Coronavirus a Milano: I commercianti lanciano l’allarme: siamo a rischio chiusura



L’allarme per i clienti in fuga. Incassi dimezzati per molti bar e rischio licenziamenti. Ma i big della ristorazione si uniscono: “Noi non chiuderemo”. C’è chi consegna la birra a domicilio e chi anticipa alle 16 l’ora dell’aperitivo

di ALESSIA GALLIONE

Anche loro, dicono, stanno soffrendo. E subendo gli effetti negativi di un coprifuoco che non li colpisce direttamente obbligandoli a chiudere, ma che comunque ha fatto calare del 40 per cento anche i coperti dei loro tavoli. Una conseguenza quasi inevitabile in una città senza fiere, con i cinema, i teatri e musei spenti, le camere degli hotel semivuote e la “psicosi” da coronarivus che aleggia. Eppure, spiegano, è (anche) per questo che Antonio Civita di Panino Giusto e Vincenzo Ferrieri di CioccolatItaliani hanno chiamato a raccolta oltre 50 imprenditori della ristorazione che in molti casi sono concorrenti diretti, da Rossopomodoro a Spontini, dalle pokerie a Pizzium, ai brasiliani El Carnicero e El Porteo a La Mantia e Riccione, formato un’associazione e adesso hanno deciso di lanciare un segnale di resistenza: “Noi ci siamo. E, aderendo all’invito del sindaco Beppe Sala che richiama Milano a scongiurare atteggiamenti che possano generare eccessivo allarme, terremo aperti i nostri locali e devolveremo un sostegno economico alle forze volontarie in campo. Milano è una città viva che reagisce”.

Anche se è dai bar e dai locali che devono abbassare la saracinesca alle 18 che arriva il vero grido di dolore. C’è chi come il Birrificio Milano, con l’hashtag #quarantenaconbirraadomicilio, per “adeguarsi alle “recenti misure cautelative” ha deciso “di consegnare” nelle case dei milanesi le birre che produce. E c’è un bar di via Ozanam che ha anticipato dalle 18 alle 16 l’aperitivo e propone birre, vini, cocktail a prezzi speciali. C’è l’osteria dell’Isola che sui canali social lancia messaggi rassicuranti: “Il ristorante è costantemente sottoposto ad accurata sanificazione ed è stata diminuita la capienza in modo da garantire una maggiore distanza tra i tavoli”. Prove di resistenza. Come quelle che sta cercando di trovare anche Ivano Falzone, che per il fine settimana proverà a “rivoluzionare tutto e a cambiare gli orari trasformando un locale serale in uno che lavora a pranzo”. Lui ha due birrerie: “Due attività che fanno esattamente la stessa cosa, ma una può rimanere aperta perché è considerata ristorante e l’altra no. Non ha senso”. Ecco il tentativo di reinventarsi, “come altri tra i 70 colleghi che ho in chat e gestiscono pub della città”. Anche se, dice, “in questo deserto e senza certezze è quasi impossibile. Se il problema è l’affollamento bastava dimezzare le capienze e invece si chiude. E fino a quando? Io che cosa dovrei dire ai miei dipendenti?”.

Perché il colpo della quarantena, dicono tutti, si fa sentire. Anche se con intensità maggiore per le piccole o piccolissime imprese e, anche nella stessa categoria di pubblici esercizi, con differenze tra chi come le discoteche ha dovuto spegnere del tutto la musica, chi come i bar deve chiudere alle 18 e i ristoranti che sono stati esentati dalle regole dell’ordinanza regionale. Tutti insieme, però, ha calcolato l’ufficio studi della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, in questa settimana i locali di Milano potrebbero perdere tre milioni al giorno. E lo stesso presidente di Epam, Lino Stoppani, ha lanciato l’allarme: “C’è grande preoccupazione”.
È quello che ripetono. Dalla Galleria, dove Pier Galli ha visto “un calo del 50 per cento lunedì”, salito ieri “al 70-80 per cento”. E dice: “Non potremo resistere a lungo così. È un disastro anche perché la città finalmente stava viaggiando a mille”. A Porta Venezia. Qui, anche a nome dei colleghi del distretto arcobaleno, è Paolo Sassi a parlare. Lui è il titolare di due bar, il Lecco Milano e il Memà che devono restare chiusi. “Ho anche un’osteria appena inaugurata a NoLo, che può restare aperta nonostante lunedì abbiamo avuto otto coperti”. Il suo, dice, è più di uno sfogo: “Quello che all’inizio sembrava uno scherzo è diventato realtà. Per noi commercianti che viviamo di incassi giornalieri è un dramma. Milano non può permettersi un arresto simile. Se continua così, senza aiuti, sarò costretto a licenziare i miei dipendenti”. Oppure, ecco il rischio: “Il fallimento. Così il coronavirus ci avrà davvero ucciso tutti”.

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