È vero, in un Paese normale una giudice non accompagnerebbe mai una propria ordinanza di scarcerazione con lezioni sullo Stato di diritto. Eppure, se vogliamo scalfire il muro granitico che blinda la mente dei forcaioli, dobbiamo servirci di quei pochi magistrati disposti a proclamare, come noi, la solennità delle garanzie

Sì, lo so.  Non è da Paese normale che una giudice commenti una propria ordinanza, che spieghi perché non ha convalidato dei fermi. Non è da Paese normale che un magistrato accompagni i propri atti con una didascalia veicolata a mezzo stampa. Ma è un Paese normale, l’Italia, in materia di giustizia? Non direi.

Da anni sono convinto che il muro manettaro-populista sia fra le fortezze più inespugnabili che la storia italiana ricordi dal principio dell’era moderna. E che perciò le generose e commoventi battaglie del cosiddetto fronte garantista siano tanto giuste e necessarie quanto difficili. Proprio per la difficoltà di scalfire quel muro, mi sono convinto della necessità di un compromesso. E cioè che si debbano reclutare nella battaglia quei pochi magistrati pronti a parlare di Stato di diritto, di civiltà delle garanzie e di democrazia basata sui princìpi della giustizia liberale. Come ha fatto la gip di Verbania dottoressa Donatella Banci Buonamici.

I magistrati sono insospettabili, agli occhi dell’opinione pubblica “rigorista”, perciò vanno “usati”. Sì, il caso cosiddetto Palamara ha fatto scendere su di loro un velo di diffidenza. Ma in fondo gran parte dei manettari vede ancora, nella toga del giudice, una garanzia di inesorabile efficacia punitiva. E se un giudice parla di giuste scarcerazioni per i presunti responsabili di un disastro come quello del Mottarone, c’è qualche speranza che nella mente di una parte degli italiani giustizialisti si insinui una provvidenziale, seppur infinitesimale, ombra di dubbio.

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