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Cosa sappiamo sul rientro a scuola alle superiori dal 7 gennaio

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Si riparte con il 50% degli studenti in presenza, ma solo per un settimana, per poi passare al 75%. Una misura dettata più dal compromesso politico che da ragioni scientifiche

Coronavirus scuola
(foto: Klaus-Dietmar Gabbert/picture alliance via Getty Images)

Era un tira e molla annunciato quello che gli studenti delle scuole superiori avrebbero dovuto affrontare in questo anno scolastico. E a conti fatti la situazione è persino più caotica delle aspettative, nel tentativo di trovare il giusto mezzo tra il far tornare a vivere l’esperienza fisica della classe in presenza e il rispettare precauzioni sufficienti contro il contagio. Proprio nelle ultime ore del 2020 è arrivata la conferma ufficiale (salvo sconvolgimenti dell’ultimo minuto, come ormai questi mesi ci hanno abituato): il 7 gennaio si ritorna a scuola in tutta Italia, ma solo per il 50% degli studenti. L’altra metà resta a casa, in didattica a distanza.

La novità, stando alle carte ufficiali, è che viene di fatto rimandato in avanti l’obiettivo fissato per decreto del 75% in presenza, accontentandosi di un quarto di studenti in meno seduti in aula. Per quanto? Una settimana appena, o poco più, perché si parla del 15 gennaio (che però è un venerdì), o al limite del lunedì immediatamente successivo.

Al di là della complicazione organizzativa del dover predisporre un sistema di gestione ad hoc degli studenti per una misera manciata di giorni, la questione che si pone è quanto quanto misura inciderà sulla diffusione del contagio. Lo anticipiamo: naturalmente non c’è una risposta unica, perché i fattori e le variabili in gioco sono moltissime, ma si può fare qualche considerazione.

Assembramenti studenteschi

Che le misure adottate servano per evitare agglomerati di studenti, e quindi limitare le occasioni di contagio, è lapalissiano. Come noto, l’aspetto ritenuto più critico della filiera scolastica non è il restare tutti seduti in aula, ciascuno al proprio posto e con la mascherina, ma la gestione dei momenti di transizione. Ingressi, uscite, ricreazioni, spazi comuni e soprattutto i trasporti pubblici sono le circostanze in cui – a parere del comitato tecnico scientifico e non solo – la trasmissione del nuovo coronavirus si fa più probabile.

In questo senso la soluzione più semplice, in un modo ideale, sarebbe optare per lo scaglionamento temporale, facendo fluire ragazze e ragazzi poco per volta, in modo da limitare gli incontri. Una strategia che però all’atto pratico pare essere impossibile da implementare (salvo qualche piccola misura, come fare entrare alcuni studenti alla seconda ora), per via di questioni contrattuali e organizzative troppo radicate in profondità nell’ecosistema scolastico. E non certo modificabili dall’oggi al domani.

L’unica via praticabile, dunque, sembra essere il lasciare una fetta di studenti ferma alla scrivania di casa. E tutta la discussione verte sulla regolazione fine della percentuale da accogliere a scuola. Con alcuni vincoli matematici da cui non si può prescindere: dato che la grandissima maggioranza delle classi ha tra i 20 e i 25 studenti, ciascuno di fatto rappresenta un 4%-5% della classe. Fare una didattica in presenza al 90%, quindi, non avrebbe senso perché significherebbe escludere giusto un paio di persone dal gruppo. E farla al 20% o al 30% vorrebbe dire trovarsi in classe con un misero capannello di studenti, forse addirittura penalizzati rispetto al resto della classe, che invece condividerebbe la lezione come esperienza online. Dunque di fatto, per non scendere nel ridicolo bisticcio sui singoli punti percentuali, le uniche due opzioni possibili di cui si parla sono il 50% e il 75%. Oltre, naturalmente, allo 0% e al 100%.

Per una settimana -25%

È questa la ricetta di compromesso trovata per tentare di mettere d’accordo tutti per il giorno del rientro, fissato come anticipato al 7 gennaio. Il temporaneo passaggio del 75% al 50% darebbe quella gradualità alla misura che consentirebbe di partire con i piedi di piombo e poi, eventualmente, di aggiustare il tiro.

Se dal punto di vista del contagio è ovvio che inferiore è la percentuale di studenti in presenza e minori sono le occasioni di trasmissione, il vero punto è quanto la scelta possa davvero fare la differenza. Non tanto per la variazione del 25%, che non è affatto trascurabile, ma per la brevissima durata della misura. Una settimana o poco più non è nemmeno alla lontana sufficiente a valutare se la riapertura delle scuole possa avere un effetto sui contagi, perché stiamo parlando di un arco di tempo confrontabile con quello di un solo ciclo di incubazione della Covid-19. E allo stesso tempo è improbabile che in una sola settimana la situazione epidemiologica italiana possa variare in modo significativo. Che differenza faccia il 15 gennaio rispetto al 7 gennaio, insomma, non è chiaro.

Senza contare poi che non è solo nel tragitto casa-scuola o dentro le aule che la trasmissione può avvenire. Vale a dire, la decisione di come gestire la scuola dovrebbe andare di pari passo con le altre attività permesse. E bloccare qualche studente in più a casa al mattino, senza però cambiare le regole su quello che si può fare il pomeriggio, potrebbe avere un impatto del tutto trascurabile.

L’ennesima querelle politica ai danni degli studenti?

L’impressione è che spostare avanti di una settimana il rientro di quel quarto di studenti in più non abbia alla base alcuna vera motivazione scientifica, ma che sia solo il frutto di una complessa trattativa politica in cui intervengono infiniti attori, nazionali e regionali. Una trattativa in cui pare escluso di riportare tutti in classe, nonostante si continui ad affermare che le scuole sono sicure (come se il farli arrivare a scuola, gli studenti, fosse una questione a sé). E allo stesso tempo si vuole dare il messaggio che la scuola riapre, cioè che qualcuno al mattino stia andando davvero a popolare le aule.

L’effetto è di lasciare gli studenti in una ulteriore fase di transizione, in cui occorre riorganizzarsi e riabituarsi in fretta, per poi cambiare nuovamente nel giro di pochi giorni. E con lo spettro, inutile nasconderlo, di un ulteriore rinvio in avanti di quel 75% scritto nel decreto, perché molte cose possono succedere nelle prossime due settimane. Il tutto davanti e un inverno e una primavera che, anche dal punto di vista scolastico, si preannunciano più altalenanti che mai. Senza la prospettiva di un vaccino per i giovani in arrivo a breve, e in cui la possibilità di pianificare le attività in modo organico è ormai solo uno sbiadito ricordo.

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