation paghino la “giusta quota di tasse” nel paese in cui operano, a fronte delle sfide poste da un’economia sempre più globalizzata e digitale.

Il primo stabilisce un’aliquota minima globale “di almeno il 15%” a carico di tutte le multinazionali, che verrebbe messa in atto su base paritaria paese per paese, per evitare il fenomeno dell’elusione nei paradisi fiscali e stabilire un comune terreno di gioco, evitando la competizione fiscale tra stati. Il secondo è un po’ più articolato e riguarda le compagnie più grandi, ossia quelle con un margine di profitto superiore al 10% che non pagheranno le tasse solo nei paesi dove hanno la sede legale, ma anche dove svolgono effettivamente le attività. Qualsiasi ricavo eccedente al margine del 10% verrebbe quindi ricollocato e sottoposto a tassazione “di almeno 20%” nei paesi in cui operano.

“Forniremo l’appropriato coordinamento tra l’applicazione delle nuove regole fiscali e la rimozione di tutte le tasse sul servizio digitale e altre misure simili, su tutte le compagnie”, spiega il comunicato del G7, pubblicato dal dipartimento del Tesoro americano. A questo proposito, la web tax italiana appena riscossa dall’Erario ha avuto una resa al di sotto delle aspettative con un gettito di 233 milioni di euro contro i 700 milioni previsti. Ora la riforma globale così studiata dovrà essere proposta al consesso del G20 (il 9-11 luglio a Venezia) per trovare effettiva applicazione e in seguito definire i dettagli.

L’Osservatorio fiscale dell’Unione europea, un laboratorio indipendente di ricerca ospitato dalla Scuola di Economia di Parigi, ha già calcolato in 2,7 miliardi il gettito che l’Italia potrebbe riscuotere adottando la minimum tax del 15% sulle proprie multinazionali, nello scenario in cui questa tassa fosse adottata a livello mondiale. Allo stesso modo, un vicino come la Francia dovrebbe raccogliere 4,3 miliardi di euro, la Germania 5,7 miliardi di euro e l’Unione europea in totale 48,3 miliardi di euro.

Tale imposizione darebbe il diritto (o imporrebbe) ai paesi di origine delle aziende di colmare il gap di tassazione corrisposta da ciascuna multinazionale nei paesi esteri in cui opera, livellando il contributo fiscale richiesto in ciascun paese. Il 15% è di per sé frutto di una lunga trattativa in seno all’Ocse, in cui non tutti i paesi si sono mostrati entusiasti della misura. Più moderati paesi come l’Irlanda, che applicando il 12,5% ha attirato le sedi europee di diverse multinazionali (Dublino dovrebbe raccogliere 7,2 miliardi di euro), mentre gli Stati Uniti proponevano aliquote più alte, con proposte del 21 o 25%, salvo poi sbloccare lo stallo atterrando sul 15%.

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