Redazione

Dopo 25 anni torna libero Giovanni Brusca, l’uomo che premette il pulsante della strage di Capaci

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Maria Falcone, sorella del giudice ucciso: «Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere»

È tornato in libertà, dopo 25 anni di carcere, Giovanni Brusca, alias “Verru” o “Scannacristiani”. Fedelissimo di Totò Riina, ha diretto la fase esecutiva e ha poi premuto il telecomando per azionare il tritolo nella strage di Capaci, che provocò la morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E fu sempre lui a sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per oltre 700 giorni e poi ucciso per cercare di zittire suo padre Santino, che aveva deciso di pentirsi. Fu poi lo stesso Brusca a scegliere la strada della collaborazione, scelta che gli ha consentito di evitare l’ergastolo, nonostante le decine di omicidi commessi, e ottenere permessi per buona condotta e sconti di pena.

Il pentito ha lasciato il carcere di Rebibbia e verrà ora sottoposto a protezione, controlli e libertà vigilata per quattro anni. Era finito in carcere il 20 maggio del 1996 insieme al fratello Vincenzo, in provincia di Agrigento. Brusca ha “scannato” tante persone da non ricordare l’esatto numero delle vittime. Forse cento, addirittura centocinquanta. Niente ergastolo per tutto questo, ma una condanna a trent’anni che avrebbe dovuto finire di scontare a novembre, ma che grazie a sconti di pena – l’ultimo è di 45 giorni  – e una sfilza di permessi, un’ottantina, alcuni dei quali per trascorrere le festività a casa, è uscito dal carcere il 31 maggio. Non si saprà mai quanta sincerità ci sia nella richiesta di perdono, peraltro tardiva, rivolta da Brusca ai parenti delle vittime che ha ammazzato. Certe, invece, sono le contraddizioni che hanno da sempre accompagnato i suoi racconti.

Pentito dal marzo 2000, la sua è stata una collaborazione tortuosa, che ha lasciato più di qualche perplessità. Ai magistrati di Palermo, Firenze e Caltanissetta, il figlio del capomafia Bernardo, esponente della Cupola e morto in carcere, ha parlato delle proprie responsabilità in ordine al suo ruolo nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci del 23 maggio 1992, ma anche in diversi delitti e omicidi efferati che non hanno risparmiato donne e bambini. «La mia non è una scelta facile – aveva detto, parlando della sua decisione – pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri».

«Quello che temevamo da tempo si è avverato: Giovanni Brusca, il “macellaio” che ha premuto il telecomando a Capaci, è libero – ha commentato Maria Falcone, sorella del giudice -. Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere. La sua collaborazione con la giustizia è piena di ombre, la stessa magistratura lo ha detto più volte. “U Verru”, il porco, così lo chiamavano i suoi complici, ha nascosto molte verità, specie sulle sue ricchezze che, sono convinta, non sono state confiscate interamente. Ci auguriamo che la magistratura e le forze dell’ordine vigilino: sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Rocco, Antonio e Vito che possa tornare indisturbato a godere di soldi che grondano sangue».

«Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l’uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l’uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?…», ha commentato Tina Montinaro vedova di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone. «Dovrebbe indignarsi tutta l’Italia e non solo io che ho perso mio marito – ha detto in una intervista all’Adnkronos -. Ma non succede. Queste persone vengono solo a commemorare il 23 maggio Falcone e si ricordano di “Giovanni e Paolo”. Ma non si indigna nessuno». Per la donna, tutta la Sicilia «dovrebbe scendere in piazza». «Lo Stato non sta dando un grande esempio – dice – Abbiamo uno Stato che ha fatto memoria per finta. Mancano le parole. Cosa c’è sotto? A noi la verità non è stata detta e lui è fuori e loro continuano a dire perché ha collaborato… È incredibile. O ha detto una verità che a noi non è stata raccontata». Insomma, per Montinaro «c’è una giustizia che non è giustizia».

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