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«Con la condanna ai Riva e a Vendola i pm condizionano le scelte industriali»

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Secondo l’economista Giuliano Cazzola, sul caso Ilva «la barbarie non si limita alla condanna di Vendola, ma a tutta la vicenda dell’azienda dal 2012 a oggi»

Secondo l’economista Giuliano Cazzola, sul caso Ilva «la barbarie non si limita alla condanna di Vendola, ma a tutta la vicenda dell’azienda dal 2012 a oggi», e le casematte del giustizialismo non stanno nel Movimento 5 Stelle ma nelle Procure e nel circuito mediatico giudiziario».

Professor Cazzola, il processo di primo grado che riguarda l’ex Ilva si è concluso con la condanna dei vertici di allora e di Nichi Vendola. Che parere ha dell’intera vicenda?

Il penalista Filippo Sgubbi in un saggio edito da “Il Mulino”, Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa, spiega che «il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi» e che «con tali provvedimenti cautelari reali la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari». Per me in queste considerazioni si riassume tutta la tragedia dell’ex Ilva. Quanto a Vendola, la sua condanna è la pietra d’angolo del teorema. L’Agenzia dell’ambiente della Puglia aveva certificato che i parametri dello stabilimento di Taranto erano nella norma e di conseguenza il management era adempiente. Occorreva inventarsi la forzatura dei vertici istituzionali per rovesciare la verità.

Scendendo nell’analisi dei condannati in primo grado, pensa che i Riva avrebbero dovuto cedere l’azienda a chi poteva “bonificare” o andando dritti per la loro strada nel corso degli anni si sono “schiantati contro un muro”?

L’articolo 41 della Costituzione si applica anche ai Riva ( peraltro assolti a Milano da altre imputazioni non del tutto estranee al caso Taranto) ai quali è stato riconosciuto in un altro giudizio di aver investito in bonifiche ambientali. E avrebbero fatto di più se non fosse stato loro impedito con un sequestro che in realtà è stato un esproprio illegittimo. Poi, adesso ci sono dei nuovi proprietari, tra cui lo Stato; sono stati presi degli impegni per risanare lo stabilimento e il territorio. Che senso ha allora la confisca, se non quello di ostacolare ciò che lo stabilimento è chiamato a eseguire?

Nichi Vendola ha parlato di barbarie, di condanna assurda e di accuse grottesche. Come commenta le dichiarazioni dell’ex presidente della Puglia?

Ha ragione. Gli esprimo tutta la mia solidarietà. Ma la barbarie non si limita alla sua condanna, ma a tutta la vicenda dell’Ilva dal 2012 a oggi. Anche se non gli avessero rivolte «accuse grottesche», la storia recente di quello stabilimento e del gruppo è una pagina nera per l’economia e la stessa giustizia. Essere vittima delle barbarie non è una prerogativa dell’ex presidente.

Uno dei grandi dilemmi su Ilva è l’eterno dibattito tra salute e profitto, tra ambiente e lavoro. Come si possono conciliare i diversi aspetti di cui una sana politica industriale deve tener conto?

Secondo me il broccardo pereat mundus iustitia fit è un’infamia. È ormai da 30 anni che le tecnologie di produzione industriale nell’Unione europea sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute identificati a livello europeo d’accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma, nello stabilire questi parametri, gli obiettivi di risanamento ambientale non possono non essere compatibili con altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi. Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere considerati in regola. Per comprendere questo fondamentale concetto, messo in discussione a Taranto, basta ricordare che l’industria automobilistica europea è stata obbligata, in circa 30 anni, a cambiare drasticamente le tecnologie motoristiche, al pari dell’industria di raffinazione per quanto riguarda i combustibili con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la salute. Ma il cambiamento è proceduto per gradi sulla base di regole uniformi che divenivano di volta in volta non l’indicatore di una sicurezza assoluta, ma uno standard sostenibile e progressivo a cui attenersi in un quadro di certezza del diritto.

Negli ultimi anni Ilva ne ha attraversate di tutti i colori, passando per commissari, per Arcelor Mittal fino a Invitalia. È ancora possibile recuperare un’azienda strategica per il nostro paese o la situazione è troppo compromessa?

Non lo so. I nemici dell’Ilva sono parecchio determinati. Per salvare quello stabilimento si sono tentate tutte le strade, anche sul piano legislativo. Poi quando si era risolto il problema con Arcelor Mittal si è fatto di tutto per fare saltare quell’accordo. Direi che quello stabilimento ha dimostrato più vite di un gatto. Ma non sono ottimista. Peraltro trovo scandaloso l’atteggiamento dei sindacati che non hanno e non muovono un dito contro i veri responsabili dell’assassinio del più grande impianto siderurgico di Europa.

La sentenza Ilva si inserisce in un contesto di dibattuto tra giustizialismo e garantismo che negli ultimi giorni ha investito la questione del pentito Brusca e il caso dell’ex sindaco di Lodi Uggetti, fino alla tragedia del Mottarone. C’è ancora spazio per una discussione civile, visti anche i passi indietro di Di Maio?

La lettera di Di Maio è importante. Ma le casematte del giustizialismo stanno altrove: nelle procure e nel circuito mediatico giudiziario. I grillini sono solo degli esecutori. Uggetti lo ha dichiarato nell’intervista al Foglio. Alla domanda di Luciano Capone su ciò che lo ha ferito di più della compagna di odio scatenata contro di lui, Simone Uggetti ha risposto: «Prima ancora degli attacchi del M5s, il gip che scrisse che avevo una personalità negativa e abietta».

Ilva, Alitalia, Autostrade. Negli anni piano piano lo Stato si è reimpossessato di alcune aziende definite “vitali” per il paese, talvolta, come per Alitalia, spendendo diversi miliardi. C’è uno statalismo di ritorno?

In questi anni ci sono stati degli inquietanti “ritorni”. Per fortuna uno degli obiettivi del governo Draghi è quello di assumere la concorrenza come volano della crescita e obiettivo del PNRR. E la concorrenza non ha bisogno dello statalismo.

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