come-prevenire-la-trasmissione-aerea-del-coronavirus-al-chiuso,-secondo-gli-ultimi-studi

Come prevenire la trasmissione aerea del coronavirus al chiuso, secondo gli ultimi studi

trasmissione_aerea
(foto: Simon Karemann/Unsplash)

Con l’arrivo di settembre e poi dell’autunno, sempre più spesso le persone abbandonano le abitudini estive dello stare all’aria aperta e riprendono a frequentare prevalentemente spazi chiusi, il più delle volte condivisi con altre persone. Dall’ufficio al ristorante, passando per cinema, negozi, aule scolastiche, palestre, case di amici e sale riunioni, sono molte le situazioni in cui occorrerà continuare a fare attenzione per limitare quanto più possibile il passaggio del nuovo coronavirus e delle sue varianti da persona a persona. A cominciare dalla trasmissione aerea, che come noto fin dall’inizio della pandemia rappresenta il principale canale di diffusione virale.

Mai come negli ultimi mesi la comunità scientifica ha lavorato – oltre che su tutti gli altri fronti legati a Covid-19, vaccini inclusi – per capire meglio la dinamica di trasmissione virale via aria, mettendo insieme tutto quello che sappiamo finora e ricavandone alcune conclusioni utili pure all’atto pratico. A metterle nero su bianco è stato un gruppo di ricerca intercontinentale con autorevoli scienziati da Cina, Stati Uniti e Israele, e il paper scientifico che ne è derivato è stato pubblicato proprio a fine agosto dalla rivista Science.

I droplet sono rilevanti solo a brevissima distanza

Che non siano solo le piccole goccioline di saliva che abbiamo imparato a chiamare droplet, ma anche l’aerosol di finissime sospensioni, a rappresentare un vettore di contagio del Sars-Cov-2 non suona certo come una novità. Ma forse i droplet sono stati comunque fin qui sopravvalutati. Se intendiamo con questa parola quelle gocce di grandezza visibile anche a occhio nudo (per convenzione, da un diametro di un decimo di millimetro in su) che possono essere proiettate al di fuori della bocca e cadono a terra per gravità, allora la loro rilevanza in termini di distanza diminuisce ben presto.

Fatti salvi i casi di starnuti, canti o urla particolarmente violente, i droplet possono avere una gittata tra 1,5 e 2 metri, ma di fatto viaggiano a un’altezza tale da poter contagiare chi si ha di fronte per una ventina di centimetri appena. Salvo contatti davvero strettissimi o superfici contaminate da quantità rilevanti di carica virale, insomma, non sarebbero queste gocce più macroscopiche a veicolare il coronavirus e a infettare.

La mascherina resta fondamentale

Ciò non significa affatto che la mascherina sia inutile, al contrario: oltre a fermare i droplet più grandi, il tessuto davanti a naso e bocca può bloccare pure molte delle goccioline più fini, ossia quelle che poi restano in sospensione nell’aria a lungo e più facilmente costituiscono il mezzo di trasporto su cui il Sars-Cov-2 viaggia.

Tuttavia, la mascherina e il distanziamento negli spazi al chiuso possono non bastare, poiché le particelle grandi un millesimo di millimetro (un micron) o anche meno sono in grado di infettare pure a distanza, sia nel tempo sia per persone che si trovino lontane ma nello stesso spazio chiuso. Peraltro, come gli stessi autori della pubblicazione hanno ribadito, l’aerosol più fine è anche quello che mediamente penetra di più nelle vie aeree, rappresentando un’occasione di contagio più che rilevante.

aerosol
La zona di deposito dei droplet nell’apparato respiratorio a seconda della loro dimensione (grafico: Science)

Cosa si può fare a livello individuale

Al di là delle solite precauzioni – indossare una mascherina e mantenere un minimo di distanziamento fisico – gli scienziati hanno insistito su due fronti: tipologia di mascherina e modi di portarla. Sulla tipologia, come ovvio, i nuovi dati confermano che una Ffp2 risulta più protettiva di una chirurgica, non tanto per i droplet (che sono ben schermati in tutti i casi) ma soprattutto per le particelle fini di qualche micron di diametro, adeguatamente filtrate dalle Ffp2 ma contenuti solo al 50% dalle mascherine chirurgiche.

E se la scelta tra chirurgiche e Ffp2 a volte è dettata anche da altre questioni non strettamente sanitarie, come la praticità d’uso e il costo, in tutti i casi è però stata ribadita l’importanza di indossare le mascherine con grande attenzione. Riguardo l’aerosol, infatti, la mascherina non agisce solo come uno schermo ma anche come un filtro per l’aria che inspiriamo (molto più efficiente per le Ffp2, come noto), e ridurre al minimo i flussi d’aria che passano nelle fessure e negli spazi non ben coperti può fare la differenza.

Infine, l’ultima precauzione suggerita a livello individuale è di riflettere sempre se restare o meno in un certo spazio chiuso condiviso con altre persone, allontanandosi se si ritiene che la situazione non sia gestita in sicurezza. Più che il numero in sé o la densità di persone nella stanza (salvo casi eclatanti), a meritare l’attenzione dovrebbero essere le caratteristiche di ventilazione e di ricircolo dell’aria, perché – come vedremo qui sotto – sono quelle che la scienza ci dice essere davvero decisive.

Cosa si può fare, per chi gestisce uno spazio

Limitare l’accesso agli spazi permettendolo solo a chi possiede il green pass (dove previsto) ed è asintomatico, vigilare sull’utilizzo corretto delle mascherine e sul mantenimento delle distanze fisiche sono ovviamente le indicazioni a priori, nemmeno citate dal nuovo studio di Science. Un aspetto invece decisivo e per il quale abbiamo evidenze scientifiche è il sistema di ventilazione. Ma come quantificare se la ventilazione è adeguata o meno? Secondo gli autori della ricerca, un modo più che soddisfacente è di sfruttare come misura indiretta quella fornita dai classici e già molto diffusi sensori per la concentrazione di anidride carbonica.

Di fatto la quantità di CO2 presente in una stanza è un indicatore di quanto c’è stata espirazione da parte delle persone che si trovano all’interno, e dunque quando il livello di anidride carbonica sale è molto probabile si stia alzando anche la concentrazione di aerosol, potenzialmente veicolo del virus. Se la CO2 supera le 2mila parti per milione vuol dire che la ventilazione è nettamente inadeguata, e il livello ideale indicato dagli scienziati è tra le 700 e le 800 parti per milione, ossia un valore molto basso e segno di un ottimo ricambio d’aria.

Per chi ha impianti in grado di svolgere calcoli di questo genere, una adeguata ventilazione del locale dovrebbe corrispondere ad almeno 4 (e fino a 6) ricambi completi dell’aria della stanza ogni ora, ossia a un flusso orario d’aria pari a 4-6 volte il volume dello spazio chiuso in questione. Naturalmente l’effetto è ulteriormente aumentato dalla presenza di sistemi di filtraggio, purificazione ed eventualmente disinfezione dell’aria. Mentre dall’altro lato stanno i sistemi di ricircolo: a meno che non siano dotati di un sistema efficiente di pulizia dell’aria, gli impianti che si limitano a re-immettere la stessa aria nell’ambiente sono più un problema che un ausilio, dato che favoriscono la diffusione dell’aerosol su tutto lo spazio.

Tipo di ventilazione e forma della stanza

Anche se non conosciamo ancora in dettaglio il tempo di sopravvivenza del Sars-Cov-2 su aerosol e goccioline di diversa dimensione, in generale in uno spazio non adeguatamente ventilato l’aerosol tenderà ad accumularsi tanto più velocemente quante più persone sono presenti nella stanza, in proporzione alla grandezza dell’ambiente stesso. Per questa ragione gli spazi più piccoli come i mezzi pubblici o quelli più affollati sono considerati i più critici, e in generale il flusso d’aria minimo consigliato è di 10 litri d’aria al secondo per ogni persona presente all’interno.

Si tratta però di cifre indicative. Molto dipende, infatti, dalla precisa conformazione dello spazio chiuso, da dove sono posizionati i punti di scambio dell’aria con l’esterno e anche dal tipo di ventilazione che si utilizza, ossia se naturale o meccanica. Insieme a valutare i valori in sé dei flussi, infatti, è importante stabilire se ci siano delle parti dell’ambiente in cui l’aria tende a stagnare, e anche se la dinamica di circolazione dell’aria tende a fare accumulare aerosol e particelle in sospensione in punti specifici. Aspetti per nulla di dettaglio, ma che anzi potrebbero essere rilevanti tanto quanto la mascherina per il contenimento della diffusione del virus in tutti gli ambienti chiusi.

The post Come prevenire la trasmissione aerea del coronavirus al chiuso, secondo gli ultimi studi appeared first on Wired.

%d bloggers like this: