cos’ha-visto-il-primo-youtuber-italiano-in-missione-sulla-nave-ocean-viking

Cos’ha visto il primo youtuber italiano in missione sulla nave Ocean Viking

Giuseppe Bertuccio D’Angelo è il primo youtuber e content creator italiano ad aver documentato una missione di soccorso in mare con una nave umanitaria nel Mediterraneo centrale

Pensavo di essere pronto a tutto, ma non ero pronto a non poter far niente”. Giuseppe Bertuccio D’Angelo è il primo youtuber e content creator italiano ad aver documentato una missione di soccorso in mare con una nave umanitaria nel Mediterraneo centrale. Il 22 aprile scorso, Giuseppe era a bordo della Ocean Viking e ha visto con i propri occhi una di quelle scene che siamo abituati a vedere solo nei telegiornali. Quel giorno, a causa del meteo avverso, un gommone con 130 migranti è naufragato in mare senza che nessuno intervenisse. La nave dell’Ong Sos Mediterranée era troppo distante dal punto in cui si trovava il barcone: “Quando siamo arrivati noi purtroppo era troppo tardi” – racconta Giuseppe, ancora a bordo della nave su cui sta svolgendo la quarantena – “eravamo a dieci ore di distanza. È stata una nottata orribile, non ha dormito nessuno perché il mare era molto mosso, qualcuno ha anche vomitato nonostante fossimo su una nave lunga oltre 70 metri. E poi c’era la paura di arrivare e trovarsi solo cadaveri”. 

Quella paura si è concretizzata poche ore dopo: “Abbiamo visto sfilare sotto i nostri occhi un gommone distrutto” – dice – “e solo qualche minuto dopo sono incominciati a passare i cadaveri. È stata durissima”. Nonostante la settimana di training svolta a bordo della nave prima di partire, in cui ha potuto imparare e comprendere meglio cosa si deve essere pronti a fare su una nave di soccorso umanitario, lo youtuber confessa che non c’è una vera preparazione per affrontare la morte così da vicino: “Ero partito dicendomi: qualsiasi cosa succede sarò pronto”, ammette, “pensavo che qualsiasi cosa fosse successa durante l’azione avrebbe fatto parte del soccorso. Davanti a quei corpi ho reagito quasi in maniera quasi fredda. Il mio cervello stava registrando le informazioni così come le vedeva: corpi che galleggiano. Basta, non riuscivo a pensare di più perché pensavo sarebbe stato distruttivo”.

A giugno Giuseppe pubblicherà su YouTube il suo documentario sull’esperienza vissuta sulla Ocean Viking, ma in quel momento a ricordargli il suo compito principale sulla nave, e cioè quello di documentarista, è stato il fotografo Flavio Gasperini: “Ero paralizzato, non stavo pensando di fare foto e video perché stavo cercando di capire. Allora Flavio, che è molto più esperto di me, mi ha detto: «Questo è il nostro momento, devi accendere la telecamera perché noi siamo qui per questo. Se non lo facciamo noi, questa tragedia non è mai avvenuta e non servirà a evitarne altre». Così ho acceso la mia telecamera ma quasi non guardavo attraverso la telecamera come si fa di solito, ma con i miei occhi. Avevo bisogno di guardare con i miei occhi, mentre facevo lavorare la telecamera un po’ più in là dal mio sguardo. Quando mi sono messo a letto quella sera volevo soltanto piangere ma non riuscivo. Pensavo di essere l’unico scioccato ma non era così. Immaginavo le famiglie immaginavo la vita i sogni di questi ragazzi che erano come me c’era ragazzi della mia età ma che avevano preferito a prendere rischiare quell’un per cento di possibilità di attraversare il Mediterraneo. Credevo di essere l’unico non preparato ma anche tutti gli altri marinai, tutti gli altri ragazzi dell’equipaggio avevano accusato questo colpo”. Non sono stati facili i due giorni successivi a bordo della nave: “C’era un silenzio particolare a bordo” – racconta – “tutti cercavano in qualche modo di curarsi da quello che era successo. Cercavano di dare ancora un senso alla missione nonostante tutto. Ci siamo fatti forza a vicenda”. 

(foto: Flavio Gasperini)

Quella missione è riuscita comunque ad avere un senso qualche giorno dopo, quando la Ocean Viking è riuscita a salvare la vita di 236 persone: “Quando ci siamo imbarcati ci è stato chiesto se avessimo delle esperienze pregresse legate in qualche modo al mare” – dice – “io dissi che qualche anno prima avevo fatto il bagnino. Una volta arrivati sul posto, il caposquadra Tanguy se lo è ricordato. Sulla prima lancia doveva salire Emanuelle Chaze, giornalista di France 24 e Deutsche Welle, ma mi è stato detto: «Giuseppe, oggi non ho bisogno di un fotografo o di un reporter, oggi ho bisogno di un soccorritore, perché non posso permettermi di perdere una sola di quelle vite. Ho bisogno delle tue mani libere»”.



Così, è sceso in mare con una GoPro in testa: “Ero molto emozionato, perché stavo realizzando di essere dentro la notizia” – confida D’Angelo – “quello che finora avevo visto in tv era nei miei occhi. Ma ero anche concentrato per la responsabilità che mi era stata data. Quando ci siamo avvicinati mi ha stupito l’età di quei ragazzi che d’erano a bordo, dai 15 ai 20 anni. C’era anche un bambino di circa un anno, lui è stato il primo ad essere salvato. Il caposquadra me l’ha passato subito, continuava a piangere perché la mamma era ancora sul gommone e io ho cercato di tranquillizzarlo anche se ero molto agitato anche io, dato che non ho molta esperienza con i bambini”.  Forse perché abituato a lavorare con le immagini, Giuseppe descrive quello che ha vissuto come fosse una fotografia, soffermandosi sui dettagli: “Quel gommone non era di sicuro idoneo a stare in mare, il materiale era scadente”, continua, “molte delle persone che erano lì avevano diverse ustioni sul corpo dovute alla miscela che si crea sul fondo del barcone tra il gasolio del motore e l’acqua del mare che va a lacerare la pelle”.

Appena finita la quarantena, inizierà il montaggio del suo documentario che verrà pubblicato sul suo canale YouTube da 337 mila iscritti, Progetto Happiness. Finora, nei suoi video ha raccontato quale fosse la ricetta della felicità per le persone che intervistava in giro per il mondo. Stavolta però si troverà a parlare di storie diverse e, forse, avrà maggiore difficoltà nel raccontare cosa sia la felicità per chi probabilmente non l’ha mai conosciuta: “Uno di quei ragazzi mi ha raccontato le torture che subiva in Libia: quando era lì gli è capitato di essere arrestato e torturato. Alla sua famiglia veniva inviata una richiesta di riscatto e fatto vedere un video delle torture che aveva subito. Tuttavia, anche se il riscatto veniva pagato, c’era la possibilità che fosse di nuovo catturato e fosse chiesto un nuovo riscatto. Lui mi ha detto che la sua famiglia non aveva più soldi e che avrebbe preferito morire in mare”. Eppure, su quella nave, momenti di felicità ce ne sono stati: “Volevo incontrare queste persone che salvano vite senza alcun fine e capire quanto possano essere felici nel farlo, volevo portare al pubblico di YouTube proprio questo: molte persone forse sono state desensibilizzate su questo tema forse anche dalle notizie asettiche dei media e dai continui bollettini che hanno reso persone, numeri. Anche i ragazzi che abbiamo soccorso mi hanno trasmesso tanta positività perché ora possono finalmente avere un’altra chance. Vederli festeggiare quando sono arrivati in Italia mi ha fatto pensare a quanto fosse bello sentirsi vivi davvero e non sentirsi più schiavi”.

%d bloggers like this: