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Così Stefano Sollima ha trasformato l’idea di Micheal B. Jordan di fare un film a partire da Rainbow Six

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Era il progetto del villain di Black Panther. È diventato il lavoro del regista di Gomorra (e dell’eccellente sceneggiatore Taylor Sheridan). Genesi di Senza rimorso, il titolo da vedere questo weekend su Amazon Prime Video

Esiste tutto un universo narrativo nato dai libri di Tom Clancy, o almeno da quelli appartenenti alla saga di Jack Ryan. Un universo narrativo che è esondato diverse volte al cinema, ma soprattutto nel mondo dei videogiochi; perché i titoli tratti dai romanzi – o dai personaggi – dello scrittore che ha inventato il techno-thriller sono un business. Forse, anche per questo Michael B. Jordan, nato nel 1987, famoso con Creed e poi per aver interpretato il villain di Black Panther, una volta guadagnata una credibilità e un capitale tali da consentirgli il passaggio a produttore, ha voluto investire in Senza rimorso, con protagonista John Clarke (che a un certo punto diventa noto come John Kelly), che per lui è: “Il protagonista di una serie di videogiochi con cui ho giocato tantissimo negli anni: Rainbow Six.

L’idea è parte di un’impresa più grande, cioè far entrare Michael B. Jordan nel mondo di Prime Video, metterlo a lavorare a stretto contatto con Amazon prima di tutto sul film, ma poi su tante altre cose che spaziano da una serie su Muhammad Ali, di cui sarà produttore, allo spot di Alexa andato in onda durante il Super Bowl, fino a, dichiara lo stesso Jordan, un lavoro con Audible e una linea di moda. Senza rimorso, intanto, è il primo tassello, e un film tutto centrato su di lui come eroe. È la storia di un ex Navy Seal che sopravvive a una serie di attentati che fanno fuori la sua squadra, ma vede morire sua moglie incinta. Privo di scrupoli e senza più nulla da perdere indaga, uccide e crea un casino tale da essere incarcerato. C’è qualcuno che non vuole che dica quel che ha visto, cioè che chi era venuto a farlo fuori ha lasciato apposta un cadavere di un militare russo a casa sua. Liberato dall’esercito andrà con una squadra speciale in Russia per scoprire che cosa succede.

Tutto normale per un film come se ne producono molti in Usa, se non fosse che nel processo di reclutamento di un regista adatto tra i tanti candidati c’era anche Stefano Sollima. Per Hollywood è la mano dietro il successo mondiale di Gomorra e l’artefice di Soldado, dal punto di vista degli studios è qualcuno che dirige all’americana ma con un approccio molto realistico. E nel colloquio Sollima non ha deluso. Uomo di poche parole, ha detto: “Tu devi essere pronto a farti da solo la gran parte dei tuoi stunt. Per come lavoro io sarebbe troppo complicato usare controfigure”. L’approccio ha stuzzicato Jordan. A quel punto, Sollima ha tirato dentro Taylor Sheridan, eccellente sceneggiatore (con cui già aveva lavorato in Soldado), per dare una sistemata allo script. Il risultato è un film che associa la consueta meticolosa ricerca e precisione delle pratiche militari di Tom Clancy al realismo d’azione del nostro regista. Come se non bastasse, poi, c’è stata la classica immersione all’americana (più un’operazione pubblicitaria che altro), cioè gli attori si sono allenati in un ritiro con alcuni soldati dell’esercito in pensione e un marine a coordinarli.

Nell’omonimo libro di Clancy, però, l’ambientazione è un’altra rispetto alla pellicola: il Vietnam, anche perché il romanzo è del 1993. Sheridan e Sollima hanno modernizzato il tutto, e la storia si apre ad Aleppo per poi andare in Russia. “Quello che amo del romanzo è che non è davvero una storia di guerra, la guerra è solo lo sfondo. Più che il conflitto, quel che conta sono le ragioni del conflitto”, ha spiegato Sollima stesso a Variety. Tenendo l’anima del testo originale e cambiando moltissimi dettagli, è nato il reboot cinematografico del personaggio di John Clarke, che nell’idea di Jordan (dovesse andare bene l’uscita su Prime Video) può essere il primo di una serie.

Di certo non era nel libro il fatto che il comandante dei Navy Seal fosse interpretato da una donna. Non solo: non era nel libro e non è nemmeno mai stato vero nella realtà, è un dettaglio che ha voluto inserire Taylor Sheridan, convinto che pure non essendo mai accaduto, accadrà presto e che in questa maniera il film si mette un passo avanti nel futuro. Inoltre, non sfugge a nessuno che, non avendo in nessun modo questa donna una relazione sentimentale con il protagonista, cioè non essendo stata messa lì per essere l’oggetto di un desiderio ma come personaggio autonomo, è anche un modo per superare le definizioni di gender, cioè di che cosa possano interpretare le donne e che cosa possano interpretare gli uomini.

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