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Coronavirus, le 4 ipotesi sulla seconda dose del vaccino AstraZeneca

Sul tavolo del ministero della Salute ci sono quattro ipotesi fornite da Aifa. Fare il richiamo con il vaccino AstraZeneca, ritardarlo di un mese per avere più dati, usare un altro vaccino, non somministrare proprio la seconda dose. Ecco cosa sappiamo

astrazeneca
(Foto: pixabay)

Il vaccino Vaxzevria di AstraZeneca è di nuovo alla ribalta della cronaca scientifica italiana. Si discute adesso della seconda dose, cioè del richiamo, la cui data ufficiale si avvicina per molti dei vaccinati. All’inizio di aprile 2021 l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha riconosciuto un possibile legame fra la vaccinazione e casi molto rari (si parla di decine di episodi su diversi milioni di vaccinati) di alcune forme di trombosi, ribadendo che i benefici restano superiori ai rischi. Nel frattempo, continuando ad analizzare questi rarissimi episodi il 23 aprile l’Ema ha confermato la raccomandazione di somministrare la seconda dose del vaccino di AstraZeneca a chi ha già ricevuto la prima. La conferma è arrivata dopo un’attenta valutazione delle alternative, quali non fare il richiamo o fornire un vaccino differente. In Italia il caso AstraZeneca sta facendo ancora discutere e sul piatto della bilancia delle autorità quali Aifa, ministero della Salute e Consiglio superiore di sanità, ci sono diverse ipotesi sulla seconda dose e sulle modalità con cui somministrarla. Ecco quali.

L’Ema raccomanda la seconda dose

Come da piano vaccinale approvato dalle autorità e derivato dai dati delle sperimentazioni cliniche il richiamo del vaccino di AstraZeneca, a differenza degli altri ad oggi in uso, è più dilazionato nel tempo ed è previso a 12 settimane – 84 giorni – dalla prima somministrazione. Questa scadenza si sta avvicinando per molti, circa un milione e mezzo di persone, soprattutto lavoratori della scuola e dell’università ma anche delle forze dell’ordine. Riceveranno la seconda dose di AstraZeneca o di un altro vaccino? L’Aifa ha indicato di preferire le categorie degli over 60 per il vaccino Vaxzevria. Il 23 aprile l’Ema ha spiegato che i dati ancora limitati non suggeriscono l’opportunità di alcuna modifica. All’inizio anche le autorità italiane avevano dichiarato che per il richiamo non sarebbe cambiato nulla.

Seconda dose: le 4 ipotesi

Tuttavia, al dunque, ovvero nel momento di stilare le raccomandazioni qualche nodo è venuto al pettine. Come racconta Repubblica, il 27 aprile la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa, che doveva dare indicazioni al ministero della Salute, si è spaccata in vari pareri relativi a ipotesi differenti sulla seconda dose. Il ministero ha infatti ricevuto un verbale in cui si citano queste quattro ipotesi:

1. somministrare il richiamo con AstraZeneca

2. rinviare la seconda dose di un mese per avere altri dati

3. utilizzare un altro vaccino (la scelta dalla Germania)

4. abbandonare la seconda dose e rivalutare poi il da farsi

Cosa sappiamo sulle quattro ipotesi

Tre di queste opzioni, tranne quella che prevede l’uso di AstraZeneca, avrebbero un forte impatto sulla distribuzione e sull’organizzazione delle regioni. Inoltre, sempre tre di queste ipotesi (la 1 la 3 e la 4) sono quelle considerate anche dall’Ema, che dopo la valutazione segnalava che non c’erano abbastanza dati per cambiare i piani. Inoltre gli esperti che sostengono di attendere tempo per avere più informazioni sottolineano che la protezione non termina subito dopo le 12 settimane.

Mentre l’infettivologo Massimo Andreoni, direttore dell’Uoc malattie infettive Tor Vergata, ci ha sottolineato che non fare la seconda dose o posticiparla potrebbe avere dei rischi. Scegliendo questa strada si potrebbe giocare sul fatto, prosegue l’esperto, che se il virus circola e ci infetta dopo che abbiamo avuto la prima dose questa seconda esposizione naturale potrebbe fungere da richiamo (cosa non auspicabile in ogni caso, visti i rischi correlati).Ma aggiunge che non è quello che sta avvenendo nel Regno Unito, dove il virus non circola più. E allora il rischio è di avere una risposta immunitaria più debole e perdere nel lungo termine il vantaggio.

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