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Come si è chiusa la Pre-Cop26 a Milano

Roberto Cingolani (sinistra) e Alok Sharma (foto: Antonio Piemontese)

C’è l’accordo dei grandi, ma trovare la quadratura del cerchio sarà difficile: il pre-Cop 26 che si è chiuso a Milano può essere considerato il primo esame di realtà dopo il letargo durato due anni di Covid-19. E svegliarsi, a volte,  non è piacevole. Nell’ultimo biennio la consapevolezza climatica è esplosa tra le nazioni sviluppate e le nuove generazioni. Sogni che, però, oggi si scontrano con la realtà dei consessi internazionali, i loro riti e dinamiche.

Ma, soprattutto, con il fatto che la transizione ecologica necessita di tempi e modalità differenti per ognuno dei quasi duecento paesi sul planisfero. Richiede fondi, consapevolezza, una visione non appiattita sul presente.

Vertice preparatorio

L’Italia ha supportato il Regno Unito organizzando la settimana di lavori che apre un mese intenso. Quello meneghino è un appuntamento preparatorio al vertice vero e proprio che si terrà a Glasgow ai primi di novembre. L’idea alla base del Pre-Cop 26 è cercare di raccogliere le istanze attorno a una serie di punti chiave. Per la prima volta, al vertice dei governi si è accompagnato Youth4Climate, kermesse riservata ai giovani da cui sono emerse una serie di proposte. Quattrocento leader climatici di domani da ogni parte del pianeta si sono confrontati per tre giorni: una fotografia della futura classe dirigente del pianeta, la stessa che si troverà a gestire gli effetti del surriscaldamento globale.

La promessa: “L’Italia raddoppierà i fondi per i paesi poveri”

Soddisfatto il padrone di casa, il ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, che si dice ottimista. “Tutti hanno riconosciuto che dobbiamo accelerare, anche Cina e India – ha affermato a colloquio con Wired -, e che l’obiettivo è il contenimento del riscaldamento non a due ma a un grado e mezzo di temperatura. Una differenza enorme. Non c’è lotta alla crisi climatica se non c’è lotta alle disuguaglianze globali. Perché se il riscaldamento riguardasse solo l’Europa, in dieci anni l’avremmo risolto. Ma il problema è ben altro. E cento miliardi non bastano”.

L’Italia, a oggi ultima nel G7, vuol fare la propria parte. “Ho proposto di raddoppiare il nostro contributo e ne ho parlato anche ieri notte con il presidente del Consiglio Mario Draghi. L’annuncio ufficiale spetta a lui, ma sono fiducioso che entro Glasgow la decisione arriverà. Ormai non credo che possiamo sottrarci dal compiere un’azione di questo livello”, ha aggiunto.

Vanessa Nakate, l’attivista ugandese che è comparsa spesso al fianco di Greta Thunberg nella cinque giorni milanese, ha sottolineato che servono sussidi a fondo perduto, non prestiti. Anche perché, ha rimarcato, l’Africa produce solo il 3% delle emissioni serra, ma è il continente che ne subisce più di ogni altro le conseguenze. “In effetti – ammette Cingolani – negli anni passati ognuno ha fatto ciò che ha voluto. Ma questa volta che non siano prestiti sono le nuove generazioni  a chiederlo. Diventa difficile barare”.

I problemi non mancano

In mattinata John Kerry, inviato speciale per il clima degli Stati Uniti, ha ribadito la posizione del presidente Joe Biden, che ha invertito la rotta tracciata dal predecessore Donald Trump. “Tutti, e particolarmente noi paesi del G20, dobbiamo mostrare che crediamo in quanto ci siamo detti a Parigi. È la scienza che lo afferma, non la politica. Non tutti devono fare la stessa cosa, ma ognuno è chiamato alla propria parte. I paesi che rappresentano il 55% del Pil globale si sono impegnati sull’obiettivo degli 1,5 gradi: dobbiamo mantenere viva questa soglia. Ce ne sono altri che stanno affilando le armi per capire quali misure prendere per fare più di oggi. Per esempio l’India, che potrebbe decidere di sviluppare progetti che la porterebbero in dieci anni a produrre 450 gigawatt di energia elettrica da fonti rinnovabili. Cento li ha già. La decisione se darsi o meno questo obiettivo è attesa nei prossimi giorni, o addirittura ore. Porteremo là tecnologia e soldi assieme agli Emirati Arabi”.

Questa è la decade decisiva”, ha concluso l’ex candidato alla presidenza sconfitto da Bush nel 2004. Bisogna ragionare in termini di migliaia di miliardi di aiuti per i paesi in via di sviluppo, ha sottolineato. “Tra i 2.600 e i 4.000 sono quelli che le Nazioni Unite stimano necessari. Sono soldi che non arriveranno da nessun governo da solo: il settore privato deve essere un partner. Molte aziende in tutto il mondo richiedono stabilità per proteggere le proprie supply chain, per esempio: e il cambiamento climatico, pensiamo alle migrazioni, è l’opposto della stabilità”.

L’Australia forse non partecipa, paesi poveri a rischio

Nonostante l’accordo tra i grandi, l’Australia forse potrebbe non prendere parte al vertice di Glasgow. Pare che Scott Morrison, il premier, non gradisca l’abbandono del carbone entro il 2030. “Ma diamo uno sguardo a cosa sta succedendo a livello internazionale sull’uso di questo combustibile  – ha commentato senza sbilanciarsi  Alok Sharma, ministro britannico e presidente designato della Cop26 -. Il G7 è unito: non ci sarà più finanziamento di centrali che lo impieghino. Anche il settore privato è ormai restio, perché non sarebbero sfruttate”. Ma, ha chiosato il politico, “la decarbonizzazione è solo uno degli obiettivi nella lotta al cambiamento climatico. E bisogna tenere presente che, mentre riduciamo le attività, ai lavoratori dei settori economici coinvolti nella transizione deve essere garantito un sostegno”.

Sul tema era intervenuto anche Kerry in mattinata: “Non è facile, ci sono un sacco di  questioni diverse sul tavolo e molti paesi stanno ancora cercando di capire cosa fare. Ma esistono azioni che possono essere intraprese con costi bassi: per esempio riorganizzare la rete elettrica, rendendo la trasmissione dell’energia più efficiente. In questo modo vogliamo persuadere gli scettici”. Un paio di settimane fa, ha raccontato, c’è stata una telefonata tra Biden e il presidente cinese Xi Jinping in cui i due leader hanno cercato terreno fertile per cooperare. Tra i temi trattati nel colloquio, l’ambiente. “Non mi sento obbligato a riferirmi a singoli paesi in pubblico – ha precisato Kerry diplomaticamente – ma ho una relazione positiva con la mia controparte di Pechino e mi auguro che potremo collaborare. Allo stesso modo in cui spero che tutti facciano il massimo”.

Durante pre-Cop26 alcuni paesi hanno sottolineato un altro, fondamentale, tema: la difficoltà delle delegazioni provenienti dalle aree più povere di raggiungere Glasgow per via delle restrizioni anti-Covid. Tra quarantene, voli ridotti, costi alle stelle, si parla di tempi fino a quarantacinque giorni e migliaia di dollari. Per molti  la Scozia è lontana. E tanti avrebbero già abbandonato l’idea. Rinunciando, così, a difendere le proprie istanze.

Le manifestazioni

A Milano si è registrata qualche tensione anche sabato mattina tra manifestanti e polizia. “Ma esistono diversi gruppi – dice Roberto Gammeri, portavoce di Extinction Rebellion, che ha organizzato un sit-in di fronte al centro congressi Mico – Noi pensiamo che il rispetto per le forze dell’ordine sia fondamentale“. Perchè, per raggiungere l’obiettivo di evitare il disastro climatico, dalla protesta è necessario passare alla proposta.

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