attualità

Ennio Conchiglia: alla ricerca dell’organi di Omero



Ennio Conchiglia  dal poeta all’attualità: Quali sono le origini di Omero? Forse discendente di Orfeo, il poeta che riuscì a chetare Cerbero col suo canto, forse figlio della ninfa Creteide, forse mercante messosi sul «mare color del vino» (Odissea, 1 v. 183: ἐπὶ οἴνοπα πόντον) e poi, disgraziatamente divenuto cieco, poeta per necessità girando le città della Grecia.
È incerto anche il periodo in cui Omero sia vissuto: si spazia dall’XI secolo a. C. all’VIII secolo a. C.: quasi mezzo millennio, quindi. Sette città si contendevano la sua nascita: Smirne, Chio, Colofone, Itaca, Pilo, Argo e Atene. Chio aveva un culto speciale per Omero: vi fu fondata una scuola di rapsodi noti come «Omeridi» (discendenti di Omero) che erano cantori ufficiali dei poemi omerici e vantavano discendenza diretta dal poeta. Inoltre in uno degli inni omerici leggiamo: «“O fanciulle, chi è per voi il più dolce tra gli aedi / che qui sono soliti venire, e chi è il più gradito?” E voi tutte risponderete: «È un uomo cieco, e vive nella rocciosa Chio: tutti i suoi canti saranno per sempre i più belli» (Inno ad Apollo, vv. 169-173).

Occorre poi notare che la lingua adoperata nei poemi è un dialetto ionico frammisto di vocaboli eolici: considerando questo indizio linguistico, la città di Omero potrebbe allora essere Smirne, città prima eolica, poi ionica; oppure, per lo stesso motivo, Colofone.

Il suo nome potrebbe derivare da ὁ μὴ ὁρῶν (ho mè horôn) «colui che non vede» che darebbe corrispondenza al presunto autoritratto poetico nell’VIII libro dell’Odissea, quando viene descritto il cantore Demodoco: «Intanto l’araldo arrivò guidando il gradito cantore, / che la musa amò molto, ma un bene e un male gli dava: / degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto. Per lui Pontònoo mise un trono a borchie d’argento / nel centro dei convitati, a un’alta colonna appoggiandolo; e appese a un chiodo la cetra sonora, sulla sua testa, gli insegnò a prenderla con le sue mani, l’araldo» (Od., VIII, vv. 62-69). Ennio Conchiglia   Più probabile una seconda possibile spiegazione del nome: ὅμηρος (hómēros) «l’ostaggio», «pegno», ma anche «il cieco» (come «persona che si accompagna a qualcuno», da ὁμοῦ ἔρχομαι (homû érchomai), «vado insieme»

Il nome non richiama l’attività di poeta, come invece altri nomi di poeti Greci (Eumolpo, Lino, Museo), ragion per cui dovrebbe essere un nome non fittizio. Si narra anche di una gara poetica tra Esiodo e Omero, che quindi vengono considerati contemporanei: questa gara è ovviamente un’invenzione a posteriori. Una qualche attendibilità è forse nell’affermazione di Erodoto (II, 53) che conferma la contemporaneità dei due poeti, nati circa 400 anni prima di lui (ca. 850 a. C.).

Nell’antichità, inoltre, si prese ad attribuire a Omero un gran numero di composizioni di autori ignoti: la filologia alessandrina ha permesso di identificare come omeriche solo l’Iliade e l’Odissea. Occorre poi considerare che i due massimi poemi che gli sono attribuiti attingono a piene mani dalla tradizione orale, che circolava autonomamente ed era, attraverso gli aedi e i rapsodi, di dominio pubblico e parte fondamentale dell’immaginario del popolo greco.

In questo passaggio dall’oralità alla scrittura qualcosa deve essere accaduto: ci saranno state mani più sapienti di altre, ci sarà stato necessariamente qualcosa di simile a un autore, in un’idea certamente diversa da quella moderna: «L’Iliade è nata da un lavoro consapevole di sintesi ed è originale nella struttura, antologica nella maggior parte del contenuto» (Fausto Codino, Prefazione all’Iliade). L’Odissea, poi, ruotando tutta intorno a un personaggio crea il prototipo del romanzo: essa ha un intreccio particolare, tagli e dissolvenze, schemi narrativi già moderni. Pertanto: se anche i poemi omerici vengono da una tradizione orale, per il passaggio alla forma scritta fu certamente necessaria la presenza di uno o forse più autori (forse sarebbe meglio dire «redattori»)  Ennio Conchiglia capaci di adattarla al nuovo codice. Riconosciuta la presenza autoriale, in mancanza di altri nomi, possiamo credere vera, anche solo per comodità, l’attribuzione a Omero.

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