Energia e rifiuti: le ricette della nostra politica in questa campagna elettorale

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Poche idee ma confuse, e molto diverse da partito a partito. È sull’energia che si gioca il futuro del nostro Paese, la cui produzione e gestione non è mai stata così centrale come oggi, a fronte delle sfide e dei danni ambientali e umani del cambiamento climatico, e a quelle economiche e sociali legate alla guerra in Ucraina e allo stop al gas russo. Oggi gas ed elettricità costano almeno 10 volte in più rispetto al periodo pre-conflitto, con un differenziale di prezzo fra l’area Ue e gli Usa di 9 volte. L’inflazione continua a salire e le conseguenze sulle bollette delle famiglie e sui costi per le attività economiche sono sempre più difficili da compensare con ulteriori politiche di aiuto gravanti sul debito pubblico. In questo scenario i partiti che si presentano al voto del prossimo 25 settembre devono decidere su temi spinosissimi: nucleare, rigassificatori, trivelle, rinnovabili. Per non parlare della gestione dei rifiuti, che ormai da anni incastrano città come Roma, la capitale.

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Al punto 11 del suo programma, dedicato all’autosufficienza energetica, il centrodestra scrive: “È possibile il ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione, senza veti e preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito”. Peccato che il cosiddetto nucleare pulito, in assoluto, non esista, neppure nella teoria. A parole, Silvio Berlusconi ha annunciato: “Riprenderemo ricerca su nucleare di quarta generazione”, ma questo genere di ricerca non si è mai interrotta, peccato che se ne prevede un concreto sviluppo non prima di una ventina d’anni. Naturalmente però il centrodestra non gira le spalle alle rinnovabili, e assicura che – nucleare a parte – punterà a un (non meglio specificato) aumento della produzione dell’energia rinnovabile, di diversificazione degli approvvigionamenti energetici e realizzazione di un piano per l’autosufficienza energetica, con un pieno utilizzo delle risorse nazionali, quindi si presuppone anche le trivelle (ma non è chiarito), promuovendo l’efficientamento energetico e dando sostegno alle politiche di calmieramento dei prezzi, a livello europeo. A spingere ancora di più sul tema del nucleare è il leader della Lega, Matteo Salvini, che vorrebbe superare il no del celebre referendum del 1987. In controtendenza però, dato che, dopo l’incidente di Fukushima, e nonostante la crisi energetica, anche la Germania ha appena confermato che non farà marcia indietro sulla chiusura dei suoi 3 impianti ancora attivi. Addirittura a giugno, al Convegno dei giovani industriali di Rapallo, Salvini aveva detto: “La prima centrale nucleare italiana? Fatela a Milano, a casa mia, nel mio quartiere a Baggio. Proprio a Milano, che è la capitale dell’innovazione”. Più di recente, ha aggiunto “L’Italia è l’unico dei grandi Paesi al mondo che dice no al nucleare per ideologia, non per scienza. Nell’arco di 7 anni, quelli necessari a costruire una centrale nucleare potremmo produrre energia a minor costo rispetto a quella di oggi”. Quindi si vuole: sbloccare l’estrazione del gas nei nostri mari, favorire la transizione verso il biogas e puntare sulla ricerca nel campo nucleare “pulito e sicuro”, lasciando un po’ marginale lo sviluppo dell’energia solare ed eolica. Il programma della coalizione di centrodestra – Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – continua poi a dichiararsi contrario al blocco dell’import di gas dalla Russia.

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Il Partito Democratico, invece, punta sui rigassificatori. Ricordiamo che si tratta di impianti atti a riportare allo stato gassoso il gas trasportato via mare, inevitabilmente in forma liquida, da fornitori alternativi alla Russia e dunque non collegati a noi da gasdotti, come ad esempio gli Stati Uniti. Rigassificatori “il cui ricorso appare necessario, ma a condizione che essi costituiscano soluzioni-ponte, che rimangano attivi solo pochi anni e che possano essere smobilitati ben prima del 2050, proprio per non interrompere la prospettiva della transizione ecologica”. Particolare attenzione ai territori dove verranno installati, “che andranno preventivamente consultati e risarciti, per l’impatto economico e sociale che possono subire, attraverso un fondo ad hoc”. Infine il Terzo Polo, con Calenda che sostiene il nucleare da tempo e con convinzione (come anche Renzi), “perché altrimenti è impossibile ottenere l’obiettivo zero emissioni”. In passato l’ex ministro era arrivato anche a sfidare il segretario del Pd Enrico Letta “a un confronto affinché possa spiegare agli italiani in che modo, senza il nucleare, possiamo raggiungere l’obiettivo prioritario delle emissioni zero”. E non c’è dubbio che senza il nucleare, ad oggi, sarebbe molto difficile, considerando anche le remore di molte regioni – la Sardegna ad esempio – a installare nuovi impianti rinnovabili e data l’attuale difficoltà di stoccaggio di questo tipo di energia. L’accordo tra Pd e Terzo Polo non prevede comunque il ricorso all’atomo, ma “un aumento degli investimenti in energie rinnovabili (con l’annunciata creazione di 470mila “lavori verdi” in 10 anni); rafforzamento della diversificazione degli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal gas russo e la realizzazione di impianti di rigassificazione nel quadro di una strategia nazionale di transizione ecologica virtuosa e sostenibile”. Nel suo programma Calenda spiega anche che ci sarà spazio per nuovi termovalorizzatori, assolutamente banditi dal MoVimento 5 Stelle, che invece vorrebbe “la realizzazione di impianti completamente compatibili con le richieste dell’Europa e non inquinanti, finalizzati a migliorare le prestazioni ambientali, e la sburocratizzazione per favorire la creazione di impianti di energia rinnovabile”. Vero che i termovalorizzatori sono una realtà attiva e sostenibile in tutta l’Europa, compreso il virtuoso Nord. Interessante notare che, per il Terzo Polo, è fondamentale scorporare il prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili da quello dell’energia da fonti fossili.
Ricapitolando, se Calenda e Salvini sono più vicini che mai sul nucleare, l’opzione è out per il Pd, l’intera coalizione di centrosinistra e il M5S che dice no anche a trivellazioni, inceneritori e rigassificatori, invece ammessi dal Pd perché “necessari” come soluzione temporanea. Solo Giorgia Meloni sarebbe invece pronta a tornare a importare gas dalla Russia come nulla fosse. Tutti i partiti sono d’accordo sulla necessità di erogare aiuti alle aziende e alle famiglie contro il caro bollette, e imporre un calmieramento anche a livello europeo.

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