cronaca

E quindi com’è ItsArt, la “Netflix della cultura italiana”?

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In realtà il nuovo portale in streaming voluto dal ministro Franceschini con Netflix non c’entra nulla, per cominciare. E arriva sul web con un catalogo, tranne poche eccezioni, decisamente scarno

“In queste settimane di lockdown si è capita fino in fondo la potenzialità enorme del web per la diffusione dei contenuti culturali”, dichiarava nell’aprile del 2020 il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, lanciando la sua idea poi diventata famosa di una Netflix della cultura. Poco più di un anno dopo, ItsArt ha debuttato ufficialmente in rete con il suo catalogo di film, documentari, concerti, spettacoli e quant’altro.

Per cominciare, era inevitabile che dagli annunci alla realizzazione passasse un po’, ma il tempismo con cui avviene il battesimo della nostra “Netflix della cultura” lascia perplessi. Nel momento in cui i teatri riaprono, i concerti riprendono gradualmente, i film tornano su grande schermo e in cui – in definitiva – un’Italia semi-vaccinata si appresta ad affrontare l’estate con una voglia spasmodica di tornare a vivere all’aria aperta, l’idea di rinchiudermi in casa per fare un tour virtuale di qualche museo non è proprio il massimo dell’attrattiva. Dopo un anno e mezzo più o meno sempre tappato in casa, quel museo, al limite, voglio andarlo a vedere dal vivo. Ma passiamo oltre.

Al di là del lancio non troppo fortunato (e sospettosamente in sordina), resta il fatto che un portale che contenga il meglio dell’offerta culturale italiana ha comunque delle potenzialità. Per esempio, potrei voler recuperare un’opera che non ho mai avuto occasione di vedere a teatro, potrei vivere lontano dalle grandi città e approfittare di ItsArt per vedere qualche concerto che altrimenti mi perderei del tutto, magari il prossimo inverno avrò nuovamente voglia di starmene in casa e troverò attraente l’idea di farmi un giro a Pompei restando sul divanoIn poche parole, un bel portale che in maniera semplice e attraente sia in grado di diffondere la cultura italiana – documentari, opere, danza, teatro, musica, film – in prospettiva non è una cattiva idea. Ma qui si innesta tutta una serie di perplessità e aspetti che non convincono. Partiamo dal nome: era davvero necessario fare un gioco di parole con “Italia” dando però un nome inglese alla piattaforma della cultura italiana? Non è stucchevole questo costante ricorrere ai giochi di parole e questa onnipresenza del tricolore? In tutto ciò, il logo squallidino non aiuta. 

Ma questi sono aspetti superficiali. Andiamo invece alla sostanza. Il portale fortemente voluto da Franceschini si presenta con un menu tripartito: Palco (la musica, i concerti, la danza), Luoghi (musei, aree archeologiche e territori), Storie (film e documentari). Alcuni contenuti sono gratis, la stragrande maggioranza è a pagamento (potete noleggiarli o acquistarli), ma – udite udite – non c’è alcuna possibilità di abbonamento. Il modello di business di ItsArt è quindi opposto a quello della piattaforma a cui vorrebbe ispirarsi. Ed è invece lo stesso identico modello della piattaforma di cui è figlia: Chili, uno dei tanti siti di streaming on demand che esistono ma nessuno utilizza (o almeno, io non ho mai conosciuto nessuno che lo facesse). La somiglianza con Chili non è casuale: ItsArt è per metà di proprietà della Cassa depositi e prestiti e per la restante parte proprio della società dell’ex candidato (perdente) a sindaco di Milano e presidente della regione Lazio Stefano Parisi. Società che si è occupata in primis degli aspetti tecnici e che per questo ha ricevuto una parte consistente dei 30 milioni di euro (!) messi sul piatto dallo stato per dare vita a ciò che forse dovremmo soprannominare “la Chili della cultura italiana”.

Dopo aver vagato alla ricerca di qualche contenuto gratuito da vedere per prova, finalmente schiaccio il tasto play (per la precisione, il tasto in questo caso recitava “play gratis”, che suona un po’ strano) e… banner rosso! Errore nella riproduzione. Cominciamo bene. Faccio un altro paio di tentativi, passo da Safari a Firefox e finalmente riesco a far partire il contenuto gratuito. Ma prima… Pubblicità. Un minuto abbondante di pubblicità sulle bellezze dell’Italia e su ItsArt. Proprio così: stanno pubblicizzando l’Italia a un italiano e promuovendo la piattaforma su cui mi trovo in questo momento. Capisco che di inserzionisti ancora non ce ne siano, ma se avessero fatto la pubblicità, che ne so, di Chili forse avrebbe avuto più senso. 

Proseguendo nel mio giro tra i contenuti gratis di ItsArt mi imbatto nelle “Meraviglie del Museo Egizio di Torino”. Perché no? Non ci vado da quando ero bambino, e magari è interessante. La prima clip che incontro è della durata di un minuto e altro non è che la pubblicità – anche bruttina – del Museo egizio stesso. Gli altri video del museo in cui incappo invece sono concerti per violino tenuti al suo interno. Che saranno anche carini, ma non c’entrano nulla con quello che andavo cercando. Sconfortato, abbandono la sezione. 

Che altro fare? Per esempio, potrei colmare la mia ignoranza in materia di lirica guardando l’opera tratta dall’Otello. Per il noleggio sono 3,90 euro. E il Rigoletto? 9,90 euro con la sola opzione dell’acquisto. L’unica cosa che riesco rapidamente a trovare di interessante e gratuito, nella sezione musica, è un omaggio a Ennio Morricone del 2020 dell’orchestra di Milano. 

Non è invece il caso di soffermarsi troppo sull’offerta di film e documentari – pochi e spesso talmente tanto classici (Matrimonio all’italiana o Roma città aperta) da non giustificare il costo di 2,90 euro – anche perché tutto ciò a cui riesco a pensare mentre scorro il catalogo è al fatto che i pochi contenuti interessanti di ItsArt costino più di un intero mese di Netflix o Disney+. Solo che da una parte ci trovi Sanpa e Seaspiracy (o tutta la Marvel e Star Wars) e qua invece devi spendere dieci euro per vedere il Rigoletto. Con tutto l’amore per la cultura, mi sembra un po’ fuori mercato. 

Va detto che ItsArt punta chiaramente su grandi eventi capaci di attirare una fascia di pubblico più ampia. Lo dimostra il concerto di Claudio Baglioni dal Teatro dell’Opera di Roma (acquistabile a 12,90 euro) o quello di Emma dall’Arena di Verona, che invece è gratuito. Insomma, riserva senz’altro qualche sorpresa, ma nel complesso scovare contenuti che giustifichino la spesa richiesta non è una passeggiata (forse è per questo che non si è puntato sull’abbonamento?). 

E qui, infine, giunge il momento di affrontare l’elefante nella stanza: RaiPlay. Il portale monstre di mamma Rai, terribilmente sottovalutato e completamente gratuito (o meglio, pagato con il canone). Facciamo allora un giro su RaiPlay. Siete in vena di documentari letterari? Tra i tanti, ce n’è uno su Philip K. Dick. Avete più voglia d’arte? Ce ne sono su Botticelli, Degas e tantissimi altri. Storia del cinema? Ce n’è uno anche su Anna Magnani. Avete voglia di opera? Potete vedere, tra gli altri, La Traviata o Così fan tutte. Per quanto riguarda il teatro c’è Sei personaggi in cerca d’autore e se siete fan del balletto classico c’è Orfeo ed Euridice. Musica nazionalpopolare? Ironia della sorte, c’è un concertone di Claudio Baglioni. Non apriamo, per ovvie ragioni, il capitolo film; che qua non sono poche decine ma probabilmente migliaia e il paragone con ItsArt è impietoso.

La sensazione è che il “Netflix della cultura italiana”, semplicemente, esistesse già. Non si poteva fare di ItsArt una sezione – magari solo con contenuti premium a pagamento – di RaiPlay? Non si poteva arricchire un prodotto che è già ottimo? Perché la Rai è stata esclusa da un’operazione che sembra il suo pane quotidiano? Se ci sono delle buone ragioni, sarebbe bello sentirle. Anche perché ItsArt sembra invece porsi in diretta concorrenza con RaiPlay. Uscendone – almeno per il momento e al netto di qualche grande evento – con le ossa rotte.

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