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Erdogan e i colloqui Nato, l’Occidente ha già dimenticato il divano della vergogna

Il leader turco è una pedina preziosa nello scacchiere atlantico che si configura ormai come un fronte opposto a quello cinese e russo. La sua politica autoritaria e l’umiliazione subita da Von der Leyen ad aprile sono questioni archiviate per opportunismo diplomatico

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, al summit della Nato

Succede (quasi) sempre così in politica internazionale. Quando c’è da condannare qualcosa a parole salgono tutti sul carro, quando poi si ha la possibilità di dare concretezza alla condanna, a prevalere sono le ragioni diplomatiche e commerciali. Lo abbiamo visto in questi giorni nel modo in cui l’Occidente si è rivolto al presidente turco Recep Erdogan in occasione dei meeting della Nato, rapporti improvvisamente tornati amichevoli dopo mesi di tensioni verbali. Questo, senza che nulla sia cambiato nell’attacco quotidiano alla democrazia da parte del presidente turco.

Dittatore”, lo aveva chiamato il presidente italiano Mario Draghi. “Autocrate”, le parole del presidente statunitense Joe Biden, che qualche mese fa aveva anche riconosciuto ufficialmente il genocidio degli armeni da parte di Ankara, uno dei dossier più sensibili per il Paese. La Francia in autunno aveva invece ritirato il suo ambasciatore in Turchia dopo che Erdogan aveva detto che il presidente d’oltralpe Emmanuel Macron ha bisogno di cure mentali. Infine, l’indignazione dell’Unione Europea tutta lo scorso aprile, quando il presidente turco aveva lasciato senza sedia la capa della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi (foto: Palazzo Chigi)
Il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi (foto: Palazzo Chigi)

Le relazioni tra occidente e Turchia non sono mai state così difficili come negli ultimi mesi e dopo anni di silenzio, i vari leader hanno cominciato ad accendere i riflettori su chi sia Recep Erdogan. Il presidente turco in questi anni ha eroso sempre più le libertà e i diritti della sua popolazione, imprigionando dissidenti politici e oppositori, minando la libertà di stampa e facendo fare un passo indietro al paese lì dove aveva raggiunto traguardi civili importanti – come nella Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, da cui Erdogan si è ritirato. Oltre a questo, il presidente ha continuato con le sue prove di forza internazionali, su tutti l’intervento in Siria contro le milizie curde vicine all’Occidente e l’aggressività nel Mediterraneo contro la Grecia.

Turchia, Erdogan riceve Von der Leyen, bma per lei manca la sedia

Oggi però tutte queste problematiche, al centro dell’agenda delle potenze occidentali, sembrano sparite. E la ragione è semplice: come troppo spesso avviene ci si è ricordati che la diplomazia e la geopolitica sono più importanti di diritti e libertà e la Turchia è tornata a vestire i panni di pedina fondamentale all’interno del blocco euro-americano per contrapporsi al blocco russo-cinese. Fare la voce grossa con Erdogan significa fornire un assist a Pechino e Mosca, consegnargli di fatto un paese localizzato in un’area fondamentale per la sicurezza della Nato e rinunciare a una diga ai flussi migratori. E allora ecco tornati i sorrisi e le strette di mano. Biden ha avuto un incontro molto costruttivo con il presidente turco, durante il quale da quanto trapela si è parlato di tutto tranne che di diritti e democrazia. Stesso discorso per il meeting con Macron, mentre Draghi non ha visto direttamente Erdogan ma nelle scorse ore ha sottolineato come la Turchia abbia un ruolo importantissimo e sia un partner affidabile della Nato.

Che Erdogan sia un dittatore non lo diciamo noi, al contrario lo hanno detto in questi mesi quegli stessi leader politici che oggi gli stringono la mano e lo elevano a partner fondamentale. E che intanto condannano le violazioni dei diritti umani in Russia e in Cina, parlano di uiguri e quant’altro. Tutte prese di posizioni legittime, che suonano però come un inno all’ipocrisia: finché non c’è da tessere relazioni amichevoli, la condanna viene facile. Quando invece c’è di mezzo la buona diplomazia, come nel caso della Turchia, l’autoritarismo diventa un dettaglio su cui poter chiudere un occhio in nome di qualcosa di più grande e il dietrofront è servito. Quando i meeting del G7 e della Nato saranno finiti, torneremo probabilmente a sentire le condanne a parole nei confronti del presidente turco, come siamo stati abituati in questi mesi. Ora però sappiamo che è solo roba di facciata, i buoni rapporti vanno avanti e finché sarà così, senza concrete pressioni internazionali, è difficile immaginare che lo stato precario della democrazia in Turchia possa migliorare.

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