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Cosa si pensa di fare con la terza dose di vaccino contro Covid-19

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(foto: Paul Biris/Getty Images)

Appena qualche mese fa era solo un’ipotesi, sebbene non così remota, oggi invece la questione della terza dose di vaccino contro Covid-19 è diventata già una realtà. Almeno per alcuni paesi. Per altri, ancora in attesa della prima, un mero miraggio, tanto che l’opportunità di procedere con una nuova somministrazione a chi aveva già completato il ciclo vaccinale è stata criticata dall’Organizzazione mondiale della sanità, sia dal punto di vista sociale che sanitario, considerata l’enorme disparità nella disponibilità e nella distribuzione dei vaccini.

Il caso Israele

Ma qualcuno, dicevamo, ha già iniziato le vaccinazioni con la terza dose. È il caso di Israele, ancora, già apripista nello scorso anno delle vaccinazioni di massa, che il 30 luglio – dopo una crescita considerevole del numero dei nuovi casi giornalieri, con un’impennata che dura ancora oggi – ha dato via alla somministrazione della terza dose, ormai disponibile per tutti gli over 30.

Sono oltre un milione e mezzo le persone che l’hanno già ricevuta, e cominciano a diffondersi anche i primi dati relativi alla sua efficacia, ancorché preliminari. Si riferisce di un’efficacia contro le infezioni dell’86% rispetto alla doppia dose. Ma sulle terze dosi – di cui si parla anche da noi, specialmente per le popolazioni più fragili, con richiami previsti a distanza di circa sei mesi dalla fine del ciclo vaccinale – sono diversi i dati che si stanno accumulando negli ultimi giorni. E sono preziosi, specialmente ora che ci si prepara alla stagione autunnale, alla riapertura delle scuole.
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I nuovi dati sulle dosi aggiuntive

Sono quelli che arrivano dalle aziende (non ancora pubblicati) e sono per lo più dati indiretti, che più che guardare all’efficacia dei richiami si concentrano sull’analisi delle risposte immunitarie indotte da dosi aggiuntive. Poche ore fa, per esempio, quasi in contemporanea, sono arrivati i dati relativi ai richiami con il vaccino Johnson&Johnson (di cui al momento però è prevista un’unica somministrazione) e di Pfizer/BioNTech.

Nel caso di Johnson&Johnson, i primi dati riferiscono di un aumento della risposta anticorpale contro la proteina spike del coronavirus di nove volte rispetto ai valori misurati a quasi un mese dalla prima dose, tanto che l’azienda è al lavoro per immaginare di utilizzare il proprio vaccino anche come booster a distanza di otto mesi circa dalla prima somministrazione. Nel comunicato aziendale dettagli maggiori non si trovano, ma i dati diffusi pare riguardino appena 17 persone, cita il New York Times, che hanno ricevuto la seconda dose a distanza di sei mesi dalla prima.

Sono invece circa 300 le persone incluse nell’analisi resa nota per il vaccino a mRna di Pfizer/BioNTech. Gli anticorpi neutralizzanti (nota: contro la forma wild-type del virus) sono più che triplicati a distanza di un mese dalla dose booster, rispetto ai numeri osservati a distanza di un mese dalla seconda dose. Abbastanza per chiedere alle autorità regolatorie di approvare l’utilizzo della terza dose del vaccino (ora riservata solo per pazienti particolarmente immuno-compromessi).

La durata della protezione vaccinale

Le discussioni, ancora aperte in parte, sull’utilità della terza dose riguardano essenzialmente la questione delle durata dell’immunità al coronavirus, come raccontavamo. Questione tutt’altro che chiara, sia per la protezione offerta dall’infezione naturale sia da quella dei vaccini, ma che sembrerebbe indicare una durata dell’ordine di qualche mese. Proprio questa attesa diminuzione della protezione nel tempo, che potrebbe essere contrastata dall’aggiunta di una dose aggiuntiva di vaccino, è la principale motivazione addotta, tra gli altri, dagli esperti di sanità pubblica statunitensi, quando solo pochi giorni fa annunciavano l’avvio, a partire dal prossimo 20 settembre, otto mesi dopo la seconda dose (parliamo dei vaccini a mRna).

Il timore è che, anche se i vaccini continuano a essere efficaci contro le forme gravi di malattia, le cose possano cambiare nei mesi a venire, specialmente, scrivono, “tra le persone ad alto rischio o tra coloro che sono stati vaccinati nelle fasi iniziali delle campagne vaccinali. Per questo, pensiamo che un booster vaccinale sarà necessario per massimizzare la protezione indotta dal vaccino e prolungarne la sua durata”. A ribadire che la protezione vaccinale scema nel tempo sono anche i risultati provenienti dallo Zoe Covid Study, che ha raccolto dati a livello mondiale in tempo reale tramite app, registrando date dei vaccini e i risultati di test per il coronavirus, effettuati durante la diffusione della variante delta nel Regno Unito. I risultati indicano che la protezione passava dall’88% a un mese dalla seconda dose al 74% dopo sei mesi per il vaccino Pfizer, e dal 77% dopo un mese al 67% dopo cinque per quello AstraZeneca.

La soluzione, laddove raccomandata, potrebbe non essere necessariamente di una terza dose, ma una “mezza dose. È una delle possibilità in fase di valutazione in Gran Bretagna, riferisce il Guardian, per venire incontro sia alla possibilità di estendere così la protezione vaccinale, sia di risparmiare dosi da destinare alle popolazioni ancora per lo più scoperte. Che le discussioni siano in divenire, lo conferma l’Agenzia europea del farmaco (Ema) all’Ansa, spiegando che non è chiaro quando e a chi sarà necessario somministrare una dose di richiamo, pur ammettendo che sia qualcosa cui bisogna essere preparati.

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