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Diritto all’oblio: come cancellazione il tuo passato

GDPR, infatti, si limita a prevedere che l’interessato ha il diritto di ottenere, senza ingiustificato ritardo, la cancellazione dei dati che lo riguardano in casi specificamente individuati:

  1. qualora i dati personali non siano più necessari in relazione alle finalità per le quali erano stati originariamente forniti, raccolti, trattati;
  2. quando l’interessato revoca il consenso e non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;
  3. quando l’interessato si oppone al trattamento;
  4. qualora i dati personali sono stati trattati illecitamente;
  5. quando i dati personali devono essere cancellati per adempiere ad un obbligo legale;
  6. quando i dati personali sono trattati in relazione all’offerta di servizi della società dell’informazione a minori inferiori a 16 o età inferiore (non inferiore a 13) prevista dagli Stati membri.

Nell’art. 17, co. 3 si prevede che la cancellazione non si applica nella misura in cui, il trattamento sia necessario, fra l’altro, per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazionema non sono in alcun modo forniti criteri o indicazioni per il bilanciamento fra il diritto all’oblio e il diritto di cronaca (che si pone tipicamente in posizione antagonista con il primo). L’intero meccanismo è lasciato alla determinazione dei singoli legislatori nazionali, che possono prevedere esenzioni o deroghe ai diritti dell’interessato nel caso in cui il trattamento sia effettuato per scopi giornalistici, qualora necessari per conciliare il diritto alla protezione dei dati e la libertà di espressione e di informazione (così l’art. 85.2, in combinato disposto con l’art. 17.3).

Cosa dice la giurisprudenza

Prima del GDPR non vi era alcuna norma giuridica che contemplasse espressamente il diritto all’oblio, né nell’ordinamento europeo, né in quello dei singoli Stati membri. La giurisprudenza e la prassi applicativa delle Autorità Nazionali per la Protezione dei dati ne hanno però riconosciuto progressivamente l’esigibilità, a seguito delle sempre più frequenti richieste di coloro che lamentavano il pregiudizio alla propria reputazione derivante dalle perdurante presenza in rete di articoli di cronaca giudiziaria afferenti ad una notizia sì lecitamente pubblicate (in quanto priva di carattere diffamatorio), ma risalente nel tempo e non più aggiornata. Tali notizie spostate negli archivi storici dei quotidiani online e reperite dai motori di ricerca determinavano quindi la conoscenza da parte degli utenti del web di aspetti, dati e di profili delle persone interessate nel frattempo totalmente diversi, a causa di eventi e sviluppi successivi (come l’archiviazione di un procedimento o l’assoluzione di un imputato), perpetrando una sorta di “gogna” elettronica.

Nei casi in cui una vicenda giudiziaria ha registrato una successiva evoluzione, la Corte di Cassazione (sentenza n. 5525/2012) ha riconosciuto all’interessato il diritto di ottenere, dall’editore, la contestualizzazione e l’aggiornamento della notizia di cronaca che lo riguarda presente nell’archivio storico on line della testata e resa disponibile tramite i motori di ricerca, pubblicando un link ad altre informazioni successivamente pubblicate “che possano completare o financo radicalmente mutare il quadro evincentesi dalla notizia originaria“. Diversamente, la notizia, sia pure “originariamente completa e vera, diviene non aggiornatarisultando quindi parziale e non esatta, e pertanto sostanzialmente non vera”.

Il diritto all’oblio di creazione giurisprudenziale NON è quindi la possibilità di ottenere la rimozione di notizie «scomode» o «sgradite» dalla pubblica circolazione, di «ripulire» la reputazione macchiata da arresti, condanne o anche solo critiche, ma è il diritto a salvaguardare la propria identità personale in rete; la pretesa di ottenere l’aggiornamento di notizie che, sia pure ab origine corrette, sono potenzialmente lesive in quanto prive di attualità, essendosi ridotto il loro rilievo in termini di pubblico interesse, in relazione al trascorrere del tempo o al ruolo ricoperto nella vita pubblica dell’interessato, in misura tale da risultare soccombente nel bilanciamento rispetto al diritto alla protezione dei dati personali e/o al diritto alla reputazione dell’interessato.

Secondo la Suprema Corte il soggetto tenuto ad intervenire è l’editore (titolare del sito) e non il motore di ricerca che, in qualità di intermediario telematico (con responsabilità limitata ai sensi del decreto legislativo 70 del 2003), si limita a rendere accessibili agli utenti contenuti pubblicati in autonomia dai «siti sorgente», mettendo a disposizione link (generati automaticamente dagli “spider”) alle pagine web che per contenuti corrispondano alle richieste effettuate.

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