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Diritto all’oblio. Il caso PrimaDaNoi.it sul Guardian: humor inglese sulla vicede giudiziarie italiane.



«Articoli che scadono come il latte. Il diritto all’oblio utilizzato per censurare il giornalismo»

LONDRA. “Ecco come i tribunali italiani hanno utilizzato il diritto all’oblio per mettere una data di scadenza alle notizie”. Si intitola pressappoco così l’articolo del 20 settembre 2016 del londinese “The Guardian”, uno dei più prestigiosi media britannici che scopre la sentenza 13161 del 2016 della Cassazione cioè la “sentenza PrimaDaNoi.it” sul diritto all’oblio.

Scritto da Athalie Matthews,  avvocato del giornale ed esperta di new media  e diritto dell’informazione, l’articolo ripercorre a grandi linee (con qualche lieve imprecisione) il calvario pionieristico giudiziario di PrimaDaNoi.it che nella versione anglofona diventa “the first among us” letteralmente “il primo tra gli altri” e anche il nostro nome è motivo di un pungente humor  (“il primo tra gli altri” a beccarsi una sentenza del genere).

L’articolo abbastanza tecnico, ripreso anche da altri media e ritwittato in molti altri Stati, non sembra tenero con la giustizia italiana se questi sono i risultati che ne vengono fuori…  e pensare che all’estero l’Italia viene vista come culla del diritto (quello romano) che è stato il padre dei diritti occidentali.

«La data di scadenza per un articolo come il latte o il gelato che si squaglia» si   ironizzare nel pezzo mettendo in ridicolo la pericolosa interpretazione delle leggi che diventano così «motivo di censura delle notizie scomode».

«La più alta corte in Italia di recente», si spiega, «ha confermato una sentenza che impone la scadenza di un articolo in un archivio on line di un giornale dopo due anni. Si tratta di un allontanamento significativo da precedenti applicazioni del diritto, che ha da sempre distinto tra i risultati di ricerca di Google (“delisting” o deindicizzazione) e la rimozione di contenuti alla fonte. A differenza del passato la corte romana (la Cassazione) ha accusato la fonte della notizia non il messaggero. Il sito web di notizie in questione, ‘Primadanoi’ ( ‘The First Among Us’), un piccolo sito in Abruzzo, è indignato e ha ribattezzato il ‘diritto di essere dimenticati’ ( ‘Il Diritto d’Oblio’ in italiano), in “delitto d’oblio”. (…) Nella loro sentenza – che avrà fatto correre un brivido tra i giornalisti di tutto il mondo – i giudici di Roma hanno attribuito grande importanza al fatto che l’articolo in questione fosse facilmente reperibile su Google, sottolineando che il materiale on-line deve essere trattato in modo diverso dalla carta stampata»

L’articolo del Guardian, dunque, mette in evidenza tutte le peculiarità della sentenza profondamente diversa da quella emessa nel famoso caso di Google Spain nel 2014 che ha concesso al motore di ricerca di rimuovere i link sgraditi dopo una analisi soggettiva del materiale.

La giornalista poi definisce come «miscuglio legale» i diversi contenuti della sentenza combinando insieme ed in maniera originale argomenti come la diffamazione, la privacy, il diritto di cronaca, la reputazione e dove tutte queste cose «galleggiano in una originale zuppa confondendosi tra loro».

«Di conseguenza, almeno in Italia, ‘il diritto di essere dimenticati’ ora ha un nuovo significato: il diritto di rimuovere il giornalismo scomodo dagli archivi dopo due anni», scrive The Guardian, «questo sicuramente non può essere giusto. Se lo fosse, tutti potrebbero  domandare la cancellazione dai siti web di informazioni giornalistiche ed il giornalismo on line sarebbe decimato» .

Persino in Ighilterra sanno che in Italia la tutela del giornalismo e del diritto di cronaca è diversa e maggiore anche rispetto alla tutela della privacy e «Primadanoi ha ripetutamente sostenuto questa eccezione in tribunale. E dato che tale eccezione al trattamento dei dati sensibili è sancito dalla Costituzione si è pensato che fosse un punto dirimente. Non secondo la Corte suprema di Cassazione, che lo ha sostanzialmente ignorato. Il motivo della decisione deriverebbe da un difetto nella protezione offerta ai giornalisti dalla legge italiana, una volta che gli articoli non sono più attuali», un vuoto normativo che di sicuro esiste circa il diritto all’oblio ma non in questo caso visto che la notizia incriminata e fatta cancellare non era affatto datata poichè i fatti criminosi di cui si raccontava non avevano avuto ancora un accertamento giudiziario con una sentenza di primo grado.

Resta da capire, conclude l’articolo, se davvero la scadenza temporale dei due anni sarà applicata ancora in una nuova sentenza ad ogni modo -scherza l’autrice- «se state leggendo dall’Italia questo articolo fate in fretta prima che venga cancellato».

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